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L'ultimo contingente di soldati indonesiani ha lasciato la settimana scorsa la
provincia di Banda Aceh, nel nord dell'isola indonesiana di Sumatra. Con il ritiro
di 2.500 militari si chiudono anni di militarizzazione della provincia e si compie
l'ultima fase di un processo iniziato il 15 agosto scorso, con la firma degli
accordi di pace tra il governo indonesiano e le milizie del Gam (Gerakan Aceh
Merdeka), Movimento per Aceh libera. La pace dopo lo tsunami è stata accolta con
una certa sorpresa dagli osservatori internazionali, stupiti della buona volontà
espressa da entrambe le parti. Il comandante militare di Aceh, Supiadin A.S.,
ha riferito che sono stati ritirati dalla provincia 24.125 soldati, le cosiddette
forze 'non organiche'. Ve ne rimarranno 14.700, in aggiunta a 9.100 poliziotti.
Maarti Ahtisaari, il mediatore internazionale finlandese che negli ultimi anni
ha accompagnato gli sforzi (falliti in più di una circostanza) per addivenire
ad un'intesa, ha elogiato la condotta di governo e ribelli.
Un'overdose di fiducia. L'ottimismo si respirava ovunque, negli uffici dell'Amm (Aceh Monitoring Mission)
a Banda Aceh, da noi visitati due mesi fa, quando il disarmo era alla sua terza
fase, e i circa 3mila ex combattenti, graziati da un'amnistia generale, stavano
mantenendo fede ai patti: la consegna delle armi in cambio di risarcimenti in
denaro (circa 100 dollari a persona) stava avvenendo secondo le previsioni. Entusiasta
il portavoce degli osservatori internazionali Juri Laas, che parlava di un andamento
del processo di pace 'più che soddisfacente', dopo le iniziali - comprensibili
- diffidenze. Compiaciuta anche la vice-capo missione, l'italiana Renata Tardioli,
che ha seguito l'iter legale di redazione del 'Memorandum of understanding' tra
Gam e governo. In merito a quest'ultimo aspetto, si tratta di una bozza d'intesa
provvisoria, con alcuni punti che dovranno contemplare, oltre a quelli già citati:
la costituzione di partiti politici e l'indizione di libere elezioni; l'istituzione
di una commissione per la verità e la riconciliazione; il reintegro nella società
degli ex combattenti del Gam; il diritto della provincia di Aceh al 70 per cento
dei proventi dello sfruttamento delle risorse naturali di idrocarburi presenti
sul suo territorio. Queste disposizioni sono però subordinate all'approvazione
del testo finale da parte del Parlamento indonesiano, che dovrà pronunciarsi entro
l'aprile del prossimo anno.
La memoria che non si cancella. Sono in molti a sostenere che tanto ottimistico entusiasmo da parte degli osservatori
internazionali non avrebbe mai potuto contraddistinguere il processo di pace,
se nelle intenzioni dei due belligeranti non avesse giocato un ruolo fondamentale
la catastrofe del 26 dicembre. Ciononostante, neanche lo tsunami riuscirà mai
far dimenticare agli acehnesi 29 anni di guerra, durante i quali entrambe le fazioni
si sono rese responsabili di brutali episodi di violenza. Da parte dei ribelli
ai danni dei militari e di quest'ultimi ai danni dei ribelli. Ma soprattutto ai
danni della popolazione civile. Gli anni terribili del Dom (Daerah Operasi Militer)
ad opera dell'esercito indonesiano superarono per ampiezza, gravità ed efferatezza
qualsiasi altra azione di rappresaglia. Nelle intenzioni del governo l'operazione
fu condotta per stroncare la resistenza del Gam e fiaccare il sostegno che la
popolazione forniva ai ribelli. Durante tale decennio (1989-1998), il pedaggio
di morte raggiunse la quota di 7.727 vittime, tra ribelli e civili.
Un governo senza credibilità. I rappresentanti di Koalisi ('Coalizione') , organizzazione che sotto la sua
sigla ne raccoglie numerose altre, sparse per tutta la provincia, sono stati intervistati
da PeaceReporter nella sede di Banda Aceh. Il portavoce Abdul Rahman Yakob ci
ha spiegato come, anche dopo la repressione del Dom, la violenza dell'esercito
non si è placata. Dopo il '98 (e fino all'ottobre del 2005) si sono registrati
3.258 casi di esecuzioni sommarie, arbitrarie o extra-giudiziali; 1.468 casi di
arresti e detenzioni arbitrarie; 6.054 casi di torture. "Un'inchiesta approfondita
contro i responsabili di tali crimini contro l'umanità - ha spiegato Yakob - non
è mai stata condotta. Questo ha creato negli acehnesi una sfiducia generalizzata
e crescente contro il governo di Giakarta. Per questo si parla di 'tragedia della
civiltà': il concetto dello Stato moderno, in Indonesia come altrove è stato introdotto
per tutelare i diritti dei cittadini. Ma qui da noi lo Stato non si è rivelato in
altre forme se non quella di una struttura di potere capace di opprimere anche
la nostra umanità".Luca Galassi