
Il 24 dicembre inizia all’alba,
come ogni altro giorno nella regione. Obiettivo: preparare i
tamales, un impasto di riso carne e
verdure avvolte in grandi foglie di
bijao.
Tutti siamo riuniti attorno a un tavolo all’aperto armeggiando tra pentole,
limonate e galline, e tra chiacchiere e scherzi passiamo la giornata in modo
semplice e spensierato. Una pausa al fiume a rinfrescarci e rapidamente è sera.
Accendiamo un gran fuoco e
ripartiamo questi involti strani e dall’aria deliziosa: io apro il mio e lo
gusto come si apprezzano tutte le cose preparate nell'atmosfera armoniosa di un
gruppo affiatato. Stappo la bottiglia di vino che tenevo in serbo e tutti
assieme brindiamo allegramente.
Ciascuno di noi fa una piccola
riflessione da condividere con gli altri: oltre ai ringraziamenti per i momenti
bellissimi che stimo vivendo e a un pensiero alle nostre famiglie lontane,
prevalgono parole di coraggio, determinazione e di rinnovato impegno verso
l'obiettivo che ci accomuna tutti: la lotta per i diritti dei contadini di
questa regione ricca e contesa. È emozionante trovarsi qui in questo momento,
far parte di un gruppo di persone che ogni giorno vivono, resistono e soffrono,
accanto a gente che senza armi combatte contro un nemico grande e potente. Ma
è
lo spirito d’unità che si respira a far sì che la convinzione si rafforzi ogni
giorno di più, nonostante le difficoltà fisiche e morali che siamo costretti a
affrontare.
Qualcuno intona una canzone e
inizia la festa: canti, balli, rum e
aguardiente rendono questa notte illuminata dal fuoco e dalle stelle
davvero speciale. Senza decorazioni, alberi, regali, né mostrine, viviamo lo
spirito del vero Natale: la gioia della condivisione e il piacere dello stare
assieme a persone che stimo e rispetto.
L'inaspettato. Il giorno dopo mi riserva una
bella sorpresa. Mentre sono sdraiata a oziare sull’amaca, doña Marina mi dà una
pentola e mi dice di seguire Alirio. Camminiamo in direzione del fiume, un po’
più in alto rispetto a dove solitamente andiamo a lavarci e a nuotare, e
arriviamo a una spiaggetta di sabbia e pietra. In un baleno i ragazzi trovano
la legna, la spaccano e accendono un fuoco. Arrivano le donne e iniziamo a
pelare la verdura: yucca, carote, patate, cipolle, sedano, pomodori e cetrioli,
base per la preparazione della zuppa nazionale, il
sancocho. Veder sgozzare le galline ancora m’impressiona,
soprattutto quando a farlo sono dei ragazzini con i loro machete affilati, ma
la disinvoltura con cui vengono fatti questi gesti antichi mi ricorda che è
molto più normale tagliare la testa ad un animale per mangiarlo che sceglierlo
tra le pile tutte identiche del supermercato, ben ordinato ed impacchettato.
Mentre pelo la yucca, mettendo in
pratica i suggerenti che Carlos mi ha dato il giorno prima, gli uomini arrivano
con un pentolone zeppo di pezzi di maiale pronto per essere arrostito in una
struttura che ha me sembra lo scheletro di una tenda indiana, ma che con ogni
probabilità è il modo più antico del modo per cuocere la carne.
I bimbi sguazzano felici nel
fiume, si arrampicano sugli alberi e si gettano nell’acqua appesi alle liane.
Sandra approfitta e lava i panni mentre io chiacchiero con Antonio. Mi spiega
che fino a poco tempo fa il 25 era vissuto in modo del tutto diverso. Quando la
foglia di coca era un commercio florido e redditizio, la gente passava la notte
del 24 a ballare e a ubriacarsi nel villaggio fino all’alba. Tutti avevano
soldi da spendere e gli alcolici scorrevano a fiumi, tanto che il giorno
successivo era dedicato a riprendersi dalla sbornia. Ora che il mercato della
foglia di coca è in crisi per i controlli serrati, la gente non ha più soldi da
spendere per cose superflue e si stanno riscoprendo le tradizioni di una volta,
sta riemergendo quello spirito di condivisione che da tempo si era perso.
Saggezza popolare. Questo è solo uno dei tanti modi
in cui la coltivazione e la lavorazione della foglia di coca ha modificato le
dinamiche di questa società: molti dei saperi tradizionali sono andati
perdendosi con il tempo. La gente, infatti, trovandosi improvvisamente con
molto denaro a disposizione, ha smesso di coltivare gli ortaggi tradizionali di
queste terre in favore della coca, meno laboriosa e più redditizia. I prodotti
necessari potevano essere tranquillamente comprati nel paese più vicino, ma
l'abitudine al lavoro e le conoscenze tradizionali, nonché la pratica del
lavoro comunitario, sono andate lentamente perdendosi e rappresentano un
bagaglio di conoscenze difficile da ricostruire.
Ed è proprio questo il lavoro
dell'associazione contadina presente nella zona, che
Ipo accompagna:
incentivare progetti di sussistenza alimentare alternativi alle coltivazioni
illecite, promuovendo di conseguenza la riscoperta della sapienza tradizionale
persa nel corso del tempo.
Ecco il Natale. Mi guardo attorno e ammiro
stupita il paradiso in cui mi trovo: sulla riva di un torrente cristallino,
circondata da una giungla maestosa, assieme a persone meravigliose. È
un'immagine che non potrò certo dimenticare e, se esiste uno spirito nel
Natale, sono certa di averlo trovato.