22/11/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



In Libano, tra mille problemi, un segnale di tolleranza e convivenza

un cedro, simbolo del libanoUna delle caratteristiche dei conflitti dell'era moderna è che difficilmente si riesce a scrivere la parola fine, anche quando le bombe smettono di cadere e i fucili di sparare. Un esempio in questo senso è il Libano. Il Paese dei Cedri è stato sconvolto da una sanguinosa guerra civile dal 1975 al 1990. Più di 100 mila personehanno perso la vita nel conflitto che vedeva una contro l'altra l'anima cristiana e quella musulmana del Paese.


I Libanesi sono per il 60 per cento musulmani e per il 40 per cento cristiani, con rappresentanze di tutte le confessioni conosciute delle due grandi religioni madre. Uno dei retaggi della guerra è il sottilissimo equilibrio politico che garantisce la pace: il Presidente della repubblica è un rappresentante della comunità cristiano-maronita, il Primo Ministro è esponente dei musulmani sunniti e il Presidente del Parlamento è un musulmano sciita.



le rovine della guerra civileNella guerra civile libanese un ruolo determinante fu giocato dai paesi confinanti: Israele e Siria.
I militari siriani, nonostante una recente risoluzione delle Nazioni Unite che ne chiedono il ritiro, continuano a presidiare una parte del Paese. Le truppe israeliane hanno abbandonato le posizioni occupate durante la guerra solo nel 2000 e, nel Libano meridionale, il potere reale è nelle mani delle milizie di Hezbollah, partito-movimento musulmano sciita filo-iraniano.
 
Gli Hezbollah continuano a fronteggiarsi con i militari d'Israele e le scaramucce sono all'ordine del giorno, mentre la politica del Libano resta schiacciata tra la difficile convivenza con i rifugiati palestinesi che non godono di pari diritti e le pressioni della Siria e del Libano ai suoi confini.

In uno scenario che definire instabile è poco, nel Libano meridionale, precisamente nella città di Nabatieh, in territorio Hezbollah, c'è un edificio bianco, una scuola che da fuori è uguale a tante altre. Solo che la National Evangelical School non è una scuola come le altre. Fondata 75 anni fa da missionari Presbiteriani, è una scuola cattolica. Ha 783 scolari. Per la massima parte musulmani sciiti, che rappresentano la maggioranza degli abitanti della cittadina.

“In 75 anni di duro lavoro, mai un musulmano si è convertito al cristianesimo”, racconta Munther Antoun, uno degli insegnanti nonché il direttore della scuola, “il nostro scopo e quello dei missionari che hanno fondato l'istituto non è il proselitismo, ma la conoscenza e la comprensione reciproca tra le religioni. La cultura è il miglior messaggero di pace che ci sia al mondo”.

Si potrebbe pensare che, per quieto vivere, l'insegnamento della religione venga evitato. Ma non è così. Assieme alla letteratura, alle scienze, alla matematica e all'educazione fisica, gli studenti, ogni mattina per venti minuti al giorno, studiano religione. Insegnanti cristiani che parlano di fede a ragazzi in massima parte musulmani.

l'edificio della national evangelical school“I docenti s'impegnano a trovare un terreno comune”, racconta Antoun, “un esempio in questo senso è la figura di Gesù. Il nostro Cristo viene venerato dall'Islam come uno dei profeti più importanti. E' bello e costruttivo parlarne assieme. Spesso i docenti scelgono dei passi del Corano e della Bibbia e ne parlano con i ragazzi. Ci sono molte più cose in comune tra Cristianesimo e Islam di quelle che pensiamo, soprattutto in questo momento storico”.

Non sempre tutto è così semplice. “A volte ci sono dei termini di confronto molto delicati”, dice il direttore della scuola, “penso ad esempio alle festività. Il Natale non comporta alcun problema, visto e considerato che si festeggia la nascita di una figura fondamentale per entrambe le religioni, ma quando arriva la Pasqua tutto è più difficile. Per l'Islam non c'è nessuna Resurrezione da festeggiare e spiegarlo ai ragazzi non è facile. Ma ci si parla, ci si confronta e tutto questo aiuta la tolleranza, aiuta questi ragazzi a convivere con persone che hanno una fede diversa dalla loro e aiuta anche noi”.


Le immagini disponibili sul sito internet della scuola mostrano volti sorridenti, di giovani felici di stare assieme, vestiti come gli pare e liberi di conoscere altre culture e altre fedi. Il Libano ha conosciuto la deriva cui può portare la convivenza quando degenera nell'intolleranza, magari strumentalizzata da altri paesi per i loro fini politici. C'è da sperare che quando diventeranno grandi e contribuiranno al futuro del loro Paese non dimentichino la lezione imparata sui banchi della National Evangelical School.

Christian Elia

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