Ecuador, un viaggio fra i Sarayacu, la terra che nessuna cartina geografica riporta

La
strada che da Quito scende verso la selva è piena di curve che si
affacciano sulle gole delle montagne che circondano la capitale.
Nemmeno un muretto di protezione. Il conducente del bus sembra
conoscere ogni centimetro del percorso e sfidare continuamente le leggi
che regolano la frenata, il sorpasso, concetti dei quali difficilmente
ci si potrebbe scordare, specie sotto un’insistente pioggia. Dopo Banos
il paesaggio si trasforma sostituendo, gradualmente ma velocemente, al
colore della terra vulcanica coltivata delle montagne un unico manto
verde intenso, fatto di alberi fitti e di foglie giganti. La gola che
accompagna la strada si riempie di acqua che vi si riversa traboccando
da cascate che appaiono improvvisamente, come fossero enormi buchi
nella grondaia di questo tetto di piante, e si trasforma nel letto di
un fiume che terminerà la sua corsa nel Rio delle Amazzoni. Nella
pianura, dalla quale è impossibile dominare il paesaggio e nella quale
la vegetazione sembra avvolgere davvero tutto, sono disseminate case di
legno scuro e prima di raggiungere Puyo si attraversa un centro,
abitato quasi esclusivamente da militari, dal nome curioso: Shell. La
possibilità di organizzare delle escursioni all’interno della selva, il
trionfo della natura celebrato dai colori dei pappagalli, l’opportunità
di tuffarsi in questo enorme mare verde e in tutte le sue ricchezze
spontanee, hanno fatto di Puyo un importante snodo turistico, un centro
nevralgico per chiunque avesse intenzione di conoscere, studiare,
vivere questo territorio.
I segreti della foresta. Esiste un’altra ragione, un altro buon motivo per arrivare fin lì.
La foresta nasconde nel suo sottosuolo un’attrazione che ha catalizzato
l’attenzione di molti stranieri che nulla hanno a che vedere con il
turismo. Come una sterminata griglia questa regione è stata suddivisa
in blocchi, messi all’asta, venduti al miglior offerente, ceduti alle
compagnie petrolifere di mezzo mondo. Dall’Argentina agli Stati Uniti,
dalla Germania all’Italia, alla Francia, la Cina e persino il Congo si
sono organizzati per godere di questa risorsa: ingegneri, tecnici,
operai, ruspe, scavatrici, perforatrici, tubi hanno trovato ospitalità
nel cuore dell’Amazzonia. Per la costruzione di questo lunghissimo
serpentone nero tutto è consentito, non ci sono ostacoli. Si possono
abbattere alberi, attraversare fiumi, scavalcare montagne. Si possono
convincere i legittimi proprietari di questo territorio, gli indigeni,
dei benefici che un’opera simile possa recare: lavoro per tutti,
garanzie in ambito sanitario, borse di studio per i loro figli e poi
soldi, una pioggia di soldi.
Esiste ancora un’altra ragione, ancora un altro buon motivo per arrivare fin lì.La
comunità di Sarayacu.
In difesa dell' oro nero. In questo fazzoletto di selva vivono circa 300
famiglie che hanno deciso di non concedere la loro Terra, di resistere
a offerte solo apparentemente vantaggiose, di proteggere la natura in
cui vivono. Le conseguenze ambientali che derivano dall’estrazione e
dal trasporto dello Yana Curi (il petrolio, letteralmente oro
nero in lingua quicha) appaiono fin troppo chiare e a nulla valgono le
false garanzie fornite, quando confrontate con i danni procurati
dall’accidentale rottura di un oleodotto, con gli ettari di foresta
abbattuti, con il rischio di veder scomparire interi popoli.
Allo spettro di questo scenario si sono opposti gli abitanti di
Sarayacu, negando la concessione del loro territorio, ostacolando il
passaggio di qualsiasi compagnia. Una lotta impari, si potrebbe
pensare, uno scontro nel quale è fin troppo evidente scommettere su chi
sarà il vincitore. La morsa in cui la comunità viene stretta nel tempo,
logorata da minacce costanti, si fa ancora più serrata quando l’unica
via di accesso alla regione viene chiusa. Il fiume che taglia in due il
territorio di Sarayacu viene sbarrato e per poter entrare l’alternativa
è rappresentata da un piccolo aereo, che partendo da Shell, il cui nome
deriva inequivocabilmente da una delle prime compagnie petrolifere
giunte a “visitare” la zona, sorvola la foresta per una mezzora e poi
atterra su di una striscia lunga che improvvisamente compare dalla
giungla.
L’isolamento fisico può essere sconfitto dall’informazione, dalla
diffusione e dalla sensibilizzazione dell’opinione pubblica su quello
che sta accadendo a questa comunità. A Puyo, in una casa anonima della
periferia, ha sede un ufficio la cui funzione è quella di prendere
contatti, di intessere rapporti con le organizzazioni che abbiano
intenzione di sostenere la battaglia intrapresa da Sarayacu. Nella
stanza dove si svolgono le riunioni alla presenza del presidente della
comunità, una donna, e di alcuni rappresentanti, si sente un sottofondo
costante, un fruscio interrotto da spezzoni di conversazione. La radio
addossata ad una parete sotto una finestra è accesa sempre. E’ il solo
mezzo di contatto tra la selva e Puyo. E’ il veicolo più comodo per
trasportare notizie, per conoscere le esigenze da un lato e per fornire
speranze dall’altro.
Tradizione e isolamento.
La preoccupazione per l’aspetto sanitario riveste un ruolo di rilievo.
Le cure della popolazione sono affidate agli shamani, riserve culturali
insostituibili. La proposta di un progetto di salute non può
prescindere dalla necessità della valutazione degli aspetti psicologici
della comunità, logorata dalla continua oppressione subita,
dall’isolamento forzato, e non può trascurare le eventuali conseguenze
dell’inquinamento ecologico provocato dal petrolio sulla salute della
popolazione. La contaminazione è la costante di tutto il processo:
comincia già nella fase di perforazione e persiste durante il trasporto
e la raffinazione. L’aria, i corsi d’acqua, la terra si impregnano dei
residui tossici dell’estrazione del petrolio, che avvolgono e nutrono
chiunque viva nelle loro vicinanze. Gli effetti: riduzione della
fertilità e aumento delle percentuali di aborto, maggior rischio di
contrarre tumori maligni (in particolare il cancro della laringe, del
fegato, della pelle, dello stomaco e i linfomi), irritazioni della
pelle, disturbi della digestione, maggiore suscettibilità a sviluppare
infezioni.
Dignità e amore per la Terra. Sarayacu non è citata dalle didascalie di molte cartine. Il desiderio
di affermare la propria esistenza è, però, più forte di qualsiasi dato
geografico, è scolpito nelle parole e nei volti degli indigeni che
lottano per questa causa. I dialoghi sono intrisi di una coscienza
politica e di un amore per la propria Madre Terra, ragionato e
viscerale allo stesso tempo, sono uno schiaffo alla superficialità
latente che offusca gli sguardi di persone presuntuosamente definite
civili. Il trasporto che avvolge le discussioni con i rappresentanti
del popolo di Sarayacu è talmente affascinante e concreto da infondere
forza anche a chi si ferma semplicemente ad ascoltare.
Lasciando Puyo e la foresta, il sapore dolciastro della chicha non è
sufficiente a nascondere il retrogusto amaro che sale dai racconti
degli indigeni.
Forse esiste davvero una ragione, un buon motivo per arrivare fin qui.
Medici del mondo
ong italiana con progetti in Ecuador