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Arresto al volo. Sanad era appena sceso dall’aereo che lo riportava a casa dopo un viaggio a Teheran. Ad attenderlo all’uscita dell’aeroporto di Manama però non c’era solo la sua
numerosa famiglia, ma anche gli agenti dei servizi di sicurezza del Bahrain che,
come ha successivamente dichiarato un portavoce del ministero degli Interni del
Paese del Golfo Persico, volevano interrogarlo per chiarire i motivi del suo viaggio
in Iran. Appena la notizia si è diffusa nella comunità sciita, la gente ha organizzato
un sit-in all’aeroporto della capitale del Bahrain. La polizia non ha usato i
guanti bianchi e l’emittente satellitare al-Jazeera ha trasmesso le immagini delle brutali cariche della polizia per disperdere
i manifestanti. L’episodio ha riportato in prima pagina una delle piaghe dell’arcipelago:
una minoranza sunnita che detiene tutto il potere a scapito di una maggioranza
sciita.
I problemi del re. Una situazione di tensione latente, che si trascina da sempre. La famiglia reale,
gli al-Khalifa, sono sunniti e governano l’arcipelago dal 1971, anno dell’indipendenza dalla Gran Bretagna.
Un rapporto dell’International Crisis Group, del maggio 2005, fotografa bene questa situazione, denunciando come la tensione
tra la comunità sunnita e quella sciita nel Paese sia in preoccupante aumento,
anche perché gli sciiti sono discriminati. Tutte le principali cariche politiche,
economiche e militari sono saldamente nelle mani dei sunniti e, come se non bastasse,
il governo del Bahrain ha iniziato una politica di naturalizzazione forzata
di sunniti provenienti da tutto il mondo islamico, la maggior parte dei quali
viene assunta nella polizia e nell’esercito che in questo modo diventano sempre
più fedeli al monarca e alla sua famiglia. Un divario che, come ricordano sempre
gli sciiti, è ben rappresentato da due quartieri adiacenti della capitale Manama:
quello di Riffà dove vive nel lusso l’oligarchia sunnita e quello di Stira, una specie di baraccopoli degli sciiti. Le due faccie del Bahrain che si sfiorano,
senza toccarsi.
La polveriera. Ma il rapporto dell’Icg sottolinea anche un altro problema sociale: la disoccupazione. Il Bahrain non
ha una situazione economica florida, nonostante le ricchezze naturali del Paese.
L’esercito dei senza lavoro si è riunito in un movimento chiamato The Unemployed Committe, che è sceso in piazza spesso negli ultimi tempi chiedendo riforme al re. L’ultima
manifestazione si è trasformata in una caccia all’uomo: il 2 dicembre scorso la
polizia ha caricato il corteo, arrestando 15 dimostranti, e 9 portavoce del movimento
di sono rifugiati all’interno dell’edificio che ospita le Nazioni Unite a Manama
chiedendo protezione. Alcuni di loro erano i principali portavoce delle organizzazioni
che si battono per il rispetto dei diritti umani in Bahrain che hanno denunciato
una situazione drammatica nel Paese. Il motivo scatenante del corteo era stato
il rapimento e lo stupro, da parte di ignoti, della giovane Musa Abdali, una delle
principali attiviste del movimento dei disoccupati. Le 9 persone che hanno chiesto
aiuto all’Onu volevano un’inchiesta internazionale per lo stupro della giovane
Abdali e sui detenuti politici nelle carceri del Bahrain.
Protezioni importanti. Ma le possibilità che si arrivi a una denuncia della comunità internazionale
sono poche. Gli al-Khalifa godono delle protezioni garantite dalla Gran Bretagna e dagli
Stati Uniti che hanno fatto dell’arcipelago la base logistica delle loro flotte
in Medio Oriente, ma soprattutto di quella dell’Arabia Saudita che non gradirebbe
un Paese sciita alle porte di casa e hanno tutto l’interesse a proteggere la famiglia
reale. I ricchi sauditi chiamamo il Bahrain ‘il bar’, perché ogni fine settimana
centinaia di sceicchi petrolieri percorrono i 24 chilometri di strada che separano
il confine saudita da quello dell’arcipelago e in generale trattano il Paese come
una specie di foresteria. Il sovrano Hamad bin Isa al-Khalifa, nel 2002, ha concesso
una Costituzione, trasformando il Bahrain in una monarchia costituzionale. Il
potere è suddiviso in due camere, una di nomina regia e l’altra elettiva. Ma le
opposizioni hanno boicottato il voto del 2002, in quanto alle due camere vengono
concessi gli stessi poteri e una può bloccare l’operato dell’altra. Quindi la
famiglia reale mantiene un controllo totale sulla vita politica del Paese, qualunque
si la composizione della camera elettiva. Ma per non correre rischi, i collegi
elettorali sono stati creati ad arte, in modo che i candidati sunniti vincano
con facilità. Inoltre, l’estate scorsa, il Parlamento ha varato una legge che
vieta espressamente le formazioni politiche che si richiamano direttamente a un’identità
religiosa e ha vietato a queste ultime di ricevere fondi dall’estero. Per gli
sciiti è un danno enorme, visto che i loro rappresentanti dipendono interamente
dai finanziamenti iraniani. Christian Elia