Florent Hajrizi è tra quei giovani che hanno deciso di fare
qualcosa per la propria città, Mitrovica, in Kosovo, tormentata da una divisione che dura ormai da sei anni. I suoi
amici all’inizio avevano dei dubbi quando lui decise di avviare la ONG locale
Multiethnic
Children and Youth Peace Centers, con l’intento di contribuire al
miglioramento delle relazioni interetniche.

Il loro ultimo lavoro è un foto-progetto che intende
costruire il dialogo e unire la città. Attraverso un percorso fotografico, due
gruppi di giovani, nelle due parti della città, hanno lavorato insieme per
presentare l’un l’altro la parte di città in cui vivono. Almeno una convivenza
virtuale.
Al di là di queste iniziative, la città oggi vive una sorte di agonia. I
giovani, che come nel resto del Kosovo rappresentano la maggior parte della
popolazione, sono disoccupati e nutrono un sentimento di ribellione. Ad
intermittenza il ponte sul fiume Ibar è presidiato dai soldati francesi della
KFOR
e circondato di filo spinato. Anche se ultimamente la propaganda ufficiale è
incline a sostenere che la situazione riguardante la sicurezza sia normale, la
fragilità della situazione è quotidianamente tangibile. Florent sa bene che la
città ha bisogno di un potente meccanismo per l’unificazione. Il problema di
Mitrovica è aperto, mentre i negoziati per risolvere lo status del Kosovo sono
appena cominciati. I negoziati risolveranno questo problema? Se sì, quale sarà
il meccanismo? Se no, quali saranno le conseguenze? Quando si parla di
Mitrovica, queste sono solo alcune delle domande che attendono risposte.

A proposito della città divisa, è stato lo stesso
amministratore dell’
UNMIK, Sorren Jessen Petersen, a riconoscere il
fallimento di questa istituzione. Il 9 dicembre scorso, Petersen ha dichiarato:
“Il problema di Mitrovica è estremamente complesso e noi, la comunità
internazionale, l
’ UNMIK e le rispettive autorità di entrambi i lati,
non siamo stati in grado di far avanzare questo processo nella direzione
desiderata. Il fatto che non siamo riusciti negli scorsi sei anni a distruggere
il muro che separa la parte nord da quella sud, implica che gli sforzi di
entrambi le parti in causa, così come da parte dell’
UNMIK
e di gran
parte della comunità internazionale non sono stati sufficienti, in
termini di
supporto necessario o pressioni per aiutare a risolvere questa
questione”. L’analista Milazim Krasniqi, docente di filologia, dice che
non ci sarà alcuna
soluzione senza accordi speciali per Mitrovica, accordi che tengano
conto della
realtà venutasi a creare in sei anni di amministrazione internazionale.
“Ora
che il processo dei negoziati è cominciato, esiste la possibilità di
prendere
come riferimento ‘la situazione di fatto’ della separazione della
città,
dell’esistenza di due amministrazioni diverse, quella locale e quella
legittimata dalla Serbia. Questo punto di partenza sarà usato dalla
comunità
internazionale come uno strumento di pressione nei confronti del gruppo
negoziatore kosovaro, per imporre il più alto livello possibile di
decentramento. Una variante più radicale prevede che Mitrovica ottenga
lo
status di amministrazione speciale, simile a quello di Brcko, in Bosnia
Erzegovina. Ma questo minerebbe le possibilità di un accordo stabile”,
afferma
Krasniqi. Che sia necessario un accordo particolare lo pensa anche
Enver
Hoxhaj, professore di diritto internazionale presso l’Università di
Pristina,
e
membro del Consiglio Generale del
PDK. “La soluzione per la città di
Mitrovica può essere trovata solamente se l’
UNMIK creerà degli strumenti
politici concreti, nominando degli inviati speciali,” dice Hoxhaj. Secondo lui,
su questo tema il partito democratico ha fatto pressione continuamente sull’
UNMIK,
ma fino ad ora nulla è cambiato.

Quando la guerra è finita la parte nord è stata abitata dai
serbi, mentre in quella sud c’erano gli albanesi residenti. Ma i serbi del nord
non sono solamente gli ex -abitanti di Mitrovica, sono anche gli sfollati
provenienti da tutto il Kosovo. “Sono proprio questi che non sono interessati
ad avere l’ordine e la legge” dice l’ex-premier del Kosovo, Bajram Rexhepi,
pure lui cittadino di Mitrovica. La soluzione di questo problema, secondo
l’ex-premier, può essere trovata mediante il ritorno della gente alle loro
proprietà, per rinforzare e promuovere lo stato di diritto, lo sviluppo
economico e i progetti comuni. Secondo Rexhepi, all’UN Habitat spetta di
risolvere i conflitti legali per le proprietà, ma è l’
UNMIK che deve
procedere per far ritornare gli abitanti nelle loro case. “Io attualmente non
vedo una disponibilità di queste strutture,” dice l’ex premier. “I serbi
minacciano continuamente che se ci sarà qualche soluzione imposta con la forza,
loro abbandoneranno il Kosovo. Questo vuol dire un fallimento delle forze di
peace
keeping della
KFOR”. Non si può escludere anche la possibilità che
esista un accordo segreto tra la struttura internazionale e quella serba, che
lascerà aperto questo problema, accordo che è fatto sotto la pressione della
pulizia etnica e di disordini generali,” dice Rexhepi. Il governo di Rexhepi è
stato il primo e l’unico ad aver preparato, nei suoi primi mesi di governo, una
strategia per la riunificazione della città. Ma secondo Rexhepi la mancanza di
proprie
competenze ha fatto sì che la strategia non sfociasse in attività concrete.
Riguardo l’aspetto economico, gli abitanti albanesi e serbi di Mitrovica hanno
dichiarato di essere pronti a lavorare insieme, però l’industria più grande
dove hanno lavorato circa 11mila operai, quella delle miniere di Trepca, non
funziona più.

“È questo il filo da cui deve cominciare la convivenza in
una città divisa etnicamente” dice Rexhepi. Florent è un esempio di come
l’occupazione e il lavoro possono fare in modo che i giovani lascino dietro di
sé l’odio etnico. “Io ho buoni rapporti di lavoro con i serbi, e alcuni di loro
sono pure miei amici” dice ottimista. Però, sfortunatamente, non sono in molti
a pensarla così.
L’anno scorso in marzo, dopo l’incidente in cui sono annegati tre bambini, la
situazione è andata fuori controllo. Le violenti proteste erano soprattutto dei
giovani frustrati.
L’ex premier dice che la soluzione per la città divisa deve essere compresa
nello stesso pacchetto riguardante lo status del Kosovo e che dovrà essere
amministrata insieme con gli internazionali. “Ma strutture come ‘le guardie del
Ponte’ e i sevizi segreti della Serbia sono una realtà che va eliminata il più
presto possibile” afferma Rexhepi.
Mitrovica non deve essere solamente una questione di volontà, dicono gli
analisti. “L’
UNMIK e la
KFOR sono in ritardo su questa questione,
perché adesso l’
UNMIK è nella fase di riduzione delle competenze e di
chiusura della sua missione” dice il professor Krasniqi, mentre la
KFOR
è concentrata a mantenere la stabilità in tutto il Kosovo, perché i negoziati
potrebbero creare disordini anche in altre parti del Kosovo. Secondo Krasniqi
adesso non esiste né la volontà, né il tempo e le capacità per cambiare la
situazione. “Dall’altra parte il team negoziatore non è preparato per creare una
nuova
dinamica riguardo la questione Mitrovica”, dice Krasniqi. Ma c’è una cosa su
cui tutti sono d’accordo, che la città divisa avrà sempre un potenziale
negativo in grado di suscitare conflitti.
Negli ultimi giorni un gruppo di quattordici intellettuali di Mitrovica ha
avanzato pubblicamente una richiesta affinché le sedi dei due ministeri che
stanno per essere resi operativi, il ministero degli Interni e quello della
Giustizia, vengano costruite a Mitrovica, con lo scopo di integrare
maggiormente la città.
Alma Lama*