Una cooperante di Ipo, in Colombia, racconta il Natale nelle comunità agricole del Sur de Bolivar
scritto per noi da
Laura Lorenzi*

Il Natale non mi è mai piaciuto.
Non ho mai saputo coglierne il vero spirito e ogni anno rimango frastornata dal
luccichio degli addobbi, dal falso buon cuore e dal consumismo sfrenato.
Quest’anno, mi sono detta, voglio
che sia diverso. E così è stato.
Nella comunità contadina di Alto
Cañabraval, Sur de Bolivar, tutti gli schemi saltano, ogni preconcetto deve
essere rivisto e anche il Natale è una festività vissuta, per me, italiana
trapiantata nella campagna colombiana, in modo curioso, diverso e affascinante.
Dopo due ore passate nel cassone
posteriore di un fuoristrada assieme a donne, bimbi, uomini, viveri ed acido
solforico, non vedo l’ora di arrivare. Ormai manca poco: altri venti minuti di
sterrato e due torrenti da attraversare, passando per colline verdi coltivate
a
yucca, coca e platano, ci separano dal villaggio. Ma all’improvviso, vediamo un
fuoristrada fermo nel mezzo della via e diverse persone sedute ai bordi del
cammino: due uomini stanno armeggiando sotto l’auto, posizionata in una
strettoia in salita dove è impossibile sorpassare. Immediatamente capiamo che
sarà una cosa lunga, ma quando la gente ci dice che sono fermi da più di cinque
ore il mio morale precipita. Sembra quasi che un destino avverso non voglia
farmi giungere a destinazione: per poco non arrivo alla stazione di Bogotá per
il traffico tremendo, trovo casualmente l’ultimo posto sull’autobus per
Barranca, perdo la barca per il ritardo del bus e di conseguenza anche il
trasporto fino al villaggio; e quando finalmente tutti gli ostacoli sembrano
superati, tra cui il blocco dell’esercito che requisisce all’autista una
bottiglia di liquore per improbabili controlli, ecco che il destino mi gioca un
altro scherzetto.
Casa dolce casa. Il sole è ormai tramontato e si
sta facendo scuro. Le zanzare ci circondano e sembrano prediligere le mie
gambe, senza contare la stanchezza delle ventiquattrore di viaggio che, assieme
alla fame e alla sete, di colpo si fanno sentire. Lamentarmi non servirebbe a
niente, tanto più che ci sono persone e bambini che sono lì da ore aspettando
impassibili, lasciando scorgere una pazienza e uno spirito di sopportazione che
a me paiono quasi innaturali.
Dopo due interminabili ore
finalmente ripartiamo e rapidamente giungiamo ad Alto Cañabraval, dove incontro
volti amici e sollevati per il fatto di vederci dopo un ritardo così lungo. Il
primo a venirmi incontro è Antonio, il coordinatore della regione, che più che
un collega di lavoro è un amico e un maestro, una di quelle persone che sin dal
primo momento infonde fiducia. L’abbraccio che ci diamo è questa volta ancora
più forte e fraterno del solito: “Sono contenta che ti abbiano finalmente tolto
l’ordine di cattura”. Sono le uniche parole che riesco a dirgli. E non c’è
bisogno di dire altro: la stretta delle nostre braccia scurite dal sole è più
intensa di qualunque discorso. Dopo tre anni passati in esilio interno nella
regione, accusato di essere un favoreggiatore della guerriglia, può finalmente
muoversi liberamente, tornare in città e riabbracciare la figlia e la compagna
che non vede da tanto tempo. Ma, contrariamente ad ogni logica apparente, non
lo ha ancora fatto. E’ rimasto nella regione, a lavorare per questa gente così
calpestata dal conflitto interno e ha deciso di passare con loro anche questi
giorni
di festa e di condivisione, dimostrando una volta di più il grado di
coinvolgimento e di compromiso, come
si dice da queste parti, che lo lega al processo che si sta portando avanti.
Intorno al fuoco. Rapidamente, assieme a tutte le
persone dell’associazione contadina, ci dirigiamo verso la casa di
doña Aurora,
che ci ospiterà in questi due giorni di festa. Il maiale è stato ucciso ieri e
un piatto abbondante con l’immancabile yuca ci attende per rifocillarci. Ancora
non mi sono del tutto abituata all’alimentazione ricca di carboidrati e
proteine ma povera di vitamine della regione, ma questa sera anche il riso mi
sembra delizioso e in due minuti ripulisco il piatto.
Dopo aver organizzato la
sistemazione per la notte andiamo con gli altri ragazzi a festeggiare nel vecchio
laboratorio di coca che sta accanto alla casa. Sfodero dallo zaino ogni sorta
di ben di dio, mi sento un po’ come babbo natale: rum, aguardiente, biscotti, sigarette e un portatile da usare come jubox
rallegreranno la nostra serata. Chiacchieriamo per qualche ora davanti al fuoco
fino a quando le bottiglie non finiscono e il sonno prende il sopravvento.
Nella tenda mi sdraio con la testa fuori dall’apertura e, illuminata dal
chiarore della luna semitonda, ammiro la miriade di stelle che mi sovrasta mentre
ascolto Cruza de mà di De André. Mi
stupisco di come questo posto sappia riempirmi di emozioni primordiali e
profonde, di come in questo contesto tanto strano mi senta felice e
soddisfatta.