03/01/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Verso le elezioni in Palestina del 25 gennaio, tra dubbi e incertezze
I Palestinesi, per la prima volta dal 1996, si recheranno alle urne il 25 gennaio prossimo per eleggere il loro Consiglio Legislativo, quello che dovrebbe essere il Parlamento di un futuro stato palestinese. Ma questa volta non ci sarà Yasser Arafat, e non è una differenza sottile. Le elezioni precedenti erano state più che altro un plebiscito per il rais del partito Fatah, ma il 25 gennaio prossimo si assisterà a una dura lotta per assicurarsi il controllo dell’Assemblea. In palio ci sono i 132 posti del Consiglio, per i quali si sono iscritti a concorrere 728 candidati. Il partito Fatah, orfano del padre-padrone, rischia un tracollo di fronte alla compattezza dei candidati di Hamas, il partito armato che ha scelto di far fruttare il gradimento politico che ha saputo raccogliere tra la gente palestinese negli anni.   
 
un manifesto elettoraleGerusalemme contesa. La contesa elettorale, pur fissata da tempo, rischia di essere però rimandata. Abu Mazen, il Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, ha minacciato di rinviare il voto se Israele non toglierà il veto che ha imposto su Gerusalemme Est. Il governo israeliano ha deciso che, considerata la partecipazione di Hamas al voto, che Tel Aviv ha sempre considerato e continua a considerare solo un gruppo terroristico, i palestinesi che vivono nella parte occupata di Gerusalemme non potranno partecipare alle elezioni. Tanto per sottolineare il concetto, la polizia israeliana ha disperso il comizio di Hanan Ashrawi, candidata del partito Fatah, che aveva deciso di cominciare la sua campagna elettorale dalla Porta di Damasco a Gerusalemme, in segno di protesta contro la decisione d’Israele. E non sarà il solo candidato a scegliere Gerusalemme come tappa della campagna elettorale. Mazen, impegnato in questi giorni in un viaggio nei paesi arabi per consolidare la sua posizione politica, ha dichiarato oggi che l’atteggiamento del governo Sharon è insostenibile e che quindi tutti i candidati sono concordi nel rinviare le elezioni fino a quando non verrà chiarita la situazione a Gerusalemme.
 
un manifesto elettoraleI Palestinesi divisi. In realtà l’erede di Arafat ha giocato d’azzardo. Hamas non ha alcuna intenzione di rinviare le elezioni. “Se il voto verrà posticipato, prevedo un futuro fosco per queste terre”, ha dichiarato Ismail Hanya, un dirigente di Hamas, commentando le parole di Mazen. Il partito armato sa bene che, stando così le cose, i sondaggi danno Hamas come grande favorito mentre il Fatah è in crisi. Il partito è spaccato tra l’ala giovane e riformista che ha il suo punto di riferimento in Marwan Barghouti, il leader condannato all’ergastolo da Israele ma ancora capace di essere il punto di riferimento per molti militanti, e la vecchia guardia guidata da Mazen e Abu Ala. Quest’ultimo, con un colpo di mano, ha anche tentato di fondare un suo partito ed è la prima volta che si parla di una scissione del Fatah. Oggi il Fatah ha dato inizio ufficialmente alla sua campagna elettorale e ha scelto una sede suggestiva: il mausoleo di Arafat a Ramallah. Il gruppo dirigente ha promesso riforme, lotta alla corruzione e sicurezza, ma più che un programma elettorale sembrava di assistere a un de profundis.
 
un miliziano di hamasGaza anarchica. La sicurezza è il vero e proprio tallone d’Achille dell’Anp guidata dal Fatah. Nell’ultima settimana, nella Striscia di Gaza, sono stati rapiti una famiglia inglese e un pacifista italiano. Gli agenti della polizia palestinese manifestano da giorni denunciando le condizioni estreme nelle quali sono costretti a lavorare. “La mia principale preoccupazione è la sicurezza dei miei colleghi”, ha dichiarato ai giornalisti Veronique de Geyser, capo degli osservatori dell’Unione Europea per le elezioni in Palestina, “io stessa mi recherò a Gaza domani per accertarmi di persona dell’esistenza delle condizioni minime di sicurezza per svolgere  il nostro lavoro”. L’immagine internazionale dell’Anp è ai minimi storici: da quando Israele ha smobilitato gettando il fardello della gestione della Striscia di Gaza sulle spalle dei palestinesi, il territorio è in preda all’anarchia. Per molti osservatori era esattamente quello che si aspettava Sharon. Il quale, secondo alcune indiscrezioni del quotidiano israeliano Ma’ariv, avrebbe presentato in gran segreto agli Stati Uniti un piano che prevede la definizione unilaterale, sotto la supervisione Usa, dei confini orientali d’Israele e uno smantellamento degli avamposti illegali in Cisgiordania nati dopo l’approvazione della Road Map, il piano di pace di Russia, Ue, Usa e Nazioni Unite. Le smentite sono arrivate subito, ma il terreno scotta sempre più attorno alla tomba del rais

Christian Elia

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