30/12/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Un chirurgo di Emergency racconta la parte di Afghanistan ancora in mano ai talebani
 
Scritto per noi da
Antonio Rainone*
 
ospedale di Emergency a Lashkargah. Foto di Sandro GrebloLa mia terza missione all'ospedale di Emergency di Lashkargah, stavolta in pieno inverno con l’albero di Natale all’ingresso di casa.
Come sempre ho l’impressione di vivere come un pesce in un acquario, dietro ai vetri della macchina che mi porta in ospedale o alla luce artificiale della sala operatoria. Faccio il chirurgo nell’ospedale che ho visto nascere e sopravvivere tra mille difficoltà. Casa, ospedale e nient’altro.
Per motivi di sicurezza, ovviamente.
A volte però a Lashkargah succedono cose che vanno oltre la normalità spietata di un Paese che non sembra voler conoscere regole. Oltre la cieca carneficina che tormenta il dopoguerra afgano. E allora anche a un chirurgo viene voglia di sapere cosa succede fuori dall’acquario. Di conoscere i fatti, o meglio cosa c’è dietro i fatti.
I fatti degli ultimi giorni sono questi, per quello che se ne può sapere in un Paese che mi sembra un mistero che si infittisce ogni giorno di più che ci vivo.
 
 
Lashkargah, panoramaUltime da Lashkargah. Mercoledì 18 si è insediato ufficialmente a Lashkargah il nuovo governatore della provincia di Hellmand, ingegner Daoud, mentre il suo predecessore occupava allo stesso tempo il suo seggio parlamentare nuovo di zecca a Kabul. Al nuovo si rimprovera - a quanto si estrae dai commenti infastiditi della gente - di non essere originario di questa zona, di aver fatto carriera troppo in fretta passando da stipendiato cooperante in una Ong a politico d’alto bordo, senza le dovute tappe intermedie, finendo poi per diventare un fantoccio degli statunitensi con mandato di stroncare la produzione e il commercio dell’oppio, che è l'unica vera risorsa di questa regione. Nella stessa direzione - la guerra al papavero - andrebbe tra l’altro la prevista sostituzione dei duecento e passa soldati Usa di stanza a Lashkargah con un più nutrito e specializzato corpo di militari inglesi.
Ci si aspetta una recrudescenza di terrore, di strategia della tensione, come si diceva da noi. Chi non ama essere governato vuole dimostrare che chi lo governa non ha la situazione in pugno. A poco vale, sembra, il fatto che il fratello del precedente governatore, di gran lunga più benvoluto dell’attuale, occupi al momento la carica di vice.
 
Lashkargah, panorama. Foto di Enrico PiovesanaCausa ed effetto. Giovedì 19 a Bolang, un villaggio a 5 chilometri da qui, le prime reazioni all’avvicendamento del governatore. Un ordigno di natura imprecisata esplode senza vittime davanti a una scuola. Un altro viene disinnescato in tempo.
Il giorno dopo, a Nadali, circa un’ora da Lashkargah, due giovani in moto armati di kalashnikov entrano nel cortile della scuola elementare, costringono il maestro con gli alunni a radunarsi fuori e, dopo un sermoncino sulla dannosità della scuola, freddano il maestro e invitano gli alunni a non tornare in classe se non vogliono fare la stessa fine.
Il sabato della stessa settimana, nella scuola superiore di Lashkargah, la storia si ripete con qualche variante. I due in moto stavolta vengono fermati da un anziano bidello all’ingresso della scuola. Quello armato entra nonostante l’opposizione del sorvegliante. Arrivano due studenti, uno di Lashkargah e l’altro venuto qui a studiare da una provincia lontana. L’uomo armato spara al petto del primo studente, il bidello urla e viene Lashkargah. Due afgani si bagnano nel fiume. Foto di Enrico Piovesana colpito anche lui in testa. Li portano al nostro pronto soccorso già morti. Il terzo viene colpito di striscio e scappa. E' rimasto vivo e adesso può raccontare le minacce e gli slogan antiscolastici e filotalebani dei due assassini in fuga. Il lunedì successivo a Sonjin un gruppo di talebani o presunti tali, armati fino ai denti, assalta la locale stazione di polizia, uccide due o tre poliziotti e  fa man bassa di veicoli e armi, per poi scomparire nel deserto. Nel frattempo, tra le tante voci che circolano in questi momenti, ce n’è una insistente: nei paesi intorno Lashkargah sono comparsi dei manifesti che invitano caldamente la gente a non mandare i bambini a scuola.
 
Ragazzo spinge una carriola piena di cianfrusaglie. Foto di Enrico PiovesanaSenza senso. Mettere insieme questi fatti è un conto, ma dar loro un senso è tutta un’altra cosa. Mi viene in mente l’arroganza, l’odio dei talibani per qualunque forma di cultura che non sia lo studio del Corano. Ma soprattutto mi viene in mente l’ironia del nostro nume tutelare qui a Lashkargah, di colui che decodifica per noi il dipanarsi apparentemente insensato degli avvenimenti.
Davanti alla solita tazza di tè, come al solito gli ho chiesto: "Rahmat, che succede?". E come al solito lui si è messo a ridere, come forse potrei fare io se un bambino di tre anni mi chiedesse della situazione politica mondiale. Stavolta si è alzato dal tavolo e ha puntato il dito sulla carta geografica appesa sul muro alle sue spalle. Mi ha indicato Garmser, un puntino in mezzo al giallo non troppo lontano da Lashkargah. Tra Garmser e i confini con l’Iran e il Pakistan un immenso deserto, un'immensa terra di nessuno. Terra di talibani e di narcotrafficanti. Potenti, spietati, dice Rahmat, più armati della polizia e più temuti degli statunitensi e purtroppo sempre più legati tra loro per coincidenza di interessi economici. A Garmser finisce di fatto la giurisdizione del governatore di Lashkargah e comincia quella del  cartello di integralisti e narcotrafficanti che rischia di minare il futuro dell’Afghanistan. La bambino afgano. Foto di Emergencylegge sono loro, per centinaia di chilometri di territorio, e non ne vogliono nessun'altra.
Il precedente governatore ci aveva ficcato il naso un paio di volte, pare. Un suo inviato, violentemente sconsigliato dal riprovarci, lo ha convinto a occuparsi dei fatti di casa sua e Lashkargah ha goduto di un periodo di relativa tranquillità. Che ora sembra finito, forse in attesa che anche l’ingegner Daoud dia segni di riservatezza, come ha fatto il suo predecessore. O forse in attesa di qualcosa di diverso e più terribile che nemmeno Rahmat ha voglia di immaginare.
 
E adesso? Anche domani lui manderà i figli a scuola, come tutti. Come tutti cercherà di fingere una normalità che non sembra appartenere a questo Paese straziato. Dove la vita sembra un eterno buskashi**. E dove la guerra, dicono i giornali, è finita ormai da tre anni.
Categoria: Guerra
Luogo: Afghanistan
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