05/01/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Ecuador, un viaggio fra i Sarayacu, la terra che nessuna cartina geografica riporta
Ecudaor, zona di PuyoLa strada che da Quito scende verso la selva è piena di curve che si affacciano sulle gole delle montagne che circondano la capitale. Nemmeno un muretto di protezione. Il conducente del bus sembra conoscere ogni centimetro del percorso e sfidare continuamente le leggi che regolano la frenata, il sorpasso, concetti dei quali difficilmente ci si potrebbe scordare, specie sotto un’insistente pioggia. Dopo Banos il paesaggio si trasforma sostituendo, gradualmente ma velocemente, al colore della terra vulcanica coltivata delle montagne un unico manto verde intenso, fatto di alberi fitti e di foglie giganti. La gola che accompagna la strada si riempie di acqua che vi si riversa traboccando da cascate che appaiono improvvisamente, come fossero enormi buchi nella grondaia di questo tetto di piante, e si trasforma nel letto di un fiume che terminerà la sua corsa nel Rio delle Amazzoni. Nella pianura, dalla quale è impossibile dominare il paesaggio e nella quale la vegetazione sembra avvolgere davvero tutto, sono disseminate case di legno scuro e prima di raggiungere Puyo si attraversa un centro, abitato quasi esclusivamente da militari, dal nome curioso: Shell. La possibilità di organizzare delle escursioni all’interno della selva, il trionfo della natura celebrato dai colori dei pappagalli, l’opportunità di tuffarsi in questo enorme mare verde e in tutte le sue ricchezze spontanee, hanno fatto di Puyo un importante snodo turistico, un centro nevralgico per chiunque avesse intenzione di conoscere, studiare, vivere questo territorio.
 
ScimmiettaI segreti della foresta. Esiste un’altra ragione, un altro buon motivo per arrivare fin lì. La foresta nasconde nel suo sottosuolo un’attrazione che ha catalizzato l’attenzione di molti stranieri che nulla hanno a che vedere con il turismo. Come una sterminata griglia questa regione è stata suddivisa in blocchi, messi all’asta, venduti al miglior offerente, ceduti alle compagnie petrolifere di mezzo mondo. Dall’Argentina agli Stati Uniti, dalla Germania all’Italia, alla Francia, la Cina e persino il Congo si sono organizzati per godere di questa risorsa: ingegneri, tecnici, operai, ruspe, scavatrici, perforatrici, tubi hanno trovato ospitalità nel cuore dell’Amazzonia. Per la costruzione di questo lunghissimo serpentone nero tutto è consentito, non ci sono ostacoli. Si possono abbattere alberi, attraversare fiumi, scavalcare montagne. Si possono convincere i legittimi proprietari di questo territorio, gli indigeni, dei benefici che un’opera simile possa recare: lavoro per tutti, garanzie in ambito sanitario, borse di studio per i loro figli e poi soldi, una pioggia di soldi.
Esiste ancora un’altra ragione, ancora un altro buon motivo per arrivare fin lì.La comunità di Sarayacu.
 
Rito pirificatore dei SarayacuIn difesa dell' oro nero. In questo fazzoletto di selva vivono circa 300 famiglie che hanno deciso di non concedere la loro Terra, di resistere a offerte solo apparentemente vantaggiose, di proteggere la natura in cui vivono. Le conseguenze ambientali che derivano dall’estrazione e dal trasporto dello Yana Curi  (il petrolio, letteralmente oro nero in lingua quicha) appaiono fin troppo chiare e a nulla valgono le false garanzie fornite, quando confrontate con i danni procurati dall’accidentale rottura di un oleodotto, con gli ettari di foresta abbattuti, con il rischio di veder scomparire interi popoli. Allo spettro di questo scenario si sono opposti gli abitanti di Sarayacu, negando la concessione del loro territorio, ostacolando il passaggio di qualsiasi compagnia. Una lotta impari, si potrebbe pensare, uno scontro nel quale è fin troppo evidente scommettere su chi sarà il vincitore. La morsa in cui la comunità viene stretta nel tempo, logorata da minacce costanti, si fa ancora più serrata quando l’unica via di accesso alla regione viene chiusa. Il fiume che taglia in due il territorio di Sarayacu viene sbarrato e per poter entrare l’alternativa è rappresentata da un piccolo aereo, che partendo da Shell, il cui nome deriva inequivocabilmente da una delle prime compagnie petrolifere giunte a “visitare” la zona, sorvola la foresta per una mezzora e poi atterra su di una striscia lunga che improvvisamente compare dalla giungla. L’isolamento fisico può essere sconfitto dall’informazione, dalla diffusione e dalla sensibilizzazione dell’opinione pubblica su quello che sta accadendo a questa comunità. A Puyo, in una casa anonima della periferia, ha sede un ufficio la cui funzione è quella di prendere contatti, di intessere rapporti con le organizzazioni che abbiano intenzione di sostenere la battaglia intrapresa da Sarayacu. Nella stanza dove si svolgono le riunioni alla presenza del presidente della comunità, una donna, e di alcuni rappresentanti, si sente un sottofondo costante, un fruscio interrotto da spezzoni di conversazione. La radio addossata ad una parete sotto una finestra è accesa sempre. E’ il solo mezzo di contatto tra la selva e Puyo. E’ il veicolo più comodo per trasportare notizie, per conoscere le esigenze da un lato e per fornire speranze dall’altro.
 
Donna SarayacuTradizione e isolamento.  La preoccupazione per l’aspetto sanitario riveste un ruolo di rilievo. Le cure della popolazione sono affidate agli shamani, riserve culturali insostituibili. La proposta di un progetto di salute non può prescindere dalla necessità della valutazione degli aspetti psicologici della comunità, logorata dalla continua oppressione subita, dall’isolamento forzato, e non può trascurare le eventuali conseguenze dell’inquinamento ecologico provocato dal petrolio sulla salute della popolazione. La contaminazione è la costante di tutto il processo: comincia già nella fase di perforazione e persiste durante il trasporto e la raffinazione. L’aria, i corsi d’acqua, la terra si impregnano dei residui tossici dell’estrazione del petrolio, che avvolgono e nutrono chiunque viva nelle loro vicinanze. Gli effetti: riduzione della fertilità e aumento delle percentuali di aborto, maggior rischio di contrarre tumori maligni (in particolare il cancro della laringe, del fegato, della pelle, dello stomaco e i linfomi), irritazioni della pelle, disturbi della digestione, maggiore suscettibilità a sviluppare infezioni.
 
SelvaDignità e amore per la Terra. Sarayacu non è citata dalle didascalie di molte cartine. Il desiderio di affermare la propria esistenza è, però, più forte di qualsiasi dato geografico, è scolpito nelle parole e nei volti degli indigeni che lottano per questa causa. I dialoghi sono intrisi di una coscienza politica e di un amore per la propria Madre Terra, ragionato e viscerale allo stesso tempo, sono uno schiaffo alla superficialità latente che offusca gli sguardi di persone presuntuosamente definite civili. Il trasporto che avvolge le discussioni con i rappresentanti del popolo di Sarayacu è talmente affascinante e concreto da infondere forza anche a chi si ferma semplicemente ad ascoltare.
Lasciando Puyo e la foresta, il sapore dolciastro della chicha non è sufficiente a nascondere il retrogusto amaro che sale dai racconti degli indigeni.
Forse esiste davvero una ragione, un buon motivo per arrivare fin qui. 
 
Medici del mondo
ong italiana con progetti in Ecuador 
Categoria: Salute, Ambiente
Luogo: Ecuador
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