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I talebani cantano vittoria. E non a torto. Infatti, come molti temevano, con
la scusa dell’elezione del parlamento afgano e quindi della formale conclusione
del processo di ‘costruzione della democrazia’ in Afghanistan, le forze armate
statunitensi (che nell’ultimo anno hanno subito il maggior numero di perdite dall’inizio
della guerra quattro anni fa) hanno deciso di abbandonare il campo di battaglia
proprio nel momento in cui la resistenza talebana sta guadagnando forza e terreno.
E proprio sul fronte di combattimento più difficile: quello meridionale. Una decisione
che ha destato preoccupazione e nervosismo nei governi alleati della Nato, perché
adesso toccherà a loro mandare a combattere, e a morire, i propri soldati nel
sud dell’Afghanistan.
2.500 soldati Usa lasciano il fronte meridionale... Come annunciato dal Pentagono, entro marzo i primi 2.500 soldati Usa lasceranno
le montagne e i deserti delle province di Kandahar, Helmand, Uruzgan e Zabul,
vale a dire le roccaforti talebane dove nel 2005 si sono registrati i più violenti
combattimenti e i più sanguinosi attacchi della guerriglia – costati la vita a
cento soldati Usa (molti di più secondo i talebani), trenta soldati Isaf, 450
soldati afgani, oltre 300 civili e almeno un migliaio di guerriglieri. Rimarranno
sul terreno 16.500 soldati americani, sparsi per tutto il resto del Paese e sul
fronte meno ‘caldo’ della guerra ai talebani, quello orientale della provincia
di Kunar. Ma la previsione è di smobilitarne altri entro la fine dell’anno e di
sostituirli anch’essi con truppe di altri Paesi Nato.
…Sostituiti da 6.000 soldati di altri Paesi Nato. A prendere il posto degli americani sul fronte sud saranno 6 mila nuovi soldati
della Nato sotto comando della Gran Bretagna, che da sola invierà 3 mila uomini.
Gli altri 3 mila saranno canadesi e olandesi. Queste nuove truppe arriveranno
nelle prossime settimane, ma le prime avanguardie inglesi (la 16^ aerobrigata
d’assalto e il 3° battaglione paracadutisti) sono già sul posto per preparare
il dispiegamento. A Kabul, nel nord e nell’ovest dell’Afghanistan la Nato ha già
10 mila uomini, quelli del contingente Isaf, che però mantengono esclusivamente compiti di peacekeeping. Ma non sarà così
per i nuovi soldati in arrivo nel sud, anche se a Londra, Ottawa e Amsterdam i
politici evitano di affrontare l’imbarazzante argomento per evitare le prevedibili
reazioni delle locali opinioni pubbliche, a cui è stato detto per quattro anni
che la guerra in Afghanistan era finita.
Consapevolezza e preoccupazione negli ambienti militari. Gli unici commenti sono arrivati dagli ambienti militari, che invece ben conoscono
la situazione sul campo in Afghanistan, in particolare nel sud del Paese.
La guerriglia talebana è sempre più aggressiva. I soldati della Nato si troveranno a combattere contro una guerriglia talebana
che non è mai stata così forte come lo è oggi. I miliziani del mullah Omar hanno
nuove sofisticate armi (mitragliatrici, lanciagranate, missili, bombe radiocomandate,
visori notturni, apparecchiature radio), ben più efficaci di quelle artigianali
usate finora e prodotte nelle fabbriche di Dara Adam Khel, nelle Aree Tribali
pachistane. E ben più care. Ma adesso i soldi per comprarle non mancano grazie
al contrabbando di oppio, che l’anno scorso ha raggiunto un valore stimato di
2,7 miliardi di dollari, e che rappresenta la prima fonte di finanziamento della
guerriglia. Oltre alle nuove armi, i talebani hanno anche nuove tattiche di guerriglia
‘importate’ dall’Iraq (in particolare il sempre più frequente ricorso ai kamikaze
e agli ordigni telecomandati) grazie a ‘istruttori’ di al Qaeda appositamente mandati in Afghanistan da al Zarqawi. Almeno così dice la Cia,
che parla anche di sostegno logistico e addestramento militare da parte dell’Iran,
e non più solo del Pakistan. Enrico Piovesana