31/12/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



I coltivatori espropriati da Mugabe nel 2000 fanno affari d’oro. In Zambia
Sono passati ormai cinque anni dalla famosa riforma agraria varata dal presidente Robert Mugabe in Zimbabwe: in pochi mesi 4.000 farmers bianchi, al tempo possessori del 70 percento delle terre coltivabili, furono brutalmente espropriati delle loro fattorie con contorno di violenze condotte dalle bande armate sostenute dalle autorità. Da allora quattro quinti dei coltivatori bianchi hanno lasciato il paese per rifugiarsi oltreoceano, in Australia o Gran Bretagna. Una minoranza ha invece preferito rimanere sul continente, allettata dalle offerte dei paesi vicini che hanno visto in questi “nuovi profughi” un indispensabile strumento per rivitalizzare le loro agricolture al collasso. Le autorità di Zambia e Mozambico hanno visto giusto: in pochi anni la produzione agricola è più che quintuplicata, mentre nello Zimbabwe si muore di fame.
 
Arrivi in sordina. Il fenomeno non è conosciuto ai più perché, in un periodo di riforme agrarie radicali come quelle in preparazione in Namibia e Sudafrica, in Zambia e Mozambico si preferisce mantenere un profilo basso per evitare problemi diplomatici. Soprattutto con il governo di Mugabe che mal tollera che il proprio paese, un tempo il granaio dell’Africa, sia ora costretto a importare mais da Zambia e Mozambico, dove l’arrivo dei farmers bianchi ha creato una vera e propria rivoluzione. Le nuove fattorie, nate grazie alla concessione di generosi prestiti da parte di banche e multinazionali del tabacco, danno lavoro a più di 30 mila persone e garantiscono livelli di produzione fino a pochi anni fa impensabili. Creando anche meno tensioni sociali, visto che quelle coltivate dai bianchi erano terre incolte e sono state date in concessione per svariati decenni, ma restano comunque di proprietà statale. Piccoli correttivi per evitare i problemi nati nello Zimbabwe.
 
Piccoli problemi. Nonostante tutto qualche tensione sta nascendo anche nelle nuove farms: la maggioranza nera, nonostante benefìci del boom agricolo in termini di posti di lavoro, non vede di buon occhio le consistenti facilitazioni concesse ai nuovi venuti. In particolare la multinazionale americana Universal Leaf Tabacco, che da tempo pensava a una diversificazione delle proprie piantagioni all’infuori della Virginia, ha concesso più di 30 milioni di dollari in prestiti ai coltivatori bianchi. Cifre mai viste in Zambia e Mozambico prima d’ora, e che stanno suscitando le invidie della maggioranza (povera) degli agricoltori. Nulla di preoccupante fino a quando il nuovo boom agricolo riuscirà a coinvolgere nello sviluppo anche la popolazione locale. Non a caso la Universal Leaf ha deciso di concedere prestiti per 12 milioni di dollari anche ai farmers neri.
 
Progetti pilota. L’esempio di Zambia e Mozambico interessa altri stati africani. Il Malawi, che da tempo si è assicurato la presenza di alcune famiglie transfughe dallo Zimbabwe, e la Nigeria, che nella provincia di Kwara ha varato una progetto pilota che nei prossimi cinque anni dovrebbe portare all’arrivo di 200 famiglie di farmers bianchi. Un metodo che potrebbe garantire ai paesi africani un roseo futuro nel settore agricolo. A patto che gli equilibri con la popolazione locale non vengano meno, che i nuovi arrivati decidano di trasmettere il know-how anche ai coltivatori neri e che i guadagni non prendano la via dell’estero come accaduto in Zimbabwe. Altrimenti la riforma agraria condotta da Mugabe, partita da presupposti assolutamente corretti ma condotta nel modo sbagliato, potrebbe fare proseliti. 

Matteo Fagotto

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