Scritto per noi
da
Fabio Mini*

La chiave di lettura dell’annunciato
ritiro di una parte
delle forze americane dall’Afghanistan è multipla. Innanzitutto si tratta più
di un riassestamento delle forze nel Paese che di un ritiro. Anzi, le forze
statunitensi tendono ad utilizzare la posizione strategica consolidata in
Afghanistan per concentrare la loro l’attenzione su altre priorità regionali:
l’Iran,
le repubbliche centroasiatiche, la Russia, il Pakistan, la Cina e l’India.
Tutti paesi che hanno già manifestato perplessità sulla presenza prolungata
degli americani in Asia Centrale. L’Afghanistan si sta dimostrando di nuovo la
scacchiera (o la bisca) del “grande gioco” ottocentesco che gli Stati Uniti
hanno ricominciato, senza curarsi troppo delle conseguenze geopolitiche, presi
com’erano dalla priorità di punire il regime dei Talebani e, cosa ancora più
importante, dare l’inizio al progetto di abbattimento dei regimi islamici che
da un decennio stava nel cassetto e nella mente dei neo-conservatori. Come sa
bene la Gran Bretagna, in questo gioco non sono soltanto le grandi potenze ad
avere le carte migliori. Quello in corso non è perciò un riassestamento
puramente tecnico o di rotazione delle forze e non è detto che le nuove
priorità debbano essere perseguite esclusivamente con forze militari regolari.
Molti interessi statunitensi in
Afghanistan e la stessa sicurezza garantita al governo di Kabul o ai signori
della guerra e della droga periferici
possono essere salvaguardati da forze e agenzie diverse da quelle militari. Se
i responsabili del Pentagono continuano ad insistere sulla versione della
rotazione significa che continuano a non capire la situazione (molto
improbabile) o a non volercela far capire (più probabile).
La necessità di dimostrare che la guerra in Afghanistan è
finita. Inoltre, la riconfigurazione dell’impegno militare è una decisione
di politica interna. Gli Stati Uniti hanno un bisogno enorme di incassare
successi: a qualsiasi costo, anche della verità. L’opinione pubblica americana
deve avere sempre una vittoria da celebrare. Ogni giorno deve esserci un evento
qualsiasi che dimostri la forza, la rettitudine e la natura benigna della
nazione e di tutto ciò che esprime. L’amministrazione Bush ha interpretato
questa esigenza storica come un fattore politico di affermazione, prima, di
conservazione poi e, infine, di sopravvivenza della propria leadership. Durante
le operazioni militari avviate in questi ultimi quindici anni, le
amministrazioni statunitensi (e non solo) hanno largamente approfittato del
bisogno di buone notizie e dalla lotta al terrorismo hanno anche imparato a
servirsi di quelle cattive per risvegliare
il desiderio di
happy ending definitivo. La versione ufficiale
elargita ormai da tempo sull’Afghanistan è che la guerra è finita e che i
soldati americani, da soli, hanno vinto il terrorismo nel suo cuore storico e
operativo. Ora la lotta si deve spostare altrove per cogliere nuovi successi.
Si dice anche, non solo in America, che
l’impasse iracheno è una forzatura, se non proprio una montatura, dei mezzi
d’informazione dell’opposizione, dei soliti comunisti e degli apparati di propaganda
dei terroristi che si rifiutano di dare le buone notizie e di ammettere i
progressi.
Chiunque cerchi di diffondere notizie diverse è un terrorista e
comunque un antipatriota o antiamericano. Anche i pacifisti appartengono a
questa categoria perché in una cultura che privilegia il fare rispetto
all’essere, fare qualcosa, anche la guerra, è positivo e comunque molto meglio
del non fare, dell’attendere, del discutere o del ricercare il compromesso.
Ma in realtà la guerra contro i talebani non è mai
finita, anzi. Gli americani continuano a combattere la loro guerra alla
caccia di talebani e terroristi. Dal 2002 gli incidenti e gli scontri con tali
forze sono aumentati a dismisura. La considerazione che fanno tutti è che non
sono più gli americani a combattere contro i terroristi, ma sono loro a
combattere gli americani. E quindi i combattimenti si spostano dove ci sono gli
americani e i loro sostenitori. La stessa cosa era accaduta con i russi e gli
americani stanno reagendo quasi con gli stessi metodi, con meno forze, ma più
risorse e con l’accordo dei signori della guerra e della droga che fanno affari
d’oro e per ora assecondano gli americani e ignorano gli altri purché siano
lasciati liberi di fare quello che vogliono. La mentalità del signore della
guerra è contagiosa e in Afghanistan molti reparti americani si comportano come
tali. La situazione con la popolazione è particolarmente tesa in tutta la vasta
area a est, sudest e sud del paese dove da tempo sono iniziati fenomeni
d’intolleranza verso le truppe statunitensi.
La Nato aveva pianificato una graduale espansione a
condizione che la sicurezza e la stabilità delle istituzioni centrali fossero
aumentate. Un’altra premessa era che l’impegno degli stati membri aumentasse
per favorire la democratizzazione, l’economia e la ricostruzione. In realtà la
maggior parte dei fondi e dei progetti è ancora americana. Sono proprio questi
fondi e questi progetti gestiti direttamente da varie agenzie governative e
d’intelligence a garantire il minimo del supporto necessario. Senza questa
contropartita, senza i compromessi con i signori locali, senza la possibilità
di comprare tutti e tutto gli americani sarebbero ciechi e sordi in un paese
immenso che li tollera non perché li teme, ma perché li munge. Questo sistema
è
destinato a durare fintanto che dura il compromesso.
L’Isaf-Nato non riuscirà a controllare l’Afghanistan.
L’
Isaf non dispone di forze e assetti sufficienti all’assunzione di una qualche
responsabilità che non sia meramente simbolica. L’Afghanistan ha un territorio
di circa 653 mila chilometri quadrati (più del doppio dell’Italia), conta 16
milioni di abitanti ed ha una suddivisione amministrativa (e di potere reale)
fatta di 32 regioni. L’Isaf ha una presenza media di poco più di 12 mila
militari di cui il 30% non è posto sotto il comando Nato. La maggior parte
delle forze è dislocata nell’area di Kabul mentre un migliaio di uomini sono
dislocati in alcune province. In queste condizioni l’unico compito realmente
assolto è quello di essere ‘invisibili’. Inoltre, l’Isaf presenta tutte le problematiche
di comando e controllo di una forza composta da 37 paesi Nato e non Nato che,
come è consuetudine, sono più orientati a mostrare la bandiera che ad assumere
oneri. Una decina di paesi contribuiscono con meno di dieci uomini a testa. Con
i vari progetti di espansione che ormai si susseguono freneticamente si stanno
riproponendo gli stessi errori già verificati in Bosnia e Kosovo a causa della
tendenza, ormai cronica, di dividere i territori, a prescindere dalla loro
superficie o dalle caratteristiche socio culturali, in aree d’influenza
assegnate a questa o quella nazione. Supponendo che gli americani si
concentrino su Kabul e nel sudest del paese, che inglesi e canadesi si prendano
la parte sud con centro a Kandahar, che italiani e spagnoli stiano nell’area
occidentale tra Herat e Farah e che a nord rimangano i tedeschi tra Faryab,
Mazar-e-Sharif e il Badakshan, la già labile unitarietà di comando verrà
completamente meno e ogni forza tenderà ad instaurare un proprio feudo minando
qualsiasi possibilità di interoperabilità fra i vari settori.
(Continua)