09/01/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Afghanistan: la Nato in guerra per conto degli Stati Uniti
Scritto per noi da
Fabio Mini*
 
Il generale Fabio MiniLa chiave di lettura dell’annunciato ritiro di una parte delle forze americane dall’Afghanistan è multipla. Innanzitutto si tratta più di un riassestamento delle forze nel Paese che di un ritiro. Anzi, le forze statunitensi tendono ad utilizzare la posizione strategica consolidata in Afghanistan per concentrare la loro l’attenzione su altre priorità regionali: l’Iran, le repubbliche centroasiatiche, la Russia, il Pakistan, la Cina e l’India. Tutti paesi che hanno già manifestato perplessità sulla presenza prolungata degli americani in Asia Centrale. L’Afghanistan si sta dimostrando di nuovo la scacchiera (o la bisca) del “grande gioco” ottocentesco che gli Stati Uniti hanno ricominciato, senza curarsi troppo delle conseguenze geopolitiche, presi com’erano dalla priorità di punire il regime dei Talebani e, cosa ancora più importante, dare l’inizio al progetto di abbattimento dei regimi islamici che da un decennio stava nel cassetto e nella mente dei neo-conservatori. Come sa bene la Gran Bretagna, in questo gioco non sono soltanto le grandi potenze ad avere le carte migliori. Quello in corso non è perciò un riassestamento puramente tecnico o di rotazione delle forze e non è detto che le nuove priorità debbano essere perseguite esclusivamente con forze militari regolari. Molti  interessi statunitensi in Afghanistan e la stessa sicurezza garantita al governo di Kabul o ai signori della guerra e della droga  periferici possono essere salvaguardati da forze e agenzie diverse da quelle militari. Se i responsabili del Pentagono continuano ad insistere sulla versione della rotazione significa che continuano a non capire la situazione (molto improbabile) o a non volercela far capire (più probabile).
 
Rumsfeld in visita in AfghanistanLa necessità di dimostrare che la guerra in Afghanistan è finita. Inoltre, la riconfigurazione dell’impegno militare è una decisione di politica interna. Gli Stati Uniti hanno un bisogno enorme di incassare successi: a qualsiasi costo, anche della verità. L’opinione pubblica americana deve avere sempre una vittoria da celebrare. Ogni giorno deve esserci un evento qualsiasi che dimostri la forza, la rettitudine e la natura benigna della nazione e di tutto ciò che esprime. L’amministrazione Bush ha interpretato questa esigenza storica come un fattore politico di affermazione, prima, di conservazione poi e, infine, di sopravvivenza della propria leadership. Durante le operazioni militari avviate in questi ultimi quindici anni, le amministrazioni statunitensi (e non solo) hanno largamente approfittato del bisogno di buone notizie e dalla lotta al terrorismo hanno anche imparato a servirsi di quelle cattive per risvegliare  il desiderio di happy ending definitivo. La versione ufficiale elargita ormai da tempo sull’Afghanistan è che la guerra è finita e che i soldati americani, da soli, hanno vinto il terrorismo nel suo cuore storico e operativo. Ora la lotta si deve spostare altrove per cogliere nuovi successi. Si dice anche, non solo in America,  che l’impasse iracheno è una forzatura, se non proprio una montatura, dei mezzi d’informazione dell’opposizione, dei soliti comunisti e degli apparati di propaganda dei terroristi che si rifiutano di dare le buone notizie e di ammettere i progressi.
Chiunque cerchi di diffondere notizie diverse è un terrorista e comunque un antipatriota o antiamericano. Anche i pacifisti appartengono a questa categoria perché in una cultura che privilegia il fare rispetto all’essere, fare qualcosa, anche la guerra, è positivo e comunque molto meglio del non fare, dell’attendere, del discutere o del ricercare il compromesso.
 
Soldati Usa in azione in AfghanistanMa in realtà la guerra contro i talebani non è mai finita, anzi. Gli americani continuano a combattere la loro guerra alla caccia di talebani e terroristi. Dal 2002 gli incidenti e gli scontri con tali forze sono aumentati a dismisura. La considerazione che fanno tutti è che non sono più gli americani a combattere contro i terroristi, ma sono loro a combattere gli americani. E quindi i combattimenti si spostano dove ci sono gli americani e i loro sostenitori. La stessa cosa era accaduta con i russi e gli americani stanno reagendo quasi con gli stessi metodi, con meno forze, ma più risorse e con l’accordo dei signori della guerra e della droga che fanno affari d’oro e per ora assecondano gli americani e ignorano gli altri purché siano lasciati liberi di fare quello che vogliono. La mentalità del signore della guerra è contagiosa e in Afghanistan molti reparti americani si comportano come tali. La situazione con la popolazione è particolarmente tesa in tutta la vasta area a est, sudest e sud del paese dove da tempo sono iniziati fenomeni d’intolleranza verso le truppe statunitensi.
La Nato aveva pianificato una graduale espansione a condizione che la sicurezza e la stabilità delle istituzioni centrali fossero aumentate. Un’altra premessa era che l’impegno degli stati membri aumentasse per favorire la democratizzazione, l’economia e la ricostruzione. In realtà la maggior parte dei fondi e dei progetti è ancora americana. Sono proprio questi fondi e questi progetti gestiti direttamente da varie agenzie governative e d’intelligence a garantire il minimo del supporto necessario. Senza questa contropartita, senza i compromessi con i signori locali, senza la possibilità di comprare tutti e tutto gli americani sarebbero ciechi e sordi in un paese immenso che li tollera non perché li teme, ma perché li munge. Questo sistema è destinato a durare fintanto che dura il compromesso.
 
Pattuglia Isaf in AfghanistanL’Isaf-Nato non riuscirà a controllare l’Afghanistan. L’Isaf non dispone di forze e assetti sufficienti all’assunzione di una qualche responsabilità che non sia meramente simbolica. L’Afghanistan ha un territorio di circa 653 mila chilometri quadrati (più del doppio dell’Italia), conta 16 milioni di abitanti ed ha una suddivisione amministrativa (e di potere reale) fatta di 32 regioni. L’Isaf ha una presenza media di poco più di 12 mila militari di cui il 30% non è posto sotto il comando Nato. La maggior parte delle forze è dislocata nell’area di Kabul mentre un migliaio di uomini sono dislocati in alcune province. In queste condizioni l’unico compito realmente assolto è quello di essere ‘invisibili’. Inoltre, l’Isaf presenta tutte le problematiche di comando e controllo di una forza composta da 37 paesi Nato e non Nato che, come è consuetudine, sono più orientati a mostrare la bandiera che ad assumere oneri. Una decina di paesi contribuiscono con meno di dieci uomini a testa. Con i vari progetti di espansione che ormai si susseguono freneticamente si stanno riproponendo gli stessi errori già verificati in Bosnia e Kosovo a causa della tendenza, ormai cronica, di dividere i territori, a prescindere dalla loro superficie o dalle caratteristiche socio culturali, in aree d’influenza assegnate a questa o quella nazione. Supponendo che gli americani si concentrino su Kabul e nel sudest del paese, che inglesi e canadesi si prendano la parte sud con centro a Kandahar, che italiani e spagnoli stiano nell’area occidentale tra Herat e Farah e che a nord rimangano i tedeschi tra Faryab, Mazar-e-Sharif e il Badakshan, la già labile unitarietà di comando verrà completamente meno e ogni forza tenderà ad instaurare un proprio feudo minando qualsiasi possibilità di interoperabilità fra i vari settori. (Continua)
 
Categoria: Guerra, Pace
Luogo: Afghanistan
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