Scritto per noi da
Gianluca Ursini

“L’onda era come un tappeto blu scuro, alto venti metri, che si srotolava sulla
strada inghiottendo palme, persone, automobili...Io la vedevo dallo specchietto
retrovisore e spingevo sull’acceleratore, tutto il piede giù, premendo sul ginocchio
con la mano sinistra per schiacciare al massimo. E’ un terrore che non si può
descrivere”. Le parole di Ipan, uomo d'affari di Banda Aceh, fanno capire cosa
dev’essere stato fronteggiare quel muro d’acqua nella provincia più vicina all’epicentro
del sisma: Aceh, nord di Sumatra, Indonesia.
Solo qui 126mila morti accertati, oltre 90mila dispersi. Mezzo milione i rifugiati
presso parenti, nelle tende dell’Alto Commissariato Onu o nelle baracche di Croce
e Mezzaluna rossa. A un anno dalla tragedia, in 250mila cercano ancora casa. La
situazione sulla costa Ovest è in alcuni casi peggiore, lì dove l’epicentro del
sisma è più vicino: oltre 100 chilometri a sud di Banda Aceh, verso le rovine
di Calang e Meulaboh, non è rimasta strada, mancano strutture sanitarie in muratura,
gran parte dei villaggi, dove il 90 percento degli abitanti è morto, non si sa
se ricostruirli.
Come Hiroshima. “Se prendi la jeep e vai verso nord da Meulaboh, lo scenario che incontri è
molto simile, beh, è quello che mi immaginavo io per rappresentarmi Hiroshima
il 10 agosto del 1945, il day after”, ricorda con
PeaceReporter Frank Butler, un medico dopo sei mesi di volontariato presso una Ong indonesiana
nel distretto di Sumatra Ovest. “Secondo me da quelle parti siamo in ritardo:
in sei mesi avrò visto un paio di funzionari Onu fare sopralluoghi per la ricostruzione.
Non hanno le idee chiare su come calibrare l’intervento”, incalza Butler, che
ha aperto un
blog sulla sua esperienza di volontariato asiatico.
“Impossibile fare prima – ribatte un’altra americana, Barbara Jenina, addetta
relazioni esterne del Brr, coordinamento indonesiano per la ricostruzione - l’onda
ha spazzato via tutto per una decina di chilometri, ha abbassato il livello precedente
del terreno, ha fatto rientrare la linea della costa per centinaia di metri. Solo
a inizio ottobre abbiamo completato una specie di catasto villaggio dopo villaggio;
la foresta vergine si è ripresa il terreno dove prima sorgevano i villaggi; è
un lavoro che porterà via anni ”. Il Brr è stato fondato 6 mesi or sono da Giacarta
per coordinare il lavoro delle associazioni umanitarie ed evitare sovrapposizioni.
Ha ricevuto 7 milioni di dollari come prima donazione dagli Usa per andare avanti.
Frank Vellenga è un regista olandese, autore di un documentario per la tv pubblica
andato in onda il 15 dicembre. “Mi sono interessato solo a mostrare la vita delle
persone normali nei villaggi vicino Calang, dove è sopravvissuto solo uno su 10
– spiega a
PeaceReporter– là si sta andando molto a rilento, soprattutto per capire chi avrebbe ricostruito
cosa, dove. E’ difficile fare un vero censimento dei sopravvissuti, stabilire
a chi spetti una casa, e su quale terreno: il territorio non è lo stesso di prima”.
Quattro miliardi per sei anni. Secondo stime ufficiali fornite da Ocha e Echo (uffici di coordinamento dello
sforzo umanitario di Onu e Unione Europea), nella sola Aceh arriveranno 4 miliardi
di dollari, da qui al 2010. Di questi sono stati spesi finora 775 milioni, in
gran parte per interventi d’emergenza, come sgombrare il terreno dalle macerie,
ripulire i canali di irrigazione o bonificare i campi dall’acqua salmastra, attraverso
il sistema ‘cash for work’ (contanti per lavoro) con il quale le stesse vittime
del sisma venivano pagate per ritornare a vivere. Da settembre è partita la ricostruzione:
80mila case da costruire per il Brr. Finora ne sono state realizzate 16mila, di
cui 4mila nel solo capoluogo di provincia, che ha avuto 120mila vittime su 270mila
abitanti. Iniziata anche la ricostruzione di migliaia di scuole e cliniche. A
contendersi i miliardi sono calate su Banda Aceh centinaia di organizzazioni non
governative: erano cento a fine luglio per il Brr, a 8 mesi dalla tragedia.
PeaceReporter ne ha contate 260 a inizio novembre, ma gli ultimi inviati parlano di oltre
300. Con il passar del tempo, a emergenza sempre più lontana aumentano le ong:
come si spiega? “I soldi veri arrivano adesso: con la ricostruzione le agenzie
Onu e nazionali come noi stanziano fondi per aprire cantieri. Finora abbiamo però
fatto molta attenzione a come spendere i soldi, per questo ne sono stati utilizzati
una piccola parte”, ci spiega Pino Antuzzi di Cooperazione Italiana, del ministero
degli Esteri. “Tante ong sono arrivate senza conoscere davvero la situazione,
senza esperienza di intervento di ricostruzione. Senza far nomi, quando vedo organizzazioni
che si occupano di soccorso medico, venute per l’emergenza, rimanere per ricostruire
di scuole, mi viene il dubbio che rimangano per accaparrarsi gli appalti”. “La
verità è che stanno arrivando troppi soldi” ci confida a patto dell’anonimato
una cooperante di una ong italiana che da dieci anni in Indonesia si occupa solo
di assistenza ai disabili.
Troppi schei. In effetti l’arrivo dei Buleh (albini, in Bahasa, sta per ‘uomo bianco’) ha portato
una massa di soldi mai vista prima in una provincia isolata per trent'anni dal
resto del mondo da un conflitto strisciante tra indipendentisti Gam e Giacarta.
Secondo i dati Undp, agenzia Onu per lo sviluppo, lo stipendio medio accinese
era sugli 80 dollari mensili. “Adesso in gran parte guadagnano tra i 250 e i 300
dollari al mese, e non vogliono accettare lavoro sotto queste cifre” spiega a
PeaceReporter Francesca Iacona, supervisore dei progetti della ong milanese Alisei nei Paesi
colpiti dallo tsunami. “Gli affitti sono andati alle stelle: i buleh Onu pagano
senza battere ciglio cifre pari a dieci volte quello che pagherebbero i locali.
Una villa nella nostra zona Est, Sigli, viene affittata per circa 10mila dollari
l’anno; costruirla costerebbe il doppio. Tanti proprietari si sono trasferiti
a Giacarta a vivere di rendita solo dell’affitto”.
“Noi abbiamo deciso di non pagare la nostra manovalanza come i buleh: pagheremo
un quarto di Oxfam o Save the Children”, spiega Budi, della ong tedesca ‘Uplink’,
filiale indonesiana. Il coordinatore nazionale di questa ong impegnata nel microcredito
per riavviare attività commerciali ha detto a
PeaceReporter di non “potere nemmeno immaginare quanto guadagni un bianco che lavora per Undp”.
Sollecitato a dire una cifra, azzarda un “non so, dev’essere tantissimo, fai 900
dollari”. I cronisti italiani vivono un momento d’imbarazzo: non sanno se riferire
all’interlocutore che secondo tabelle ufficiali, un dipendente a progetto Onu,
alla sua prima missione dopo la laurea (un
junior), guadagna 4mila dollari netti mensili.
Vicoli e pozzanghere. PeaceReporter è andata a vedere sul posto come vive la gente dei villaggi maggiormente colpiti
sulla costa Ovest, sud di Lamno, (ex) strada verso Calang. In una sola giornata,
su tre villaggi visitati, decine di persone intervistate, si ripete lo stesso
copione: in gran parte hanno riferito di aver visto nei primi mesi funzionari
Onu, ma poi per dieci mesi più nessuno. “A novembre sono tornati dei signori della
nostra Protezione civile - dice Adani, anziano del villaggio di Bahagia, distretto
di Lamno - per fare un sopralluogo e chiederci dove ricostruire. Per febbraio
hanno promesso le case finite. Noi aspettiamo”. Sta piovendo a dirotto e le baracche
di legno dove i superstiti di Bahagia (230 dei 900 originari) sono sistemati non
sembrano garantire caldo e asciutto. I vicoli sono infangati ed è difficile camminare
tra scivoloni e pozzanghere. Per arrivarci da Lamno si passa da una mulattiera
impossibile, tutta buche, una striscia di fango sotto la pioggia. La strada s’interrompe
là dove c’era un ponte spazzato via. Ora si traghetta su di un ingegnoso battello
fatto di galleggianti legati e coperti di assi di legno. “Gli americani rifaranno
anche il ponte, no problem”, prevede fiducioso Adani.
Thanksgving Party. Intanto a Banda Aceh fervono i preparativi del venerdì sera: la comunità internazionale
(che sarebbero europei ed americani) si vuole rilassare dopo una settimana di
lavoro defatigante in giro per campi profughi. Il pezzo forte della serata è la
festa per il Giorno del Ringraziamento americano nella sede del Pam (programma
alimentare mondiale, Onu) in Jalan General Sudirman. Il bar del World Food Program
è il più gettonato tra i buleh di Banda, uno dei pochi posti dove ti danno alcool
sottobanco. Cosa che aveva destato scandalo tra i mullah accinesi: da tre anni
qui vige la sharìa e la vendita di alcol è punita con il carcere. Ma ai buleh è concesso tutto,
purché continuino a portare soldi, tanti soldi.