07/01/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



La testimonianza dell'attivista saharawi Yakoub Mbarak
Scritto per noi da
Luca Ferrari
 
 
“Quando i civili scapparono, non tutte le famiglie lo poterono fare insieme; solo madri con bambini, singoli padri, etc. Queste famiglie è da 30 anni che sono divise e non hanno nessun contatto. Nessuno di loro ha mai visto l’altro da decenni. Bambini diventati uomini che hanno figli, che non hanno mai visto i nonni”. A parlare è Yakoub Mbarek, in Italia grazie alla sezione di Mestre di Amnesty International, un attivista che si batte in prima linea per la salvaguardia dei diritti del popolo del Sahara Occidentale, i Sahrawi (la gente del deserto). 
 
yakoub mbarekUn popolo diviso. I Saharawi rivendicano l’autodeterminazione del loro Paese, per altro già riconosciuta dalla Corte di Giustizia Internazionale, occupato dal Marocco. Colonia spagnola fino a 30 anni fa, a partire dall’ottobre dal 1975, il Sahara Occidentale subì l’aggressione marocchina e da allora è diviso in due parti: una occupata dai marocchini e una parte che i Saharawi chiamano ‘liberata’. La divisione è sancita da un gigantesco muro di 2686 chilometri, costruito dal Marocco tra 1980 e il 1987. Ma la maggior parte dei civili saharawi, con l’occupazione da parte del Marocco, sono scappati e da allora si sono rifugiati nel deserto algerino, nell’area vicino a Tindouf (Algeria sud-occidentale), nella quale vi sono quattro campi profughi denominati wilaya (regioni), divisi in daira (provincia) ove si calcola ci siano almeno 250mila profughi. Persone che vivono nel deserto del deserto, “una zona”, spiega Yakoub “che è come un piatto. Non c’è nulla. Durante il  giorno si toccano temperature fino a 55° e la notte si scende sotto lo zero”. Nonostante l’aiuto umanitario da parte di associazioni di solidarietà europee, secondo Yacoub “ci sarebbe più bisogno di un aiuto politico, anche perchè è quello il vero problema. Auspicare una pressione da parte dei governi  europei per far sì che vengano rispettati i diritti del popolo Sahrawi”. Per chi è rimasto invece nel territorio occupato, i Sahrawi sono trattati alla stregua di cittadini di seconda classe. Non hanno nessun diritto.
 
La situazione attuale. In questi ultimi sette mesi, a partire dal maggio 2005, i Sahrawi che vivono nella zona occupata dal Marocco (la parte occidentale del Paese), hanno dato vita a una lunga serie di manifestazioni pacifiche, in particolare presso la città di Al Aiun, per chiedere l’autodeterminazione e la libertà per la loro terra. Il problema è che il governo marocchino ha spesso represso queste manifestazioni nel sangue, e migliaia di ragazzi saharawi sono in carcere: 37 di loro hanno dato inizio a uno sciopero della fame durato ben 51 giorni. Dopo una sosta, adesso ne hanno iniziato un altro. “La maggior parte di loro”, racconta Yakoub, “sono sotto il controllo medico, ma sempre all’interno del carcere, visto che dopo tutti questi giorni senza acqua nè cibo, hanno inizato ad avere problemi di salute”. Tra questi ci sono otto attivisti che si battono per il rispetto dei diritti umani che sono attualmente detenuti nella Prigione Civile di Al Aiun in attesa di processo. Sette di loro, Aminatou Haidar, Ali-Salem Tamek, Mohamed El-Moutaouakil, Houssein Lidri, Brahim Noumria, Larbi Messaoud e H’mad Hammad, devono apparire davanti alla Corte di Appello di  Al Aiun insieme ad altre sette persone accusate di essere state colte mentre partecipavano a dimostrazioni per l’autodeterminazione del popolo Saharawi. L’ottavo attivista, Brahim Dahane, arrestato il 30 ottobre, è incriminato sempre per le sue attività relative ai diritti umani, ma il suo caso rimane sotto indagini giuridiche e sarà portato sotto processo separatamente.
 
Non solo solidarietà. Nonostante il supporto dell’associazionismo internazionale, come nel caso della bolognese El Ouali o della romana ANSPS (Associazione Nazionale di Solidarietà con il Popolo Sahrawi), circa 5 mesi fa il governo marocchino ha ribadito l’intenzione di non voler concedere nessun referendum in merito all’autodeterminazione del popolo Saharawi “perchè secondo loro non esistono i Saharawi” continuava Yacoub, “e non esisterà mai una nazione che si chiamerà Sahara Occidentale”. In conclusione Yakoub, oltre a un caloroso ringraziamento nei confronti di Amnesty International, non solo per l’invito, quanto per il supporto e l’attenzione a livello di campagne che promuove a favore del suo popolo, si è così congedato: “Quello che voglio dire è che noi, come Saharawi, abbiamo cercato di condurre le relazioni con il Marocco in modo pacifico, abbiamo cercato di trattare con le Nazioni Unite per venire a capo di questo problema. C’è un piano pronto da circa tre anni per il mio popolo e nessuno ha ancora fatto nulla. Noi lavoriamo, crediamo nella pace. I nostri bambini, quelli che sono nati nei deserti e non sanno nulla di quello che succede nel mondo, ogni due mesi all’anno vengono in Italia. Circa 500 bambini Saharawi trascorrono quasi due mesi qui in un progetto chiamato 'Piccoli Ambasciatori di Pace'. Noi non abbiamo mandato nessun terrorista, non abbiamo messo nessuna bomba contro i marocchini. Stiamo tutt’ora cercando di risolvere il problema pacificamente. I bambini sono i nostri ambasciatori. Loro portano avanti la causa Saharawi e la nostra cultura pacifica”.
Categoria: Diritti, Guerra
Luogo: Sahara Occidentale
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