stampa
invia
Organizzazione decapitata. Mohammed al-Suwailmi e
Abderrahman al-Motaab, questi i nomi dei due ricercati, rispettivamente numero
3 e numero 7 della lista, hanno sparato alla pattuglia della polizia che ha
risposto al fuoco. Cinque agenti sono rimasti uccisi e anche al-Suwailmi è
morto in seguito alle ferite riportate. Al-Motaab, con una fuga rocambolesca,
si è sottratto all’arresto. Ma la sua fuga è durata poco e oggi il ministero degli
Interni saudita ha annunciato che al-Motaab è morto in seguito alle ferite
riportate nella sparatoria di ieri. Questa la versione ufficiale, ma i metodi
d’interrogatorio delle forze dell’ordine in Arabia Saudita sono noti. Resta il
fatto che due degli elementi più importanti della rete qaedaista nel Paese sono
stati eliminati. Con le vittime di ieri il bilancio della guerra strisciante in
atto in Arabia Saudita si aggrava e le cifre sembrano sempre più quelle di un
bollettino di guerra: dal 2003, anno dei primi attentati nella capitale Riad,
in Arabia Saudita sono morti 90 civili, 118 presunti terroristi e 49 agenti di
polizia.
Situazione esplosiva. Una prima lista di ricercati
speciali era stata pubblicata dal ministero degli Interni subito dopo gli attacchi
suicidi a Riad, a maggio 2003, che causarono la morte di 35 persone. A quel
tempo i nomi erano 200, ma a giugno 2005 la lista è stata ridotta a 36 nomi. La
riduzione è dovuta alla politica di tolleranza zero adottata dagli inquirenti
sauditi che hanno dato licenza di uccidere ai servizi segreti e alla polizia.
Niente processi: i ricercati sono arrestati, interrogati sotto tortura e poi
giustiziati. Oppure vengono assassinati sul posto se oppongono una
resistenza particolare. A queste misure pragmatiche sono state aggiunte quelle
più rispettose dell’immagine internazione di Paese democratico che l’Arabia
Saudita vuole dare di sé. Una di queste è stata un fallimento: una offerta di
amnistia per tutti i miliziani di al-Qaeda che avessero volontariamente consegnato
le armi e denunciato i complici, sul modello dell’amnistia offerta in Algeria
ai combattenti della guerra civile degli anni Novanta. Ma a Riad non si è
presentato nessuno.
Civiltà delle immagini. Più
successo ha avuto invece un’altra iniziativa: quella delle confessioni in
diretta tv in prima serata. Il programma si chiama Esperienze nel nome della
Jihad: l’inganno. Nella prima puntata, andata in onda il 6 dicembre scorso,
tre giovani miliziani hanno pubblicamente riconosciuto i loro errori e hanno
soprattutto sottolineato come solo adesso si siano resi conto di come il
terrorismo sia una forma deviata d’interpretazione dell’Islam. Uno di loro,
Ziad Ibhraim, ha raccontato di come un predicatore lo ha convinto a recarsi in
un campo di addestramento in Afghanistan, dove all’addestramento all’uso di
armi leggere e di esplosivi alternava preghiere e lettura di poemi epici. “Ci
dicevano che noi lottiamo contro gli ebrei e i cristiani che cospirano contro
l’Islam, che noi conquisteremo Riad e restituiremo i luoghi sacri ai fedeli”,
ha raccontato un altro ‘pentito’, Abdullah Khujah. Dopo le confessioni dei
ragazzi è seguito un dibattito con tanto di esperti e interventi in diretta dei
telespettatori che ponevano domande ai giovani jihdaisti. L’ascolto registrato
dalla trasmissione è stato incredibilmente alto e la produzione ha fatto sapere
che diventerà un appuntamento fisso. Lo stile hollywoodiano e la politica
occidentale non piacciono troppo in Arabia Saudita, ma la casa regnante ha
dimostrato di aver imparato l’importanza di una prima serata.Christian Elia