28/12/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Uccisi dalla polizia due membri di al-Qaeda
In Arabia Saudita il cinema non va per la maggiore, tanto meno quello d’ispirazione hollywoodiana, ma quello che è accaduto che ieri nella città di Buraida, nella provincia ultraconservatrice di al-Qassim, avrebbe fatto felice uno sceneggiatore Usa. Un posto di blocco della polizia, una macchina che invece di fermarsi accellera, una sparatoria. A bordo del veicolo c’erano due dei 36 uomini che compongono la lista nera dei servizi segreti sauditi, armati fino ai denti. Quella degli affiliati di al-Qaeda nel Paese dei Saud.
 
mappa dell'arabia saudita con la provincia di al-qassim dov'è avvenuta la sparatoriaOrganizzazione decapitata. Mohammed al-Suwailmi e Abderrahman al-Motaab, questi i nomi dei due ricercati, rispettivamente numero 3 e numero 7 della lista, hanno sparato alla pattuglia della polizia che ha risposto al fuoco. Cinque agenti sono rimasti uccisi e anche al-Suwailmi è morto in seguito alle ferite riportate. Al-Motaab, con una fuga rocambolesca, si è sottratto all’arresto. Ma la sua fuga è durata poco e oggi il ministero degli Interni saudita ha annunciato che al-Motaab è morto in seguito alle ferite riportate nella sparatoria di ieri. Questa la versione ufficiale, ma i metodi d’interrogatorio delle forze dell’ordine in Arabia Saudita sono noti. Resta il fatto che due degli elementi più importanti della rete qaedaista nel Paese sono stati eliminati. Con le vittime di ieri il bilancio della guerra strisciante in atto in Arabia Saudita si aggrava e le cifre sembrano sempre più quelle di un bollettino di guerra: dal 2003, anno dei primi attentati nella capitale Riad, in Arabia Saudita sono morti 90 civili, 118 presunti terroristi e 49 agenti di polizia.
 
posto di blocco della polizia sauditaSituazione esplosiva. Una prima lista di ricercati speciali era stata pubblicata dal ministero degli Interni subito dopo gli attacchi suicidi a Riad, a maggio 2003, che causarono la morte di 35 persone. A quel tempo i nomi erano 200, ma a giugno 2005 la lista è stata ridotta a 36 nomi. La riduzione è dovuta alla politica di tolleranza zero adottata dagli inquirenti sauditi che hanno dato licenza di uccidere ai servizi segreti e alla polizia. Niente processi: i ricercati sono arrestati, interrogati sotto tortura e poi giustiziati. Oppure vengono assassinati sul posto se oppongono una resistenza particolare. A queste misure pragmatiche sono state aggiunte quelle più rispettose dell’immagine internazione di Paese democratico che l’Arabia Saudita vuole dare di sé. Una di queste è stata un fallimento: una offerta di amnistia per tutti i miliziani di al-Qaeda che avessero volontariamente consegnato le armi e denunciato i complici, sul modello dell’amnistia offerta in Algeria ai combattenti della guerra civile degli anni Novanta. Ma a Riad non si è presentato nessuno.
 
miliziani integralisti si addestrano in un campoCiviltà delle immagini. Più successo ha avuto invece un’altra iniziativa: quella delle confessioni in diretta tv in prima serata. Il programma si chiama Esperienze nel nome della Jihad: l’inganno. Nella prima puntata, andata in onda il 6 dicembre scorso, tre giovani miliziani hanno pubblicamente riconosciuto i loro errori e hanno soprattutto sottolineato come solo adesso si siano resi conto di come il terrorismo sia una forma deviata d’interpretazione dell’Islam. Uno di loro, Ziad Ibhraim, ha raccontato di come un predicatore lo ha convinto a recarsi in un campo di addestramento in Afghanistan, dove all’addestramento all’uso di armi leggere e di esplosivi alternava preghiere e lettura di poemi epici. “Ci dicevano che noi lottiamo contro gli ebrei e i cristiani che cospirano contro l’Islam, che noi conquisteremo Riad e restituiremo i luoghi sacri ai fedeli”, ha raccontato un altro ‘pentito’, Abdullah Khujah. Dopo le confessioni dei ragazzi è seguito un dibattito con tanto di esperti e interventi in diretta dei telespettatori che ponevano domande ai giovani jihdaisti. L’ascolto registrato dalla trasmissione è stato incredibilmente alto e la produzione ha fatto sapere che diventerà un appuntamento fisso. Lo stile hollywoodiano e la politica occidentale non piacciono troppo in Arabia Saudita, ma la casa regnante ha dimostrato di aver imparato l’importanza di una prima serata.

Christian Elia

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