Mentre si stanno
ancora celebrando le oltre 30mila vittime dello tsunami di un anno fa, in Sri
Lanka molti temono il ritorno della
guerra civile
tra esercito, rappresentante
della maggioranza cingalese, e ribelli delle Tigri tamil, dopo la
proclamazione del cessate il fuoco quattro anni fa. Ieri mattina, 27
dicembre, solo l’ultimo episodio di violenza: almeno 11 soldati sono
morti e altri
4
sono rimasti feriti per l’esplosione di una mina nella penisola di
Giafna,
estremo nord del Paese. Per il portavoce dell’esercito non ci sono
dubbi sui
responsabili dell’attentato: “Nessun altro è in grado di sferrare un
attacco di
questo tipo a Giafna se non le Tigri”. Finora, tuttavia, i ribelli
separatisti
hanno continuato a negare ogni coinvolgimento o a non commentare lo
stillicidio
che solo a dicembre ha causato 40 vittime fra i soldati governativi. E
diverse
altre fra guerriglieri o presunti tali.
Gli ultimi fatti. La guerra cominciata nel 1983 si è consumata
per lo più nel nord e nell’est del Paese, dove sono concentrati i tamil, ma le
ultime violenze si sono verificate quasi a macchia d’olio.
Il 23 dicembre, uno
degli eventi più gravi dalla firma del cessate il fuoco nel febbraio 2002: 13
marinai hanno perso la vita e altri 4 sono rimasti feriti per l’esplosione di
una mina nel distretto nord-occidentale di Mannar. Al momento dell’attacco
stavano viaggiando su un autobus e su un camion nei pressi di Pesalai, 220
chilometri a nord della capitale Colombo. In reazione all’accaduto, il giorno
dopo i delegati dei Paesi sostenitori del processo di pace (Giappone, Norvegia,
Unione Europea e Stati Uniti) si sono riuniti con gli esponenti delle Tigri,
guidati da Thamilselvan, a Kilinochchi, nell’estremo nord. Non si è raggiunto,
però, alcun accordo e i negoziati di
pace sembrano più in stallo che mai. In particolare non c’è intesa sul luogo
dove riprendere le trattative: in Asia per il governo, in Europa per le Tigri.
E
nonostante l’appello per la pace degli esponenti della comunità internazionale,
qualche ora più tardi è stato compiuto un altro assassinio politico. Il 25
dicembre Joseph Pararajasingam, un parlamentare della Tamil national alliance
(Tna), partito vicino alle Tigri, si era recato come ogni anno alla messa di
Natale nella sua città Batticaloa, sulla costa est. L’hanno freddato quando la
celebrazione non era ancora terminata, ferendo anche altre 8 persone, tra cui
la moglie. Il 26, poi, l’esercito ha ucciso due presunte Tigri e due civili
sono morti in circostanze non chiare.
La ripresa delle ostilità. L’aumento delle violenze (decine negli ultimi
mesi) si è registrato dopo due eventi: l’uccisione del ministro degli esteri Lakshman
Kadirgamar in agosto e l’elezione del nuovo presidente, Mahinda Rajapakse, a
novembre.
Kadirgamar, un tamil
avversario delle Tigri, era istato sostenuto anche dal Jvp, partito nazionalista
che è
uscito dalla coalizione dell’ex presidentessa Kumaratunga, dopo che lei aveva
firmato a giugno un accordo con le Tigri sulla gestione degli aiuti
post-tsunami.
Rajapakse, invece,
ha battuto alle presidenziali l’ex promotore del processo di pace Ranil
Wickramasinghe. Il nuovo capo di Stato, detto anche “l’uomo delle masse”, ha
sempre respinto la richiesta dei ribelli tamil di creare una regione autonoma
nel nord e nell’est.
Lo tsunami, d’altra
parte, sembra aver acuito le tensioni, visto che in gioco ci sono ben 3
miliardi di dollari da destinare ai progetti di ricostruzione sulle coste,
abitate da tamil induisti, cingalesi buddisti e musulmani e cristiani di
entrambe le etnie.
Un’altra questione,
infine, potrebbe contribuire a far riesplodere il conflitto. Nel marzo 2004 il
movimento delle Tigri si è spaccato in due fazioni, del nord e dell’est, che
non hanno mai smesso di combattersi. Secondo gli analisti, oggi il governo appoggerebbe
la fazione del nord conducendo una guerra per procura, in cui sono cadute anche
alcune delle vittime recenti.