2.1.2006. Khan Younis, a sud della Striscia di Gaza. In centro. Un paio
di spari. A pelle ho pensato: il consueto gratuito gesto di clamore,
come ieri
sera per festeggiare il Capodanno, forse perche' i fuochi d'artificio
costano di piu'. Una frazione di secondo dopo ne intuisco la vicinanza
e tendo istintivamente al riparo. Mi volto: un uomo in tuta mimetica
con un kalashnikov puntato verso l'alto (ce l'hanno forse anche con
Allah) si precipita a 5 metri da me e trascina con se' uno dei miei
compagni di viaggio, caricandolo su una Mercedes che fila via a razzo.
Eravamo parte di una delegazione al seguito dell'europarlamentare Luisa
Morgantini. Avevamo appena incontrato alcuni rappresentanti della
coalizione
democratica che si presenta alle prossime elezioni palestinesi (25
gennaio),
dopo aver visitato molte altre iniziative di ricostruzione della
polvere che resta del locale tessuto sociale, economico, culturale: non
solo l'UNRWA (l'Agenzia delle Nazioni Unite per i Profughi, ormai
stanziale da decenni), ma soprattutto molte iniziative locali, specie
di carattere educativo. Stavamo dunque uscendo dall'edificio dove si
era svolto l'ultimo incontro e a pochi passi ci attendeva il pulmino.
Una nostra ospite, una delle tante coraggiose donne che qui abbiamo
incontrato, appena scorto il pericolo, si e' posta a fronte della
vettura su cui ormai meta' del gruppo era salita, mentre altri hanno
protetto coloro che ne erano ancora fuori. E' grazie a loro, ai nostri
interlocutori, che soltanto uno di noi e' stato sequestrato; che gli
attentatori sono stati riconosciuti ed individuati; che il caso si
e' risolto in breve tempo.
Torniamo rapidamente all'edificio di prima; per sicurezza ci conducono
all'ultimo piano. La mobilitazione e' immediata e generale: polizia,
esercito, rappresentanti politici e della societa' civile sono li', per
noi e con noi. Sono li' con noi perche' conoscono e sono
eufemisticamente grati a Luisa per l'incommensurabile energia che
spende ormai da vent'anni a favore della causa palestinese. Sono li'
con noi perche', ripeteranno senza sosta, "si vergognano"
dell'accaduto: "vergogna", parola semplice ma pregnante, perche'
generalmente si vergogna un individuo, non una collettivita'. E'
un'esperienza piu' unica che rara osservare il rammarico di una
societa' che si sente disonorata dai suoi frutti acerbi,
impossibilitata a controllarli e infine defraudata delle proprie
speranze di un processo di stabilizzazione.
La paura non e' un sentimento che mi appartiene; semmai ho provato
preoccupazione per la sorte di Alessandro, non tanto perche' fosse
plausibile un omicidio, quanto perche' l'idiota armeggiare con
giocattoli veri e la recita del valoroso resistente possono concludersi
in tragedie gratuite. Alessandro avrebbe parlato di se' e delle
motivazioni che l'avevano spinto in questa terra. Soprattutto, tutti
noi confidavamo nel fatto che Luisa e' il simbolo dell'Occidente che
ascolta, che comprende, che tenacemente tenta di sbloccare una
situazione ormai oltre ogni limite di sopportazione. Sarebbero dunque
stati presto informati di aver catturato
proprio il bersaglio sbagliato.
Nonostante cio', anzi proprio per cio', sono esplosa in un pianto di
rabbia. Come reagire di fronte all'aporia che noi eravamo li' per loro,
peracquisire consapevolezza e farci portavoci di problemi considerati
sempre altrui perche' lontani, mentre la responsabilita' internazionale
grava su di essi come un macigno? Fino a poco prima stavamo discutendo
sulle vie per concretizzare ideali apparentemente troppo astratti e poi
quella erala moneta con cui ci stavano ripagando? E' stato come se
quella fioca luce che
avremmo voluto portare e al tempo stesso accogliere in quella
desolazione,
si fosse definitivamente spenta.
Le risposte che il timore della societa' civile di fronte ai gruppi
armati
frena ogni tentativo di opporvisivi e che la debole OLP nella striscia
di Gaza non ha alcun controllo, non mi erano bastate prima e non mi
bastano
ora. Prendo uno dei nostri ospiti a parte e gli faccio una sfuriata.
Lui mi
offre comprensione ma aggiunge pure, mortificato, che quegli episodi
sono all-ordine del giorno, che i media vi danno risalto soltanto
quando capita
agli stranieri ma che essi coinvolgono spesso anche gli abitanti. Il
giorno prima, 100 poliziotti armati avevano occupato il valico di
Rafah, al confine con l'Egitto, appena aperto dopo il ritiro dei coloni
dalla striscia di
Gaza. Due giorni prima, tre britannici erano stati analogamente
sequestrati. Il motivo: una disperante situazione economica che adduce
tassi di disoccupazione impensabili. Le motivazioni politiche sono
secondarie in tali casi, mi assicurano.Mi calmo. Ripercorro le parole
ascoltate in questi giorni, i volti incontrati, le tante iniziative di
stupefacente costruttivita' e creativita' che sorgono pur in un
territorio oggettivamente occupato. Ribevo le lacrime gia' assaporate
alla vista delle palesi violazioni
dei piu' elementari diritti umani gia' nella West Bank, della costante
attivita' israeliana di demolizione materiale e psicologica di un
popolo che considera inferiore e nemico. Penso a come mi sentirei
costretta a vivere in quell'autentica prigione che e' la striscia di
Gaza. E capisco. La rabbia scompare, subentra persino la pieta'. Mi
guardo attorno in un appartamento che si e' trasformato in un quartier
generale e che cionostante si premura
di offrire cordialita', calore, ospitalita', ostentando sorrisi su
volti
irrigiditi dal dolore e, ancora, dalla vergogna. Consumo l'attesa con
piu' calma, anche perche', grazie all'high tech del nuovo millennio,
circa 40 persone hanno telefonato ai sequestratori, mentre l'intero
establichment politico locale e nazionale ha spontaneamente
contattato la Morgantini. Nel giro di un paio d'ore il rilascio e' gia'
stato contrattato , ne occorreranno altre due per la liberazione
definitiva. La giornata non si conclude e anzi, si fa piu' nervosa.
Dopo le dichirazioni
alla stampa, corriamo al checkpoint: chiuso, ovviamente.
Improponibile
restare a Gaza. Telefoniamo al consolato che, solo in quest'occasione,
interviene. Un'altra ora e mezza e in via eccezionale gli israeliani ci
apriranno le porte. Nel frattempo, restiamo in ascolto dei bombardamenti che
i medesimi israeliani scaricano gratuitamente sulla zona cuscinetto ora
definita di sicurezza, che di giorno mietono vittime: ieri, due contadini.
Penso: speriamo non siano cosi' stupidi da colpire questo lunghissimo tunnel
di quasi un chilometro (il checkpoint) che hanno voluto e costruito loro
stessi. Con noi, una madre ed un bambino che soffre di cuore e una coppia di
anziani, di cui l'uomo immobilizzato su una carrozzina, impossibilitato a
camminare e parlare. Il checkpoint si apre ai palestinesi soltanto alle
11 e
alle 16 ed in eventuali, accertati casi di emergenza. Sono le 21 circa:
noi
otteniamo l'autorizzazione a passare, loro no. Ci opponiamo: passiamo
tutti,
italiani e palestinesi, oppure nessuno. Accolgono la madre col bambino;
il
vecchio avrebbe dovuto avvisare che necessitava della sedia a rotelle
con
cui si e' presentato perche' in tal modo ne avrebbero predisposta
un'altra (che in realta', poi vedremo, c'era gia' accantonata in un
angolo dell'ufficio di frontiera israeliano) ad accoglierlo, senza
dubbio priva di
qualsiasi supponibile esplosivo. Non ha avvisato, percio' o si alza sui
suoi
piedi scalzi e piagati o nulla, trascorrerra' la notte all'addiaccio.
Noi non ci muoviamo ancora. Passa un'altra ora, in cui i soldati
israeliani
possono solo vederci senza udirci tramite le videocamere e dai megafoni
invitare soltanto gli italiani ad oltrepassare il cancello. Dopo tre
quarti
d'ora, un funzionario israeliano si avvicina. La situazione si sblocca
lentamente. Percorsa l-altra meta' del tunnel, al termine del quale ci
perquisiscono da cima a fondo, compreso il controllo di tutte le fotografie
scattate, ci chiedono quale problema ci fosse.
Non apriamo una discussione. Scorgiamo pero' un'altra famiglia, una madre e
tre figli palestinesi, coricati ai bordi della strada, pronti ad affrontare
la notte con una coperta. Anch'essi giunti in ritardo per rientrare a casa
dall'ospedale per bambini talassemici. Questa volta, otteniamo soltanto il
permesso che attendano il giorno successivo negli uffici di confine.
Sara' la stanchezza, sara' l'eccesso di visioni e parole accumulate, ma questa
volta la comprensione non riscatta la
rabbia.
Silvia Zugno De March