Scritto per noi da
Luca Ferrari
“Quando i civili scapparono, non tutte le famiglie lo poterono fare insieme;
solo madri con bambini, singoli padri, etc. Queste famiglie è da 30 anni che sono
divise e non hanno nessun contatto. Nessuno di loro ha mai visto l’altro da decenni.
Bambini diventati uomini che hanno figli, che non hanno mai visto i nonni”. A
parlare è Yakoub Mbarek, in Italia grazie alla sezione di Mestre di Amnesty International,
un attivista che si batte in prima linea per la salvaguardia dei diritti del popolo
del Sahara Occidentale, i Sahrawi (la gente del deserto).
Un popolo diviso. I Saharawi rivendicano l’autodeterminazione del loro Paese, per altro già riconosciuta
dalla Corte di Giustizia Internazionale, occupato dal Marocco. Colonia spagnola
fino a 30 anni fa, a partire dall’ottobre dal 1975, il Sahara Occidentale subì
l’aggressione marocchina e da allora è diviso in due parti: una occupata dai marocchini
e una parte che i Saharawi chiamano ‘liberata’. La divisione è sancita da un gigantesco
muro di 2686 chilometri, costruito dal Marocco tra 1980 e il 1987. Ma la maggior
parte dei civili saharawi, con l’occupazione da parte del Marocco, sono scappati
e da allora si sono rifugiati nel deserto algerino, nell’area vicino a Tindouf
(Algeria sud-occidentale), nella quale vi sono quattro campi profughi denominati
wilaya (regioni), divisi in
daira (provincia) ove si calcola ci siano almeno 250mila profughi. Persone che vivono
nel deserto del deserto, “una zona”, spiega Yakoub “che è come un piatto. Non
c’è nulla. Durante il giorno si toccano temperature fino a 55° e la notte si
scende sotto lo zero”. Nonostante l’aiuto umanitario da parte di associazioni
di solidarietà europee, secondo Yacoub “ci sarebbe più bisogno di un aiuto politico,
anche perchè è quello il vero problema. Auspicare una pressione da parte dei governi
europei per far sì che vengano rispettati i diritti del popolo Sahrawi”. Per chi
è rimasto invece nel territorio occupato, i Sahrawi sono trattati alla stregua
di cittadini di seconda classe. Non hanno nessun diritto.
La situazione attuale. In questi ultimi sette mesi, a partire dal maggio 2005, i Sahrawi che vivono
nella zona occupata dal Marocco (la parte occidentale del Paese), hanno dato vita
a una lunga serie di manifestazioni pacifiche, in particolare presso la città
di Al Aiun, per chiedere l’autodeterminazione e la libertà per la loro terra.
Il problema è che il governo marocchino ha spesso represso queste manifestazioni
nel sangue, e migliaia di ragazzi saharawi sono in carcere: 37 di loro hanno dato
inizio a uno sciopero della fame durato ben 51 giorni. Dopo una sosta, adesso
ne hanno iniziato un altro. “La maggior parte di loro”, racconta Yakoub, “sono
sotto il controllo medico, ma sempre all’interno del carcere, visto che dopo tutti
questi giorni senza acqua nè cibo, hanno inizato ad avere problemi di salute”.
Tra questi ci sono otto attivisti che si battono per il rispetto dei diritti umani
che sono attualmente detenuti nella Prigione Civile di Al Aiun in attesa di processo.
Sette di loro, Aminatou Haidar, Ali-Salem Tamek, Mohamed El-Moutaouakil, Houssein
Lidri, Brahim Noumria, Larbi Messaoud e H’mad Hammad, devono apparire davanti
alla Corte di Appello di Al Aiun insieme ad altre sette persone accusate di essere
state colte mentre partecipavano a dimostrazioni per l’autodeterminazione del
popolo Saharawi. L’ottavo attivista, Brahim Dahane, arrestato il 30 ottobre, è
incriminato sempre per le sue attività relative ai diritti umani, ma il suo caso
rimane sotto indagini giuridiche e sarà portato sotto processo separatamente.
Non solo solidarietà. Nonostante il supporto dell’associazionismo internazionale, come nel caso della
bolognese
El Ouali o della romana
ANSPS (Associazione Nazionale di Solidarietà con il Popolo Sahrawi), circa 5 mesi
fa il governo marocchino ha ribadito l’intenzione di non voler concedere nessun
referendum in merito all’autodeterminazione del popolo Saharawi “perchè secondo
loro non esistono i Saharawi” continuava Yacoub, “e non esisterà mai una nazione
che si chiamerà Sahara Occidentale”. In conclusione Yakoub, oltre a un caloroso
ringraziamento nei confronti di Amnesty International, non solo per l’invito,
quanto per il supporto e l’attenzione a livello di campagne che promuove a favore
del suo popolo, si è così congedato: “Quello che voglio dire è che noi, come Saharawi,
abbiamo cercato di condurre le relazioni con il Marocco in modo pacifico, abbiamo
cercato di trattare con le Nazioni Unite per venire a capo di questo problema.
C’è un piano pronto da circa tre anni per il mio popolo e nessuno ha ancora fatto
nulla. Noi lavoriamo, crediamo nella pace. I nostri bambini, quelli che sono nati
nei deserti e non sanno nulla di quello che succede nel mondo, ogni due mesi all’anno
vengono in Italia. Circa 500 bambini Saharawi trascorrono quasi due mesi qui in
un progetto chiamato 'Piccoli Ambasciatori di Pace'. Noi non abbiamo mandato nessun
terrorista, non abbiamo messo nessuna bomba contro i marocchini. Stiamo tutt’ora
cercando di risolvere il problema pacificamente. I bambini sono i nostri ambasciatori.
Loro portano avanti la causa Saharawi e la nostra cultura pacifica”.