20/11/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Il giornalista Uri Avnery commenta la morte di Arafat e gli scenari futuri
uri avneryTutti in Israele parlano della Prossima Guerra. Il più popolare canale televisivo sta producendo una serie televisiva su questo tema. Non un’altra guerra contro gli Arabi. Non la minaccia nucleare dall’Iran. Non il sanguinario conflitto in corso con i Palestinesi. Ma la guerra civile.
 
Solo alcuni mesi fa sarebbe sembrato assurdo. Ora, improvvisamente, è diventata una possibilità molto reale. Non un altro scoop dei media. E nemmeno un’altra delle manipolazioni politiche di Sharon. Non un ulteriore tentativo di ricatto da parte dei coloni, ma qualcosa di reale.
 
Se ne parla al Consiglio dei Ministri e nella Knesset, nei talk-show televisivi, in editoriali e quotidiani. Il Chief-of-Staff ha avvertito pubblicamente che l’esercito potrebbe disgregarsi. Uno dei ministri ha dichiarato che l’esistenza stessa dello Stato di Israele è in pericolo. Un altro ministro profetizza un bagno di sangue come nella Guerra civile spagnola.
 
La Shin Bet, in modo più o meno dissimulato, sta prendendo provvedimenti. Nelle carceri ci si prepara ad accogliere detenzioni di massa. I capi dell’esercito stanno pianificando la chiamata alle armi per diecimila soldati di riserva e cominciano a pensare a ciò che dovranno fare nel caso in cui…
 
No, è una minaccia davvero reale. A giudicare dalle apparenze, sembra comparsa dal nulla. Ma chiunque ha occhi per vedere sapeva che sarebbe successo, prima o poi.
 
I semi della guerra civile erano stati gettati quando si era costruito il primo insediamento nei territori occupati. A quel tempo dissi al Primo Ministro nella Knesset: “Stai piazzando una mina. Un giorno dovrai eliminarla. Come ex soldato, voglio avvisarti che lo sminamento è un lavoro molto poco piacevole.” Da allora, centinaia di mine sono state collocate. Persino ora si stanno estendendo i campi minati.
 
Il processo è stato condotto dai fondamentalisti religiosi. Il loro obiettivo dichiarato, come hanno detto allora e mai si stancano di ripetere, è di spingere tutti gli Arabi fuori dal paese che Dio ci ha promesso. E il paese che Dio ci ha promesso, come ha ricordato uno di loro in televisione l’altro giorno, non è la “Palestina” del mandato britannico, bensì la Terra Promessa, che include Giordania, Libano e parti di Siria e Sinai. Citando la Bibbia, un altro ha dichiarato che siamo venuti in questo paese non solo per ereditare, ma anche per diseredare gli altri, buttarli fuori e prendere il loro posto.
 
Da quando l’allora Ministro della Difesa Shimon Peres ha eretto il primo insediamento, Kedumim, in mezzo alla popolazione palestinese nella striscia di Gaza, gli insediamenti si sono diffusi come cavallette, rubando gradualmente le terre e l’acqua dei vicini villaggi palestinesi, sradicando i loro alberi, bloccando le loro strade e costruendone di nuove nelle quali è vietato l’accesso. Quasi tutti gli insediamenti hanno creato basi satellitari sulle colline circostanti.
 
Tutto questo non si è mai fermato, nemmeno quando Sharon ha solennemente promesso al presidente Bush che avrebbe smantellato le “basi”. Al contrario, da allora ne sono nate decine di nuove, e nessuna è stata eliminata. Una ricerca pubblicata di recente dallo State Controller mette in evidenza come diversi ministri del governo hanno attivamente e consapevolmente infranto la legge per assicurare continui finanziamenti clandestini da parte del governo per le attività di insediamento.
 
Quando facemmo presente il problema ci fu detto di non preoccuparci. Solo una piccola minoranza dei coloni, ci dissero, è fanatica e pronta a resistere a qualsiasi tentativo di rimozione. Tuttavia, ciò non costituisce un grosso problema, perché la maggioranza dei cittadini israeliani li detesta e li considera solo degli squilibrati.
 
Molti coloni, ci hanno informato, non sono fanatici. Si sono trasferiti perché il governo metteva loro a disposizione case costose che non si sarebbero potuti permettere in territorio israeliano. Stavano cercando di migliorare la propria “qualità della vita”. Quando il governo gli dirà di andarsene, otterranno il risarcimento e andranno avanti.
 
Si è rivelata una pericolosa delusione. Come affermò Karl Marx, la consapevolezza delle persone è determinata dalla situazione in cui vivono. I buoni laburisti che il governo aveva fatto stabilire sulla Striscia di Gaza parlano e si comportano oggi come i peggiori seguaci dell’ultimo rabbino fascista Meir Kahane.
 
Inoltre, ci dissero, persino i pazzi riconoscono la democrazia di Israele. Nessuno si permetterà mai di attaccare i soldati dell’esercito israeliano. Quando il governo e la Knesset decideranno di evacuare gli insediamenti, obbediranno. Magari solleveranno qualche tafferuglio e faranno un po’ di resistenza, come hanno fatto per l’evacuazione degli insediamenti del Nord Sinai nel 1982, ma alla fine si arrenderanno. Dopo tutto, persino nel Nord Sinai nessun colono ha rifiutato il risarcimento.
 
Ma questo disdegno nei confronti dei coloni non è meno pericoloso del disdegno nei confronti degli Arabi. Ciò che è stato celato per lungo tempo sta ora diventando evidente: ai coloni non importa nulla della democrazia e delle istituzioni dello stato. Il loro nucleo duro lo dice chiaramente: quando le risoluzioni della Knesset contraddicono la Halakha (la legge religiosa ebraica), è quest’ultima ad avere priorità. In fondo, la Knesset non è altro che un gruppo di politici corrotti. E che valore hanno le leggi secolari, copiate dai Goyim (i pagani), in confronto alla parola di Dio, benedetto sia il suo nome?
 
Molti coloni non parlano in modo così chiaro e si fingono offesi quando vengono loro attribuiti tali atteggiamenti, ma di fatto si lasciano trascinare dal gruppo degli intransigenti, che hanno già calato la maschera. Mettono in pericolo non solo la politica del governo, ma anche la stessa democrazia israeliana in quanto tale. Dichiarano apertamente che il loro obiettivo è quello di trasformare Israele da repubblica democratica a repubblica basata sull’Halakha.
 
Uno stato di legge è soggetto al volere della maggioranza, che mette in atto le leggi e le ratifica, se necessario. Uno stato basato sull’Halakha è soggetto alla Torah, rivelata sul Monte Sinai e non modificabile. Solo un limitatissimo numero di eminenti rabbini ha l’autorità per interpretare l’Halakha. E questo è, chiaramente, l’opposto della democrazia. In qualsiasi altro paese, queste persone verrebbero chiamate fascisti. La connotazione religiosa non fa differenza.
 
I ribelli della destra religiosa sono fortemente motivati. Molti di loro credono nelle interpretazioni più xenofobe della Kabbala, che affermano che gli Ebrei secolari sono in realtà Amaleciti che riuscirono a infiltrarsi nel popolo di Israele al tempo dell’esodo dall’Egitto. Dio stesso, come tutti sanno, ha ordinato l’estirpazione di Amalek dalla faccia della terra. Quale migliore giustificazione ideologica per una guerra civile?
 
Perché tutto ciò è diventato una minaccia in questo particolare momento? Non è ancora chiaro se Sharon intenda realmente smantellare i pochi insediamenti nella Striscia di Gaza. Ma, per come la vedono i coloni, l’idea di rimuovere anche solo un insediamento scatenerebbe una guerra. Perché è un attacco a tutto ciò che per loro è sacro. Sharon ha cercato di convincerli che si tratta solo di una tattica: sacrificare pochi, piccoli insediamenti per salvare tutti gli altri. Invano.
 
In preparazione per la Grande Ribellione, i coloni hanno rivelato il loro potenziale. I rabbini più importanti del “Movimento religioso sionista” hanno dichiarato che l’evacuazione di un insediamento è peccato contro Dio e hanno invitato i soldati a rifiutare gli ordini. Centinaia di rabbini, compresi quelli degli insediamenti e dei gruppi religiosi nell’esercito, si sono uniti all’appello.
 
La voce dei pochi oppositori viene soffocata. Citano il Talmud dicendo: “la legge del regno è legge”, e questo significa che bisogna obbedire a ogni governo, così come ai Cristiani è richiesto di “dare a Cesare quel che è di Cesare”, eccetera. Ma chi ascolta più questi “rabbini moderati” ora?
 
La conquista dell’esercito dall’interno è cominciata molto tempo fa. L’ “accordo” con i “yeshivot hesder”, corpi separati all’interno dell’esercito, ha permesso l’ingresso di un gruppo di cavalli di Troia nell’ IDF e nei corpi ufficiali. In qualsiasi confronto tra i rabbini e i comandanti dell’esercito, la maggioranza dei soldati yeshivas obbedirebbe ai rabbini.
 
Il fatto che i coloni e gli Hesder Yeshiva siano sistematicamente penetrati nei ranghi dei corpi ufficiali significa che possono permettersi la baratteria, potenzialmente persino più pericolosa dell’ammutinamento.
 
Il rifiuto da parte della destra di obbedire agli ordini è diverso dall’obiezione di coscienza della sinistra. Per quest’ultima si tratta di una scelta personale, mentre il rifiuto della destra è un ammutinamento collettivo. A sinistra, in alcune centinaia si sono rifiutati di servire l’occupazione, a destra in molte migliaia, decine di migliaia, obbediranno agli ordini dei loro rabbini. Come ha ammonito il Capo di Stato Maggiore, l’esercito potrebbe cadere a pezzi.
 
Nel complesso i coloni, insieme ai loro stretti alleati in Israele tra cui anche gli studenti yeshiva, potrebbero ammontare a circa mezzo milione di persone, una falange potente per la ribellione.
Per ora i coloni stanno usando questa minaccia solo come strumento di ricatto e deterrenza, per stroncare qualsiasi progetto di evacuazione di insediamenti e territori. Ma se il ricatto non funziona, per la Grande Ribellione è solo questione di tempo.
 
Uri Avnery
Categoria: Politica
Luogo: Israele - Palestina