19/12/2003versione stampabilestampainvia paginainvia



I profughi palestinesi in Libano, lontani dalla loro terra e discriminati dal Paese che li ospita
campo profughi palestinese in libanoAbu Jamal ha 63 anni. Vive in Libano. Si guadagna da vivere facendo il vetraio.
Abu è palestinese. In Libano è arrivato nel 1948, in fuga dalla prima guerra tra arabi e israeliani, scoppiata dopo la proclamazione della nascita dello stato di Israele.

Con i risparmi di una vita, ha acquistato un bilocale al confine del campo profughi dove vive. Quel piccolo appartamento rappresenta un orgoglio, un risultato raggiunto con la fatica e il lavoro. Ora la sua casa non ha più alcun valore.

Abu Jamal non può registrare l’appartamento a nome proprio, non può venderlo e non può lasciarlo in eredità ai suoi nove figli. Tutto per colpa di una legge del 2001 del parlamento di Beirut che, con la motivazione di proteggere il “diritto al ritorno dei Palestinesi nella propria terra”, gli impedisce di possedere un bene immobile.

Lo scorso ottobre, il parlamento libanese, ha rinviato la decisione su una proposta di legge di dieci deputati che non avrebbe dato ai Palestinesi gli stessi diritti di proprietà di altri stranieri, ma avrebbe permesso loro di acquistare un appartamento residenziale.

Abu ha raccontato la sua storia a IRIN sottolineando come “ lavoro da tutta una vita per comperare una casa ai miei figli e mi dicono che non ho gli stessi diritti degli altri. Se potessimo tornere in Palestina rinunceremmo a dieci case, ma non è possibile.”

Tutti i palestinesi che vivono nel Paese si trovano di fronte ad un dilemma: continuare a pagare per una casa la cui proprietà non gli verrà riconosciuta o smettere di farlo e perdere i soldi già versati?

Quelli che non hanno ancora registrato l’acquisto non possono dar prova della proprietà e molti di loro hanno venduto la casa ad un prezzo inferiore a quello d’acquisto.

In Libano vivono 390 mila profughi palestinesi che non sono mai riusciti a inserirsi totalmente nella società libanese, restandone ai margini e arrivando a svolgere solo i lavori più umili.

Il parlamento libanese sostiene che la legge è stata proposta per impedire che la situazione dei palestinesi diventasse definitiva. Il possesso di beni immobili, secondo i parlamentari, impedirebbe per sempre il loro ritorno in Palestina.

Un'altra proposta di legge, rinviata anch’essa, chiedeva almeno di cancellare dal testo della norma del 2001, l’obbligo per gli stranieri che desiderassero acquistare una casa in Libano, di appartenere ad uno “stato riconosciuto”.

I sostenitori della modifica dicono che “possedere un appartamento non significa naturalizzare i palestinesi, se si acquista una casa in Francia o in Germania si diventa francesi o tedeschi?”

Una petizione che chiede l’abrogazione della legge ha fatto il giro dei campi profughi e delle baracche dove vivono i palestinesi in Libano: lì i bimbi giocano in mezzo alla spazzatura.

Molti dei palestinesi che vivono in Libano sono riusciti, nel corso degli anni, a spostarsi nei paesi vicini per ottenerne la cittadinanza. In Siria hanno accesso a servizi, posti di lavoro e diritti di proprietà, mentre in Giordania possono addirittura ottenere il passaporto. Chi riesce ad abbandonare i campi profughi ma non il Libano, entra in un limbo giuridico.

“C’è pressione sui palestinesi in Libano sotto ogni punto di vista”, afferma Kotob, uno dei promotori della petizione popolare che chiede di rivedere la legge, “tutti i palestinesi che vivono qui vogliono emigrare e quindi la legge ha raggiunto il suo vero scopo”.

Il Libano ha un equilibrio religioso fragile e, molti di loro, temono che  permettere la stabilizzazione definitiva dei profughi palestinesi, per la maggior parte sunniti, metterebbe in crisi alla lunga i rapporti di forza tra cristiani, sciiti e sanniti, costati al Paese una lunga e sanguinosa guerra civile negli anni ’80.

Christian Elia

creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità