Un chirurgo di Emergency racconta la parte di Afghanistan ancora in mano ai talebani
Scritto per noi da
Antonio Rainone*

La mia terza missione all'ospedale di Emergency di Lashkargah, stavolta in pieno
inverno con l’albero di Natale all’ingresso di casa.
Come sempre ho l’impressione
di vivere come un pesce in un acquario, dietro ai vetri della macchina che mi
porta in ospedale o alla luce artificiale della sala operatoria. Faccio il chirurgo
nell’ospedale che ho visto nascere e sopravvivere tra mille difficoltà. Casa,
ospedale e nient’altro.
Per motivi di sicurezza, ovviamente.
A volte però a Lashkargah succedono cose che vanno oltre la normalità spietata
di un Paese che non sembra voler conoscere regole. Oltre la cieca carneficina
che tormenta il dopoguerra afgano. E allora anche a un chirurgo viene voglia di
sapere cosa succede fuori dall’acquario. Di conoscere i fatti, o meglio cosa c’è
dietro i fatti.
I fatti degli ultimi giorni sono questi, per quello che se ne può sapere in un
Paese che mi sembra un mistero che si infittisce ogni giorno di più che ci vivo.
Ultime da Lashkargah. Mercoledì 18 si è insediato ufficialmente a Lashkargah il nuovo governatore
della provincia di Hellmand, ingegner Daoud, mentre il suo predecessore occupava
allo stesso tempo il suo seggio parlamentare nuovo di zecca a Kabul. Al nuovo
si rimprovera - a quanto si estrae dai commenti infastiditi della gente - di non
essere originario di questa zona, di aver fatto carriera troppo in fretta passando
da stipendiato cooperante in una Ong a politico d’alto bordo, senza le dovute
tappe intermedie, finendo poi per diventare un fantoccio degli statunitensi con
mandato di stroncare la produzione e il commercio dell’oppio, che è l'unica vera
risorsa di questa regione. Nella stessa direzione - la guerra al papavero - andrebbe
tra l’altro la prevista sostituzione dei duecento e passa soldati Usa di stanza
a Lashkargah con un più nutrito e specializzato corpo di militari inglesi.
Ci si aspetta una recrudescenza di terrore, di strategia della tensione, come
si diceva da noi. Chi non ama essere governato vuole dimostrare che chi lo governa
non ha la situazione in pugno. A poco vale, sembra, il fatto che il fratello del
precedente governatore, di gran lunga più benvoluto dell’attuale, occupi al momento
la carica di vice.
Causa ed effetto. Giovedì 19 a Bolang, un villaggio a 5 chilometri da qui, le prime reazioni all’avvicendamento
del governatore. Un ordigno di natura imprecisata esplode senza vittime davanti
a una scuola. Un altro viene disinnescato in tempo.
Il giorno dopo, a Nadali, circa un’ora da Lashkargah, due giovani in moto armati
di kalashnikov entrano nel cortile della scuola elementare, costringono il maestro
con gli alunni a radunarsi fuori e, dopo un sermoncino sulla dannosità della scuola,
freddano il maestro e invitano gli alunni a non tornare in classe se non vogliono
fare la stessa fine.
Il sabato della stessa settimana, nella scuola superiore di Lashkargah, la storia
si ripete con qualche variante. I due in moto stavolta vengono fermati da un anziano
bidello all’ingresso della scuola. Quello armato entra nonostante l’opposizione
del sorvegliante. Arrivano due studenti, uno di Lashkargah e l’altro venuto qui
a studiare da una provincia lontana. L’uomo armato spara al petto del primo studente,
il bidello urla e viene

colpito anche lui in testa. Li portano al nostro pronto soccorso già
morti. Il terzo viene colpito di striscio e scappa. E' rimasto vivo e
adesso può raccontare le minacce e gli slogan antiscolastici e
filotalebani dei due assassini in fuga. Il lunedì successivo a Sonjin
un gruppo di talebani o presunti tali, armati fino ai denti, assalta la
locale stazione di polizia, uccide due o tre poliziotti e fa man
bassa di veicoli e armi, per poi scomparire nel deserto. Nel frattempo,
tra le tante voci che circolano in questi momenti, ce n’è una
insistente: nei paesi intorno Lashkargah sono comparsi dei manifesti
che invitano caldamente la gente a non mandare i bambini a scuola.
Senza senso. Mettere insieme questi fatti è un conto, ma dar loro un senso è tutta un’altra
cosa. Mi viene in mente l’arroganza, l’odio dei talibani per qualunque forma di
cultura che non sia lo studio del Corano. Ma soprattutto mi viene in mente l’ironia
del nostro nume tutelare qui a Lashkargah, di colui che decodifica per noi il
dipanarsi apparentemente insensato degli avvenimenti.
Davanti alla solita tazza di tè, come al solito gli ho chiesto:
"Rahmat, che succede?". E come al solito lui si è messo a ridere, come
forse potrei fare io se un bambino di tre anni mi chiedesse della
situazione politica mondiale. Stavolta si è alzato dal tavolo e ha
puntato il dito sulla carta geografica appesa sul muro alle sue spalle.
Mi ha indicato Garmser, un puntino in mezzo al giallo non troppo
lontano da Lashkargah. Tra Garmser e i confini con l’Iran e il Pakistan
un immenso deserto, un'immensa terra di nessuno. Terra di talibani e di
narcotrafficanti. Potenti, spietati, dice Rahmat, più armati della
polizia e più temuti degli statunitensi e purtroppo sempre più legati
tra loro per coincidenza di interessi economici. A Garmser finisce di
fatto la giurisdizione del governatore di Lashkargah e comincia quella
del cartello di integralisti e narcotrafficanti che rischia di
minare il futuro dell’Afghanistan. La

legge sono loro, per centinaia di chilometri di territorio, e non ne vogliono
nessun'altra.
Il precedente governatore ci aveva ficcato il naso un paio di volte, pare. Un
suo inviato, violentemente sconsigliato dal riprovarci, lo ha convinto a occuparsi
dei fatti di casa sua e Lashkargah ha goduto di un periodo di relativa tranquillità.
Che ora sembra finito, forse in attesa che anche l’ingegner Daoud dia segni di
riservatezza, come ha fatto il suo predecessore. O forse in attesa di qualcosa
di diverso e più terribile che nemmeno Rahmat ha voglia di immaginare.
E adesso? Anche domani lui manderà i figli a scuola, come tutti. Come tutti cercherà di
fingere una normalità che non sembra appartenere a questo Paese straziato. Dove
la vita sembra un eterno buskashi**. E dove la guerra, dicono i giornali, è finita
ormai da tre anni.