03/01/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Religione e modernità: due matrimoni raccontano un Paese diviso
scritto per noi da
Dario Minotti
 
 
Arrusì in persiano significa festa di matrimonio. E’ una parola molto ricorrente nelle conversazioni tra gli iraniani, ma è anche un luogo di osservazione privilegiato per comprendere le diverse anime che compongono la società dell’Iran.
 
una donna velata alla cabina telefonicaLa tradizione. Mashad, seconda città del Paese, posta sulla direttrice verso l’Afghanistan, lungo l’antica Via della Seta, è il massimo centro religioso del Paese. E’ in questo luogo di pellegrinaggio e di preghiera che una sera siamo invitati a una festa di matrimonio. L’appartamento dove si svolgono i festeggiamenti è in  un’anonima palazzina a tre piani. All’entrata la nostra comitiva si divide: le donne si fermano al primo piano mentre gli uomini, bambini compresi, salgono ancora una rampa di scale. Tutti tolgono le scarpe, come d’abitudine.
La casa è già piena di invitati, tutti ben vestiti e seduti sulle sedie poste lungo le pareti. Bassi tavolini ai margini della stanza traboccano di frutta fresca, pistacchi, semi di girasole e pasticcini.
In un angolo l’intrattenitore si appresta ad attaccare le danze. Con una tastiera e un microfono esorta i presenti a ballare. L’atmosfera appare però un po’ pigra e  surreale: solo i bambini iniziano a dimenarsi al ritmo delle musiche tradizionali. Partono le danze di gruppo del repertorio delle tribù nomadi e curde.
In breve tutti gli invitati si muovono all’unisono compiendo complicati passi di danza. Il tutto accompagnato da sonori colpi dei piedi sul tappeto, da urla e battiti di mani.
Attorno alle dieci scatta l’ora della cena. Gli uomini baffuti  stendono sul pavimento una lunga tela cerata azzurra e ornata da motivi floreali. E’ il sofreh e tutti si siedono con le gambe incrociate ai suoi lati. Compaiono grossi vassoi con riso allo zafferano, yogurt speziato, pietanze e intingoli. C’è molta plastica: piatti, bicchieri, cucchiai e forchette. Anche lo yogurt è in piccoli vasetti bianchi.
La cena in tutto non dura più di venti minuti: gli uomini passano più volte offrendo porzioni del restante riso.
Una volta finito, il lungo sofreh viene velocemente pulito e arrotolato. Ora gli addetti girano per casa riempiendo i bicchieri degli invitati con tè fumante. I bambini di nuovo si scatenano nelle danze. Uno di loro, un po’ grassottello, inscena la parte dell’ubriaco. Tutti ridono. Qualcuno tira fuori banconote da 10.000 rial (l’equivalente di una corsa in taxi) e fa un cenno con la mano infilandola in tasca al ragazzo. La scena si ripete più volte e anche gli altri  bambini ci provano, ma con minor successo. Intanto fanno il loro ingresso gli sposi che sinora hanno festeggiato con le invitate donne nell’appartamento di sotto. Mi sussurrano: «Alla sposa stringi la mano solo se è lei che te la porge. Niente baci!». La coppia passa a salutare gli ospiti disposti lungo il perimetro dell’appartamento. Anche qui si sprecano le banconote nelle tasche dello sposo. La serata procede verso la conclusione, il ritmo delle musiche rallenta. Qualcuno se ne è già andato e, con la musica registrata, comincia il lungo rituale dei saluti.
Attorno a mezzanotte la festa è conclusa. Qualcuno guardando l’orologio si sorprende dell’orario raggiunto e mi dice a bassa voce:: “Sai, non è frequente in questa città fare così tardi!”.    
 
le luci del palco del matrimonio a shirazLa modernità. Shiraz, terza città dell’Iran, a 150 chilometri dalle coste del Golfo. Ospitati nella favolosa abitazione di un noto dentista locale,una sera siamo invitati ad un arrussì. In taxi giriamo parecchio prima di giungere a destinazione. Seppur poco distanti dalla città, la località è piuttosto deserta. Con i cellulari chiediamo ripetutamente informazioni agli amici sugli altri taxi.. Quando finalmente arriviamo ci troviamo davanti alla cancellata in ferro battuto di una villa circondata da un immenso parco.
All’interno, una piscina contornata da centinaia di candele accese accoglie gli invitati. Il clima mite dell’autunno è piacevole. Le danze sono già iniziate e nella pista all’aperto ballano insieme uomini e donne. Le braccia alzate si muovono al ritmo della musica tecno persiana. Sembra una discoteca. Sulle tavolate stracolme di bevande gli invitati possono servirsi whiskey, gin e birra. I piatti e le posate non sono in plastica.
Le donne sono vistosamente truccate e vestite con abiti molto sexy. Solo le più anziane tra esse indossano il rusary (foulard) sul capo, ma nessuna porta il chador. Arrivano gli sposi a bordo di una lussuosa berlina bianca tutta rivestita di fiori freschi intrecciati sulla carrozzeria. La serata procede a gran ritmo e la pista da ballo è sempre piena. Quando giunge il momento del lancio del bouquet, un folto cerchio di persone si forma attorno alla coppia. Lentamente e a ritmo di musica la sposa inizia dapprima a sfilare i fiori uno ad uno. Poi l’improvviso lancio e notevoli sono i salti dei presenti per afferrarlo. Così fino a notte fonda la festa procede tra balli forsennati e romantici lenti per le coppie. Sono ormai le quattro del mattino. I musicisti richiamano i presenti sulla pista da ballo. Parte una canzone dalle tonalità solenni e imperiose; è l’inno nazionale al tempo dello scià. Tutti si portano la mano destra sul petto e con il braccio sinistro alzato, indice e medio uniti seguono le note della marcia e cantano a gran voce. Il tastierista grida nel microfono la parola azadì (libertà).
Come alla fine di un concerto rock vengono presentati i singoli musicisti e questi replicano con lunghi assolo di chitarra ,basso e batteria. Seguono lunghi saluti, baci e abbracci. Subito prima di varcare il cancello della villa, però, tutte le donne recuperano prudentemente i loro foulard e qualcuna riprende il  chador dal guardaroba. Così, di nuovo vestite secondo i dettami del clero al potere le donne riprendono la via verso casa: la Repubblica Islamica d’Iran. 
Categoria: Donne, Popoli, Costume
Luogo: Iran
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