scritto per noi da
Dario Minotti
Arrusì in persiano significa festa di matrimonio. E’ una parola molto ricorrente nelle
conversazioni tra gli iraniani, ma è anche un luogo di osservazione privilegiato
per comprendere le diverse anime che compongono la società dell’Iran.
La tradizione. Mashad, seconda città del Paese, posta sulla direttrice verso l’Afghanistan,
lungo l’antica Via della Seta, è il massimo centro religioso del Paese. E’ in
questo luogo di pellegrinaggio e di preghiera che una sera siamo invitati a una
festa di matrimonio. L’appartamento dove si svolgono i festeggiamenti è in un’anonima
palazzina a tre piani. All’entrata la nostra comitiva si divide: le donne si fermano
al primo piano mentre gli uomini, bambini compresi, salgono ancora una rampa di
scale. Tutti tolgono le scarpe, come d’abitudine.
La casa è già piena di invitati, tutti ben vestiti e seduti sulle sedie poste
lungo le pareti. Bassi tavolini ai margini della stanza traboccano di frutta fresca,
pistacchi, semi di girasole e pasticcini.
In un angolo l’intrattenitore si appresta ad attaccare le danze. Con una tastiera
e un microfono esorta i presenti a ballare. L’atmosfera appare però un po’ pigra
e surreale: solo i bambini iniziano a dimenarsi al ritmo delle musiche tradizionali.
Partono le danze di gruppo del repertorio delle tribù nomadi e curde.
In breve tutti gli invitati si muovono all’unisono compiendo complicati passi
di danza. Il tutto accompagnato da sonori colpi dei piedi sul tappeto, da urla
e battiti di mani.
Attorno alle dieci scatta l’ora della cena. Gli uomini baffuti stendono sul
pavimento una lunga tela cerata azzurra e ornata da motivi floreali. E’ il sofreh e tutti si siedono con le gambe incrociate ai suoi lati. Compaiono grossi vassoi
con riso allo zafferano, yogurt speziato, pietanze e intingoli. C’è molta plastica:
piatti, bicchieri, cucchiai e forchette. Anche lo yogurt è in piccoli vasetti
bianchi.
La cena in tutto non dura più di venti minuti: gli uomini passano più volte offrendo
porzioni del restante riso.
Una volta finito, il lungo sofreh viene velocemente pulito e arrotolato. Ora gli addetti girano per casa riempiendo
i bicchieri degli invitati con tè fumante. I bambini di nuovo si scatenano nelle
danze. Uno di loro, un po’ grassottello, inscena la parte dell’ubriaco. Tutti
ridono. Qualcuno tira fuori banconote da 10.000 rial (l’equivalente di una corsa
in taxi) e fa un cenno con la mano infilandola in tasca al ragazzo. La scena si
ripete più volte e anche gli altri bambini ci provano, ma con minor successo.
Intanto fanno il loro ingresso gli sposi che sinora hanno festeggiato con le invitate
donne nell’appartamento di sotto. Mi sussurrano: «Alla sposa stringi la mano solo
se è lei che te la porge. Niente baci!». La coppia passa a salutare gli ospiti
disposti lungo il perimetro dell’appartamento. Anche qui si sprecano le banconote
nelle tasche dello sposo. La serata procede verso la conclusione, il ritmo delle
musiche rallenta. Qualcuno se ne è già andato e, con la musica registrata, comincia
il lungo rituale dei saluti.
Attorno a mezzanotte la festa è conclusa. Qualcuno guardando l’orologio si sorprende
dell’orario raggiunto e mi dice a bassa voce:: “Sai, non è frequente in questa
città fare così tardi!”.
La modernità. Shiraz, terza città dell’Iran, a 150 chilometri dalle coste del Golfo. Ospitati
nella favolosa abitazione di un noto dentista locale,una sera siamo invitati ad
un
arrussì. In taxi giriamo parecchio prima di giungere a destinazione. Seppur poco distanti
dalla città, la località è piuttosto deserta. Con i cellulari chiediamo ripetutamente
informazioni agli amici sugli altri taxi.. Quando finalmente arriviamo ci troviamo
davanti alla cancellata in ferro battuto di una villa circondata da un immenso
parco.
All’interno, una piscina contornata da centinaia di candele accese accoglie gli
invitati. Il clima mite dell’autunno è piacevole. Le danze sono già iniziate e
nella pista all’aperto ballano insieme uomini e donne. Le braccia alzate si muovono
al ritmo della musica tecno persiana. Sembra una discoteca. Sulle tavolate stracolme
di bevande gli invitati possono servirsi whiskey, gin e birra. I piatti e le posate
non sono in plastica.
Le donne sono vistosamente truccate e vestite con abiti molto sexy. Solo le più
anziane tra esse indossano il rusary (foulard) sul capo, ma nessuna porta il chador. Arrivano gli sposi a bordo di una lussuosa berlina bianca tutta rivestita di
fiori freschi intrecciati sulla carrozzeria. La serata procede a gran ritmo e
la pista da ballo è sempre piena. Quando giunge il momento del lancio del bouquet,
un folto cerchio di persone si forma attorno alla coppia. Lentamente e a ritmo
di musica la sposa inizia dapprima a sfilare i fiori uno ad uno. Poi l’improvviso
lancio e notevoli sono i salti dei presenti per afferrarlo. Così fino a notte
fonda la festa procede tra balli forsennati e romantici lenti per le coppie. Sono
ormai le quattro del mattino. I musicisti richiamano i presenti sulla pista da
ballo. Parte una canzone dalle tonalità solenni e imperiose; è l’inno nazionale
al tempo dello scià. Tutti si portano la mano destra sul petto e con il braccio
sinistro alzato, indice e medio uniti seguono le note della marcia e cantano a
gran voce. Il tastierista grida nel microfono la parola azadì (libertà).
Come alla fine di un concerto rock vengono presentati i singoli musicisti e questi
replicano con lunghi assolo di chitarra ,basso e batteria. Seguono lunghi saluti,
baci e abbracci. Subito prima di varcare il cancello della villa, però, tutte
le donne recuperano prudentemente i loro foulard e qualcuna riprende il chador dal guardaroba. Così, di nuovo vestite secondo i dettami del clero al potere
le donne riprendono la via verso casa: la Repubblica Islamica d’Iran.