Intervista a un giornalista locale che da anni si batte in difesa del popolo balucio
Scritto per noi da
Alessandra Mezzadri*

Il
recente scoppio delle ostilità tra truppe governative e separatisti in Balucistan, regione occidentale del
Pakistan, ha posto sotto i riflettori della stampa internazionale il
dramma di una delle regioni più povere dell’Asia centro-meridionale.
Tra le ragioni della riesplosione del conflitto balucio vi è
la questione della diga di Kalabagh, che rappresenta solo l’ultimo capitolo di
una storia di sfruttamento e marginalizzazione cui il popolo balucio è stato
sottoposto per decenni.
Abbiamo intervistato Nizamuddin Nizamani Baloch, ricercatore
e giornalista locale che si batte da anni per portare all’attenzione dei media
la situazione balucia. Il 9 dicembre, dieci giorni prima della recrudescenza
della violenza, aveva presentato all’Ottava Conferenza per lo Sviluppo
Sostenibile tenutasi a Islamabad un rapporto sul mancato rispetto dei diritti
umani e sull’aumento della tensione sociale e politica in Balucistan.

“Quello che sta succedendo in Balucistan è riprovevole”, ha
dichiarato Nizamani. “Stanno emarginando il nostro popolo e lo stanno portando
alla violenza: molto gruppi locali sono arrivati a credere che quest’ultima sia
l’unica via rimasta per cercare di cambiare le cose”.
Nizamani ha mostrato le statistiche provenienti dal Centro
di Politica Sociale e Sviluppo di Karachi: il 55 per cento della popolazione
balucia vive sotto la soglia di povertà, mentre la media nazionale è del 37 per
cento e la media in Punjab è del 26 per cento; 24 dei 26 distretti baluci
vengono definiti ‘zone ad alto indice di deprivazione’, con l’eccezione di
Quetta e Ziarat; il 52.4 per cento della popolazione rurale balucia non ha una
casa, il 52.5 per cento non ha accesso alla terra visto che il governo
pachistano non riconosce il sistema pastorale nomade balucio che si basa sulla
proprietà collettiva della terra. Il tasso di analfabetismo in Balucistan è del
70 per cento, il 20 per cento in più rispetto alla media nazionale; il tasso di
analfabetismo femminile è dell’82 per
cento, più del doppio della media nazionale. Nonostante questo, il governo non
ha stanziato nessun fondo per l’educazione. In tutto il Balucistan si contano
solamente cinque scuole secondarie professionali. Le uniche strutture sanitarie
sono ancora quelle messe in piedi dagli inglesi: solo a Quetta c’è un ospedale
decente. I distretti di Turbat e Gawadar, che ospitano un milione e mezzo di
abitanti, se la devono cavare con una sola ambulanza.

Il Balucistan è una terra ricchissima di risorse: gas, carbone,
ferro, marmo, oro, uranio. Negli ultimi vent’anni il governo pachistano ha
inaugurato nella regione una lunga serie di quelli che nel paese vengono
definiti ‘mega-progetti’: il porto internazionale di Gawadar, la grande area
industriale di Hub, il cantiere navale Gadani Complex, i progetti di estrazione
mineraria Saindak e Sui, per dirne alcuni. E naturalmente la diga di Kalabagh.
Non è un segreto che il controllo delle risorse minerarie sia una componente
fondamentale dello scontro tra baluci e governo pachistano, il quale ha sempre
sostenuto che la società balucia è ostile allo sviluppo della regione in quanto basata sul sistema tribale,
antitesi di qualsiasi processo di modernizzazione. “Le zone tribali in Balucistan
rappresentano soltanto il 20 per cento del territorio: è una
strumentalizzazione politica” tuona Nizamani. “Anche ammettendo questa
incapacità del sistema locale di autogestirsi e dando per buono che
l’accentramento della gestione delle risorse del governo pachistano sia
un’azione volta alla modernizzazione e al beneficio degli stessi baluci, perché
allora la forza lavoro locale non viene utilizzata nei progetti?”

Ancora una volta, le statistiche parlano chiaro. Nello
stabilimento di Saindak, su 1200 impiegati, solo 50 sono baluci. L’impianto di
Sui per l’estrazione del gas impiega meno dell’un per cento di manodopera
locale. Le categorie di impiego sono sempre le più basse e generalmente di
natura temporanea, cosicché la popolazione locale possa essere mandata via
senza alcun avviso.
“Davanti all’impianto di Sui la protesta di alcuni
lavoratori locali licenziati dall’oggi al domani va avanti dal 1984”, ha detto
Nizamani. “Protestano tutto il giorno davanti allo stabilimento, senza che
nessuno li ascolti. Sanno che non troveranno un altro lavoro lì in mezzo al
deserto, quindi tanto vale che protestino. Questa gente non solo non può
gestire le proprie risorse: non può nemmeno lavorare sul proprio territorio. Il
governo accusa i baluci di arretratezza, ma la popolazione è tenuta in questa
condizione
di proposito. A questo si aggiunge il fatto che il prezzo del gas del
Balucistan fissato dal governo è il più basso del Pakistan, e nonostante il
Balucistan fornisca il 40 per cento di tutto il gas pachistano, ne utilizza
solo l’un per cento”.

L’11 settembre 2005, Nizamani ha intervistato Nawab Bugti,
leader dell’opposizione balucia, che ha affermato: “Ho costruito strade,
scuole, ospedali. Ho invitato compagnie telefoniche e di telecomunicazioni a
investire nel territorio. Ma il governo non ha portato questi servizi necessari
allo sviluppo, e invece ha costruito basi per l’atterraggio di elicotteri. Non
conosco nessun balucio che abbia un elicottero. Inoltre, le basi dovrebbero
essere costruite per difendersi da un nemico. Contro chi sono pensate queste
basi?”
E’ difficile rispondere a questa domanda. Certo, il
Balucistan ha una posizione geografica chiave: è un ‘occhio’ su Afganistan e
sull’Iran, due paesi che suscitano grande interesse e tensione, non solo da
parte del Pakistan ma a anche da parte della comunità internazionale.
“Da molti anni il governo pachistano usa la violenza contro
i leader baluci. Recentemente, diversi esponenti del movimento studentesco sono
stati incarcerati o sono scomparsi nel nulla. Ma non si può reprimere un intero
popolo”, ha dichiarato Nizamani.
Appena dieci giorni dopo la fine di questa intervista con
Nizamani, in Balucistan sono scoppiati i combattimenti.