
L’anno che viene ci trova con ambizioni ridotte ma i piedi fissi in una palude
sempre più soffocante. George Bush ha appena annunciato che non chiederà il rinnovo
dei fondi per la ricostruzione dell’Iraq. Quasi il 50 percento dei fondi già stanziati
è finito a finanziare la
security; altri fondi sono stati stornati per processare Saddam, e per finanziare le
elezioni a ripetizione con cui gli Usa stanno cercando di trovarsi un partner
governativo abbastanza solido da permettere l’impronta leggera e la mano nascosta.
L’infrastruttura del Paese dopo tre anni di presenza americana, secondo stime
statunitensi, rimane ancora al di sotto delle prestazioni ottenute sotto Saddam
prima dell’invasione, per quanto riguarda l’approvigionamento di elettricità,
la produzione di petrolio, e altre infrastrutture di uso civile. Particolarmente
dolente la questione del petrolio, che s’intendeva usare per finanziare sia l’occupazione
che il nuovo stato iracheno. Qui il sabotaggio ha più che dimezzato la produzione
nazionale, che già era ridotta dopo un decennio di sanzioni Onu e due guerre (Iran-Iraq,
Guerra del Golfo).
Gli Usa, che avevano promesso democrazia e ricostruzione a livelli superiori
a quelli pre-invasione (già pessimi), oggi fanno un passo indietro. Le elezioni
del Congresso del prossimo novembre non sono poi così lontane; si passa dunque
a una nuova fase della guerra irachena, in cui l’America riduce le ambizioni,
nega le promesse, e punta a una riduzione di qualche decina di migliaia di soldati
entro settembre. Meno soldi, meno truppe. Se possiamo mostrare di aver invertito
la marcia, pensano i Repubblicani, possiamo tenerci i seggi. Del resto i Democratici
non hanno chiesto un ritiro netto, danno solo voce allo scontento, ma non sono
disposti a dire ‘ora tutti a casa’.

Questa è una guerra persa nel senso che gli obiettivi iniziali non sono stati
centrati, e si opera per limitarne i danni. Tuttavia non è ancora una guerra finita.
Anzi, se la strategia della Casa Bianca dovesse funzionare, la palude si estenderà
ulteriormente. Dinanzi all’ovvio fallimento della strategia del 2003, che era
una variante all’interno di una pratica imperiale più ampia, molte cancellerie
e molti benpensanti occidentali si sono messi a lavorare duro per eliminare tutte
le altre opzioni politiche sul tavolo affinché, anche nel fallimento, si rimanga
legati ai destini imperiali e l’iniziativa rimanga in mano a Washington. Oggi
si lotta per difendere l’impero che già c’è.
In Italia, il centro-sinistra in odore di governo rispolvera mozioni uniche in
cui ‘staremo in Iraq sino a quando il governo iracheno non ci chiede di andarcene’.
Continua cioè il tentativo di presentare questa fase come slegata dalla attiva
partecipazione italiana nell’azione bellica, nonché nella guerra d’intelligence che fu operata contro il pubblico americano ed europeo. Negli Usa si annunciano
riduzioni di forze, e si rifiuta platealmente di continuare ad assistere la ricostruzione
irachena. “Se la sbrighino loro, adesso che sono liberi”. Ma questo sano seppur
egoistico sentimento della popolazione americana non verrà corrisposto in pieno.
Se gli Usa scendono da 130mila a 100mila unità in Iraq, o anche a 30mila, l’America
rimane legata al Medio Oriente da molteplici legami diretti.

L’intero problema, dal punto di vista di Washington è 1) come continuare a controllare
il mare del Golfo Persico; 2) come negare rotte terrestri degli oleodotti e gasdotti
che non sono sotto le veci di uno stato subalterno; 3) come continuare la relazione
con l’Arabia Saudita, il grande forziere energetico con cui gli Usa hanno un rapporto
privilegiato sin dagli anni Venti. Si possono capire certe subalternità italiane,
vista la nostra dipendenza energetica; ma rimaniamo legati ad una posizione imperiale
destinata a smottare in più punti, e che spargerà altro sangue ancora.
Io non so come i
neocon volessero incardinare un nuovo Iraq. Però so che gli Usa hanno ridotto le ambizioni
per l’Iraq, ma che non hanno di certo abbandonato il Santo Graal di un'egemonia
del petrolio mediorientale. L’anno che viene promette solo un prolungato impantanamento,
e le incognite di un Iraq spezzato, instabile ma anche più autonomo, in cui il
ruolo iraniano crea ansie non irrilevanti.