04/01/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Una cooperante di Ipo, in Colombia, racconta il Natale nelle comunità agricole del Sur de Bolivar
scritto per noi da
Laura Lorenzi*

Contadino nella selva Il Natale non mi è mai piaciuto. Non ho mai saputo coglierne il vero spirito e ogni anno rimango frastornata dal luccichio degli addobbi, dal falso buon cuore e dal consumismo sfrenato.
Quest’anno, mi sono detta, voglio che sia diverso. E così è stato.
Nella comunità contadina di Alto Cañabraval, Sur de Bolivar, tutti gli schemi saltano, ogni preconcetto deve essere rivisto e anche il Natale è una festività vissuta, per me, italiana trapiantata nella campagna colombiana, in modo curioso, diverso e affascinante.
Dopo due ore passate nel cassone posteriore di un fuoristrada assieme a donne, bimbi, uomini, viveri ed acido solforico, non vedo l’ora di arrivare. Ormai manca poco: altri venti minuti di sterrato e due torrenti da attraversare, passando per colline verdi coltivate a yucca, coca e platano, ci separano dal villaggio. Ma all’improvviso, vediamo un fuoristrada fermo nel mezzo della via e diverse persone sedute ai bordi del cammino: due uomini stanno armeggiando sotto l’auto, posizionata in una strettoia in salita dove è impossibile sorpassare. Immediatamente capiamo che sarà una cosa lunga, ma quando la gente ci dice che sono fermi da più di cinque ore il mio morale precipita. Sembra quasi che un destino avverso non voglia farmi giungere a destinazione: per poco non arrivo alla stazione di Bogotá per il traffico tremendo, trovo casualmente l’ultimo posto sull’autobus per Barranca, perdo la barca per il ritardo del bus e di conseguenza anche il trasporto fino al villaggio; e quando finalmente tutti gli ostacoli sembrano superati, tra cui il blocco dell’esercito che requisisce all’autista una bottiglia di liquore per improbabili controlli, ecco che il destino mi gioca un altro scherzetto.
 
Bambino con sombreroCasa dolce casa. Il sole è ormai tramontato e si sta facendo scuro. Le zanzare ci circondano e sembrano prediligere le mie gambe, senza contare la stanchezza delle ventiquattrore di viaggio che, assieme alla fame e alla sete, di colpo si fanno sentire. Lamentarmi non servirebbe a niente, tanto più che ci sono persone e bambini che sono lì da ore aspettando impassibili, lasciando scorgere una pazienza e uno spirito di sopportazione che a me paiono quasi innaturali.
Dopo due interminabili ore finalmente ripartiamo e rapidamente giungiamo ad Alto Cañabraval, dove incontro volti amici e sollevati per il fatto di vederci dopo un ritardo così lungo. Il primo a venirmi incontro è Antonio, il coordinatore della regione, che più che un collega di lavoro è un amico e un maestro, una di quelle persone che sin dal primo momento infonde fiducia. L’abbraccio che ci diamo è questa volta ancora più forte e fraterno del solito: “Sono contenta che ti abbiano finalmente tolto l’ordine di cattura”. Sono le uniche parole che riesco a dirgli. E non c’è bisogno di dire altro: la stretta delle nostre braccia scurite dal sole è più intensa di qualunque discorso. Dopo tre anni passati in esilio interno nella regione, accusato di essere un favoreggiatore della guerriglia, può finalmente muoversi liberamente, tornare in città e riabbracciare la figlia e la compagna che non vede da tanto tempo. Ma, contrariamente ad ogni logica apparente, non lo ha ancora fatto. E’ rimasto nella regione, a lavorare per questa gente così calpestata dal conflitto interno e ha deciso di passare con loro anche questi giorni di festa e di condivisione, dimostrando una volta di più il grado di coinvolgimento e di compromiso, come si dice da queste parti, che lo lega al processo che si sta portando avanti.
 
Bambino colombiano. Foto di Simone BrunoIntorno al fuoco. Rapidamente, assieme a tutte le persone dell’associazione contadina, ci dirigiamo verso la casa di doña Aurora, che ci ospiterà in questi due giorni di festa. Il maiale è stato ucciso ieri e un piatto abbondante con l’immancabile yuca ci attende per rifocillarci. Ancora non mi sono del tutto abituata all’alimentazione ricca di carboidrati e proteine ma povera di vitamine della regione, ma questa sera anche il riso mi sembra delizioso e in due minuti ripulisco il piatto.
Dopo aver organizzato la sistemazione per la notte andiamo con gli altri ragazzi a festeggiare nel vecchio laboratorio di coca che sta accanto alla casa. Sfodero dallo zaino ogni sorta di ben di dio, mi sento un po’ come babbo natale: rum, aguardiente, biscotti, sigarette e un portatile da usare come jubox rallegreranno la nostra serata. Chiacchieriamo per qualche ora davanti al fuoco fino a quando le bottiglie non finiscono e il sonno prende il sopravvento.
Nella tenda mi sdraio con la testa fuori dall’apertura e, illuminata dal chiarore della luna semitonda, ammiro la miriade di stelle che mi sovrasta mentre ascolto Cruza de mà di De André. Mi stupisco di come questo posto sappia riempirmi di emozioni primordiali e profonde, di come in questo contesto tanto strano mi senta felice e soddisfatta.
 
continua
Categoria: Guerra
Luogo: Colombia
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