Scritto per noi da
Paolo Lezziero
Charles de Foucauld, “ le père” dei Tuareg del Sahara algerino, viene affrontato storicamente nel 1921 da René Bazin, accademico francese del 1903, professore
di diritto, giornalista e biografo.
Il volume, edito dalle Edizioni Paoline, racconta l’esperienza spirituale di
questo frate trappista beatificato il 13 novembre 2005 da Benedetto XVI nella
basilica di San Pietro.
Nato a Strasburgo nel 1858, orfano dei genitori in giovane età, viene mandato
dal nonno all’Accademia di Cavalleria dell’esercito francese. Un’esperienza che
gli servirà a capire di non essere adatto alla vita in divisa. Si congeda nel
1882, la sua curiosità del sapere e del conoscere oltre i piccoli confini della
sua città lo porta ad aggregarsi ad una spedizione nel Marocco.
I ritrovamenti e i rilievi risultarono un tale avvenimento scientifico da fruttargli
la medaglia d’oro della Società di geografia. Con quello però che aveva dentro,
col suo fuoco interiore incontenibile non poteva accontentarsi di quanto aveva
acquisito e allora si reca in pellegrinaggio in Terra Santa.
Decisivo l’incontro con l’abate Huvelin, per lui che ancora non era credente,
anche se ogni tanto andava in chiesa ripetendo la preghiera…” se ci sei, fammiti
conoscere…”
Entra nella Trappa di Nostra Signora delle Nevi, in Francia. Non si accontenta.
Cerca una vita più dura. Arriva in Siria, sempre alla ricerca di sé stesso e di
quanto gli brucia dentro, poi a Nazarhet, dove per tre anni lavora come giardiniere
presso il monastero delle Clarisse. Decide infine di diventare prete, e il Sahara
gli era sembrato “il luogo” dove “ cominciare” la sua missione terrena.
Sceglie prima Bèni-Abbès, e poi, per vivere con i Tuareg, di cui condivise la
vita imparandone la lingua, traducendo i loro poemi e dando alle stampe un imponente
dizionario illustrato, si stabilisce a Tamanrasset. Prima di fondare una famiglia
religiosa, il suo ultimo grande desiderio, incentrata sul Vangelo , sull’Eucaristia,
sulla vita apostolica, viene ucciso con una fucilata, il 1 dicembre del 1916,
dopo essere strappato di forza dal suo eremo fortificato di Tamanrasset.
Il primo “luogo” del suo apostolato è Beni- Abbès, un’oasi di millecinquecento
anime divisi in tre gruppi. Gli “abbabsa”, originari del paese, e poi gli arabi della tribù dei “rehamna”, e poi gli uomini di colore, giardinieri, seminatori,
mietitori. La scelta di Fratel Charles è dovuta alla grande miseria del luogo,
alla sua trascuratezza e alla vicinanza del Marocco, terra da lui molto amata
e dove sperava di rientrare come missionario.
Li si costruisce il primo eremo, scava i pozzi per l’acqua, costruisce una cappella
usando pietre raccolte sull'altipiano e mattoni di argilla disseccata. La sua
opera più importante è legata a Tamanrasset, dove, oltre la sua missione di apostolato,
aiuta medici per le vaccinazioni alla diffidente popolazione Tuareg, fa da mediatore
per ufficiali e soldati francesi. Ecco i consigli che dava al dottor Hèrisson,
che soggiornava da qualche mese nell’Hoggar: “bisognava essere semplici, affabili
e buoni a contatto diretto con i Tuareg,amarli e far loro capire che li si ama
per essere da loro amati…Non fare l’aiutante maggiore e neppure il dottore con
loro; non offendersi per le loro familiarità…essere umani, caritatevoli e sempre
allegri…il sorriso mette il buon umore, ravvicina gli uomini, e a volte ravviva
un carattere ombroso: una forma di carità. Quando si troverà fra i Tuareg dovrà
sempre sorridere.”
E’ la risposta di questo eroico missionario, nei primi anni del 1900, alle guerre
colonialiste, anche attuali, alle stragi e alle bombe “ intelligenti”. Il suo
è un inno alla pace quando l’Europa di allora è in piena guerra mondiale(la prima).Portato
avanti in mezzo alle gente semplice, i pastori Tuareg, dove meglio poteva essere
capito. La sua morte violenta è una denuncia alle mutilazioni, alle malattie indotte,
ai miti della razza più forte e meglio armata dei nostri giorni che deve “prevalere”
sul resto del mondo. Un segno che Charles de Foucauld ha lasciato e che è sopravvissuto
alla sua morte, come ci fa capire l’autore del libro Renè Bazin.