29/12/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Il Bahrain vive un periodo difficile, tra disoccupazione e tensioni religiose
L’ayatollah Mohammed Sanad, uno dei leader più influenti della comunità sciita in Bahrain, è stato rilasciato ieri dopo il suo arresto del 26 dicembre scorso. La sua gente era pronta a tutto e l’ha capito anche il governo del Bahrain che in questo momento non può permettersi di aggravare una situazione sociale rovente.
 
gli scontri tra polizia e manifestanti all'aeroporto di manamaArresto al volo. Sanad era appena sceso dall’aereo che lo riportava a casa dopo un viaggio a Teheran. Ad attenderlo all’uscita dell’aeroporto di Manama però non c’era solo la sua numerosa famiglia, ma anche gli agenti dei servizi di sicurezza del Bahrain che, come ha successivamente dichiarato un portavoce del ministero degli Interni del Paese del Golfo Persico, volevano interrogarlo per chiarire i motivi del suo viaggio in Iran. Appena la notizia si è diffusa nella comunità sciita, la gente ha organizzato un sit-in all’aeroporto della capitale del Bahrain. La polizia non ha usato i guanti bianchi e l’emittente satellitare al-Jazeera ha trasmesso le immagini delle brutali cariche della polizia per disperdere i manifestanti. L’episodio ha riportato in prima pagina una delle piaghe dell’arcipelago: una minoranza sunnita che detiene tutto il potere a scapito di una maggioranza sciita.
 
il lussuoso golf club del quartiere di riffa, a manamaI problemi del re. Una situazione di tensione latente, che si trascina da sempre. La famiglia reale, gli al-Khalifa, sono sunniti e governano l’arcipelago dal 1971, anno dell’indipendenza dalla Gran Bretagna. Un rapporto dell’International Crisis Group, del maggio 2005, fotografa bene questa situazione, denunciando come la tensione tra la comunità sunnita e quella sciita nel Paese sia in preoccupante aumento, anche perché gli sciiti sono discriminati. Tutte le principali cariche politiche, economiche e militari sono saldamente nelle mani dei sunniti e, come se non bastasse, il governo del Bahrain ha iniziato una politica di naturalizzazione forzata di sunniti provenienti da tutto il mondo islamico, la maggior parte dei quali viene assunta nella polizia e nell’esercito che in questo modo diventano sempre più fedeli al monarca e alla sua famiglia. Un divario che, come ricordano sempre gli sciiti, è ben rappresentato da due quartieri adiacenti della capitale Manama: quello di Riffà dove vive nel lusso l’oligarchia sunnita e quello di Stira, una specie di baraccopoli degli sciiti. Le due faccie del Bahrain che si sfiorano, senza toccarsi.
 
una manifestazione dei disoccupati a manamaLa polveriera. Ma il rapporto dell’Icg sottolinea anche un altro problema sociale: la disoccupazione. Il Bahrain non ha una situazione economica florida, nonostante le ricchezze naturali del Paese. L’esercito dei senza lavoro si è riunito in un movimento chiamato The Unemployed Committe, che è sceso in piazza spesso negli ultimi tempi chiedendo riforme al re. L’ultima manifestazione si è trasformata in una caccia all’uomo: il 2 dicembre scorso la polizia ha caricato il corteo, arrestando 15 dimostranti, e 9 portavoce del movimento di sono rifugiati all’interno dell’edificio che ospita le Nazioni Unite a Manama chiedendo protezione. Alcuni di loro erano i principali portavoce delle organizzazioni che si battono per il rispetto dei diritti umani in Bahrain che hanno denunciato una situazione drammatica nel Paese. Il motivo scatenante del corteo era stato il rapimento e lo stupro, da parte di ignoti, della giovane Musa Abdali, una delle principali attiviste del movimento dei disoccupati. Le 9 persone che hanno chiesto aiuto all’Onu volevano un’inchiesta internazionale per lo stupro della giovane Abdali e sui detenuti politici nelle carceri del Bahrain.
 
il re del bahrain al-khalifa e il presidente usa bushProtezioni importanti. Ma le possibilità che si arrivi a una denuncia della comunità internazionale sono poche. Gli al-Khalifa godono delle protezioni garantite dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti che hanno fatto dell’arcipelago la base logistica delle loro flotte in Medio Oriente, ma soprattutto di quella dell’Arabia Saudita che non gradirebbe un Paese sciita alle porte di casa e hanno tutto l’interesse a proteggere la famiglia reale. I ricchi sauditi chiamamo il Bahrain ‘il bar’, perché ogni fine settimana centinaia di sceicchi petrolieri percorrono i 24 chilometri di strada che separano il confine saudita da quello dell’arcipelago e in generale trattano il Paese come una specie di foresteria. Il sovrano Hamad bin Isa al-Khalifa, nel 2002, ha concesso una Costituzione, trasformando il Bahrain in una monarchia costituzionale. Il potere è suddiviso in due camere, una di nomina regia e l’altra elettiva. Ma le opposizioni hanno boicottato il voto del 2002, in quanto alle due camere vengono concessi gli stessi poteri e una può bloccare l’operato dell’altra. Quindi la famiglia reale mantiene un controllo totale sulla vita politica del Paese, qualunque si la composizione della camera elettiva. Ma per non correre rischi, i collegi elettorali sono stati creati ad arte, in modo che i candidati sunniti vincano con facilità. Inoltre, l’estate scorsa, il Parlamento ha varato una legge che vieta espressamente le formazioni politiche che si richiamano direttamente a un’identità religiosa e ha vietato a queste ultime di ricevere fondi dall’estero. Per gli sciiti è un danno enorme, visto che i loro rappresentanti dipendono interamente dai finanziamenti iraniani. 
Con un Iraq sempre più sciita alle porte, nessuno degli amici di al-Khalifa ha intenzione di veder sorgere un nuovo asse attorno a Teheran. 

Christian Elia

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