19/12/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Cinque condanne a morte per il medico palestinese e le infermiere bulgare
Gli incubi hanno una caratteristica: a un certo punto ti svegli, tiri un sospiro di sollievo, e ti rendi conto che era solo un sogno. Ma purtroppo certi incubi sembrano non finire mai e, proprio quando si pensava che il peggio fosse passato, ecco la condanna a morte per le cinque infermiere bulgare e un medico palestinese in Libia, accusati di un crimine orrendo: aver infettato volontariamente centinaia di bimbi con il virus dell'Hiv. PeaceReporter aveva raccontato, il 27 dicembre 2005, la decisione di annullare il processo e di celebrarne uno nuovo con una ricostruzione dei fatti. Adesso, mentre tutto torna in discussione, sembra solo il bel ricordo della speranza che tutto potesse andare a finire bene. Ecco l'articolo che raccontava, un anno fa, la storia degli 'untori'.
 
 
 
“La Corte ha accettato il ricorso delle infermiere e ordinato che un nuovo processo venga celebrato nel tribunale penale di Bengasi”. Senza troppi giri di parole Ali Aluss, il Presidente della Corte Suprema della Libia, ha cancellato la condanna a morte per le cinque infermiere bulgare e per il medico palestinese accusati di aver infettato deliberatamente, nell’ospedale dove lavoravano, 426 bambini libici con il virus dell’Hiv.

gli imputati durante il processoAccusa mostruosa.  I fatti risalgono al 1998 e la condanna alla pena capitale a maggio 2004. La sentenza era stata emessa dal Tribunale di Bendasi che adesso dovrà ricominciare daccapo il procedimento a carico del medio e delle infermiere. Infatti la Corte ha cancellato la sentenza, ma non l’istruttoria e gli imputati subiranno un nuovo processo. Resta però il forte valore giuridico della decisione presa dal massimo organo giudiziario libico rispetto a una vicenda che ha fatto scalpore in tutto il mondo, passando in breve tempo dalla cronaca alla politica internazionale. Tutto è accaduto nel 1998, quando una terribile infezione del virus dell’Hiv ha contagiato il reparto pediatrico del principale ospedale di Tripoli. I bimbi infettati furono 426 e tra loro 50 sono morti durante questi sette lunghi anni. Per gli inquirenti libici non c’erano dubbi: gli untori erano Kristiana Vulcheva, Nasya Nenova, Valentina Siropulo, Valya Chervenyashka, Snezhana Dimitrova, le cinque infermiere bulgare,  e Ashraf Ahmad Jum'a, il medico palestinese che lavoravano presso l’ospedale. Nonostante molte perizie condotte da luminari internazionali della medicina abbiamo sempre ritenuto che la responsabilità dell’epidemia fosse delle pessime condizioni igieniche dell’ospedale di Tripoli.

le cinque infermiere bulgare e il medico palestinese con iol loro avvocatoUn problema d’immagine. Il problema, fin dall’inizio, è diventato politico. Il regime del colonnello Gheddafi si regge su una apparenza di efficienza e prosperità che sopravvive solo nella retorica del potere. L’enormità del contagio e il fatto che le vittime fossero tutti bambini ha messo il regime libico in enorme imbarazzo. Bisognava ammettere pubblicamente che l’isolamento internazionale ha prodotto una situazione nel Paese molto lontana da quella propagandata da Gheddafi e dai suoi fedelissimi. Un prezzo politico troppo elevato. La vittima sacrificale era pronta: 5 bulgare e un palestinese. Per i medici stranieri dell’ospedale cominciò a quel punto un’odissea surreale. Il governo libico, non accontentandosi di accusare loro senza nessuna prova certa, ha deciso di cavalcare la vicenda e di strumentalizzarla per ottenerne anche un utile politico. Dal primo giorno tutta la stampa di regime ha trattato la vicenda come la prova di un complotto internazionale ordito ai danni della Libia. Gli imputati, sottoposti a una pressione enorme e incastrati nel sistema giudiziario libico, hanno confessato. Ma le principali organizzazioni non governative internazionali che si battono per il rispetto dei diritti dell’uomo hanno sempre ritenuto il processo una farsa e gli imputati hanno ritrattato la loro confessione denunciando che era stata loro estorta con la forza.

il colonnello gheddafiLa sentenza di morte. L’iter giudiziario si è concluso come detto nel maggio del 2004, con la condanna a morte per le infermiere e per il dottore, ma Gheddafi è un leader molto pragmatico e, contestualmente al cambio di rotta in politica estera del suo Paese, ha cominciato a rendersi conto che l’opinione pubblica internazionale (e le cancellerie occidentali di conseguenza) non accettavano la versione ufficiale fornita dal governo di Tripoli e, a quel punto, perché non ricavarne anche un utile? D’altronde tutte le mosse del Gheddafi degli ultimi cinque o sei anni sono sempre state indirizzate al miglioramento delle relazioni internazionali della Libia e a rimpinguare le esangui casse statali. Le pressioni del governo degli Stati Uniti e dell’Unione Europea su Gheddafi sono state ribaltate dall’abile Colonnello nella richiesta di un maxi-risarcimento. Tutti erano interessati alla soluzione della vicenda: il governo bulgaro che voleva riportare a casa le sue cittadine, Usa e Ue che adesso sono molto vicine alla Libia e che non potevano permettersi un danno d’immagine come la condanna di sei innocenti e infine Gheddafi stesso, da sempre sensibile alle valute pregiate.  Presto fatto: poche ore prima della pronuncia della Corte Suprema il governo bulgaro ha reso noto che, per le famiglie dei bambini contagiati, Sofia aprirà un fondo cospicuo cofinanziato dalla Ue e dagli Usa. E la sentenza ha annullato la condanna a morte. Quando si dice il tempismo. Certo i sei imputati subiranno un nuovo processo, ma la decisione della Corte Suprema fa sperare in un lieto fine. La gestione del fondo di risarcimento alle famiglie delle vittime sarà appannaggio dal governo libico.

Christian Elia

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