stampa
invia
Accusa mostruosa. I fatti risalgono al 1998 e la condanna
alla pena capitale a maggio 2004. La sentenza era stata emessa dal
Tribunale di Bendasi che adesso dovrà ricominciare daccapo il
procedimento a carico del medio e delle infermiere. Infatti la Corte ha
cancellato la sentenza, ma non l’istruttoria e gli imputati subiranno
un nuovo processo. Resta però il forte valore giuridico della decisione
presa dal massimo organo giudiziario libico rispetto a una vicenda che
ha fatto scalpore in tutto il mondo, passando in breve tempo dalla
cronaca alla politica internazionale. Tutto è accaduto nel 1998, quando
una terribile infezione del virus dell’Hiv ha contagiato il reparto
pediatrico del principale ospedale di Tripoli. I bimbi infettati furono
426 e tra loro 50 sono morti durante questi sette lunghi anni. Per gli
inquirenti libici non c’erano dubbi: gli untori erano Kristiana
Vulcheva, Nasya Nenova, Valentina Siropulo, Valya Chervenyashka,
Snezhana Dimitrova, le cinque infermiere bulgare, e Ashraf Ahmad
Jum'a, il medico palestinese che lavoravano presso l’ospedale.
Nonostante molte perizie condotte da luminari internazionali della
medicina abbiamo sempre ritenuto che la responsabilità dell’epidemia
fosse delle pessime condizioni igieniche dell’ospedale di Tripoli.
Un problema d’immagine. Il problema, fin dall’inizio, è
diventato politico. Il regime del colonnello Gheddafi si regge su una
apparenza di efficienza e prosperità che sopravvive solo nella retorica
del potere. L’enormità del contagio e il fatto che le vittime fossero
tutti bambini ha messo il regime libico in enorme imbarazzo. Bisognava
ammettere pubblicamente che l’isolamento internazionale ha prodotto una
situazione nel Paese molto lontana da quella propagandata da Gheddafi e
dai suoi fedelissimi. Un prezzo politico troppo elevato. La vittima
sacrificale era pronta: 5 bulgare e un palestinese. Per i medici
stranieri dell’ospedale cominciò a quel punto un’odissea surreale. Il
governo libico, non accontentandosi di accusare loro senza nessuna
prova certa, ha deciso di cavalcare la vicenda e di strumentalizzarla
per ottenerne anche un utile politico. Dal primo giorno tutta la stampa
di regime ha trattato la vicenda come la prova di un complotto
internazionale ordito ai danni della Libia. Gli imputati, sottoposti a
una pressione enorme e incastrati nel sistema giudiziario libico, hanno
confessato. Ma le principali organizzazioni non governative
internazionali che si battono per il rispetto dei diritti dell’uomo
hanno sempre ritenuto il processo una farsa e gli imputati hanno
ritrattato la loro confessione denunciando che era stata loro estorta
con la forza.
La sentenza di morte. L’iter giudiziario si è concluso come
detto nel maggio del 2004, con la condanna a morte per le infermiere e
per il dottore, ma Gheddafi è un leader molto pragmatico e,
contestualmente al cambio di rotta in politica estera del suo Paese, ha
cominciato a rendersi conto che l’opinione pubblica internazionale (e
le cancellerie occidentali di conseguenza) non accettavano la versione
ufficiale fornita dal governo di Tripoli e, a quel punto, perché non
ricavarne anche un utile? D’altronde tutte le mosse del Gheddafi degli
ultimi cinque o sei anni sono sempre state indirizzate al miglioramento
delle relazioni internazionali della Libia e a rimpinguare le esangui
casse statali. Le pressioni del governo degli Stati Uniti e dell’Unione
Europea su Gheddafi sono state ribaltate dall’abile Colonnello nella
richiesta di un maxi-risarcimento. Tutti erano interessati alla
soluzione della vicenda: il governo bulgaro che voleva riportare a casa
le sue cittadine, Usa e Ue che adesso sono molto vicine alla Libia e
che non potevano permettersi un danno d’immagine come la condanna di
sei innocenti e infine Gheddafi stesso, da sempre sensibile alle valute
pregiate. Presto fatto: poche ore prima della pronuncia della
Corte Suprema il governo bulgaro ha reso noto che, per le famiglie dei
bambini contagiati, Sofia aprirà un fondo cospicuo cofinanziato dalla
Ue e dagli Usa. E la sentenza ha annullato la condanna a morte. Quando
si dice il tempismo. Certo i sei imputati subiranno un nuovo processo,
ma la decisione della Corte Suprema fa sperare in un lieto fine. La
gestione del fondo di risarcimento alle famiglie delle vittime sarà
appannaggio dal governo libico. Christian Elia