Con questo articolo il nostro redattore Luca Galassi ha vinto il premio giornalistico
"Enzo Baldoni" istituito dalla Provincia di Milano.
Siamo particolarmente fieri di aver vinto un premio intitolato al giornalista
scomparso in Iraq, vittima di una guerra insensata. Per molti motivi, il primo
dei quali è che lui era in quel paese per raccontare la guerra dal punto di vista
delle vittime civili, che è il nostro stesso punto di vista.
E siamo anche fieri, ovviamente, di avere Luca in redazione.
Maso Notarianni
Dal nostro inviato
Luca Galassi
Questa è la storia di un 'uomo bianco' che sta dedicando tutte le sue energie
a un popolo che ama. E' la storia di Christian Enk, 27 anni, austriaco, e della
sua avventura in un Paese devastato dallo tsunami.

Una storia che comincia con una mail, inviata dall'Indonesia agli amici di Salisburgo
due settimane dopo la catastrofe del 26 dicembre 2004: "La distruzione è enorme.
La gente ha perso tutto. Io sono tornato per aiutarli. Avete la mia parola che
tutto ciò che donerete, o che avete già donato, raggiungerà direttamente le persone
che ne hanno bisogno". Era il 10 gennaio 2005. Il buleh ('uomo bianco', in lingua
bahasa) dagli occhi di ghiaccio aveva lasciato il Tirolo per tornare con la moglie
indonesiana nel luogo dove si erano conosciuti quattro anni prima: l'isola tropicale
di Pulau Weh, di fronte alla lussureggiante Sumatra. Ma Pulau Weh e Sumatra non
erano più l'incontamimato paradiso che Christian conosceva. Lì aveva visto i primi
coralli e le prime tartarughe marine. Lì aveva appreso che in 20 anni di rivolta
indipendentista un governo autoritario aveva fatto terra bruciata intorno ai guerriglieri,
torturando e uccidendo innocenti, imponendo severe restrizioni alla circolazione
degli abitanti, impedendo l'accesso di giornalisti e operatori umanitari stranieri.
Lì aveva anche imparato che non era bastato tutto questo a piegare il morale di
gente umile e generosa. Tra questa gente aveva conosciuto Eka, che l'avrebbe raggiunto
in Austria per sposarlo e regalargli poi due bambini.
"Come posso aiutare?". Quando l'ingegnere della Società Elettrica austriaca Christian Enk decide di
tornare in Indonesia, un tappeto blu alto dieci metri si è appena ritirato dalla
terraferma dopo aver inghiottito palme, persone, automobili, case. La provincia
di Aceh ha perso 120 mila abitanti, gli sfollati sono 500 mila. A quasi un anno
di distanza molti di loro non hanno ancora un alloggio definitivo. Da Pulau Weh
l'avventura umanitaria del 'buleh' comincia con una domanda: "Come posso aiutare
da solo e il prima possibile tutti quelli a cui voglio bene? E i parenti di quelli
a cui voglio bene? E i loro amici?". La risposta è in un conto corrente aperto
presso un istituto di credito austriaco, la Bank Austria Creditanstalt. I primi
soldi arrivano dagli amici di Salisburgo. Poi, quasi a sorpresa, decine di migliaia
di euro dai colleghi della Società Elettrica. "Avete la mia parola": evidentemente
bastava questo, in chi lo conosceva, per premiare la sua buona fede e il suo coraggio.
Con le donazioni cominciò il primo di una lunga serie di progetti: distribuire
latte in polvere ai bambini di Pulau Weh. Il problema erano i mezzi materiali
per farlo.
Il colonnello dalla schiena dritta. Christian si recò a Medan, la principale città di Sumatra, e comprò decine di
tonnellate di latte in polvere da trasportare a Pulau Weh con l'unico mezzo disponibile
allora: un aereo dell'aviazione francese. "Per entrare in aeroporto - spiega Christian
a PeaceReporter - i camion necessitavano di uno speciale permesso, che nessuno
riuscì ad ottenere rapidamente". C'era da vincere la diffidenza dei militari indonesiani,
la resistenza del governo di fronte a tutte quelle presenze internazionali, che
dopo 20 anni di segregazione affluivano adesso nella provincia di Aceh. "Il colonnello
francese incaricato del trasporto agì con fermezza, sfidando i militari indonesiani:
fece scendere dalla pancia del 'Transall C160' alcuni carrelli elevatori che uscirono
e rientrarono dall'aeroporto, caricando il latte sotto gli occhi allibiti della
sicurezza. L'aereo partì". Una settimana dopo, tutti i bambini di Pulau Weh avrebbero
ricevuto almeno una razione di latte a testa.
Una virtuosa catena benefica. Le donazioni arrivarono a superare i 50 mila dollari. Dopo il latte fu il turno
delle barche. La principale forma di sostentamento della gente di Pulau Weh era
la pesca, e l'onda aveva distrutto gran parte della flotta di pescherecci. Christian
curò la supervisione del progetto di ricostruzione. Quaranta barche furono riparate
e ne furono costruite altre ottanta. Ma l'investimento di cui Christian va oggi
più orgoglioso è una piccola rete di micro-credito per le famiglie locali: chi
fu sostenuto nell'avvio di un ristorante, chi ricevette supporto economico nell'iniziare
piccoli commerci, altri ottennero credito per continuare le attività interrotte
dallo tsunami. "Avete la mia parola", disse ancora Christian, questa volta ai
creditori. La buona fede del 'buleh' venne di nuovo ricompensata: il 'pay-back
rate' (il tasso di restituzione del prestito) arrivò a superare il 90 per cento.
Dopo Pulau Weh, la storia dell'uomo bianco Christian Enk è proseguita a Banda,
la città capoluogo della provincia di Aceh, la cui popolazione è stata dimezzata
dall'onda. E' qui che lo abbiamo conosciuto. Adesso coordina il lavoro di una
piccola ong chiamata 'Hilfswerk', e la catena virtuosa di opere benefiche non
si è ancora fermata.
Mattoni fai da te. La 'Hilfswerk' costruisce case e gestisce una scuola per orfani disabili, dove
una ventina di ragazzi ha trovato una nuova famiglia. Ma Christian ha in cantiere
altre idee: tra poche settimane costruirà un ristorante che diverrà luogo d'incontro
e discussione tra i funzionari delle ong e la popolazione locale. Infine, il progetto
più ambizioso: costruire una pressa a basso costo per produrre mattoni eco-sostenibili.
"Si chiama cinva-ram, ed è stata inventata in Colombia da un ingegnere cileno.
Per fare un mattone ci vogliono solamente sabbia, argilla e fango. Se si vuole,
si può aggiungere un po' di cemento, ma non è indispensabile. Per cuocere quelli
attuali - spiega con rammarico - a Sumatra si stanno mangiando tutte le foreste.
E questi costano meno di 5 centesimi l'uno". C'è da chiedersi se la gente di Banda
Aceh sceglierà di vivere in case di terra, quando tutto intorno è un brulicare
indefesso di cantieri della cooperazione internazionale. "La gente - sostiene
Christian - pensa erroneamente che quelle case saranno migliori. Ma quando verranno
costruite? Qui, in moltissimi vivono ancora nelle tende, e dal governo questa
gente non sente che promesse o proclami".
I fuoristrada delle ong. Qui, a quasi un anno di distanza, 250 mila sopravvissuti allo tsunami vivono
nelle tende dell'Alto Commissariato Onu per i rifugiati o nelle baracche della
Mezzaluna Rossa. Qui, su 80 mila case ne sono state ricostruite meno di 16 mila,
e i nuovi alloggi assommano a poche centinaia. Secondo le stime di Ocha e Echo
(le agenzie umanitarie di Onu e Unione Europea), nella provincia di Aceh arriveranno
4 miliardi di dollari entro il 2010. A contenderseli, centinaia di organizzazioni
non governative, pronte a beneficiare della generosità occidentale più di quanto
non abbiano già fatto in questi mesi. PeaceReporter ha contato a fine novembre
260 ong, che diventeranno oltre 300 nel corso del 2006. E chissà se in futuro
vi sarà ancora spazio per un ulteriore incremento dei 'professionisti del disastro
umanitario' - come li definisce Christian - e dei loro fuoristrada fiammanti che
sgommano nei già affollati vicoli di Banda Aceh. "Il dubbio sorge quando si vedono
organizzazioni che si occupano esclusivamente di soccorso medico, che hanno raggiunto
Sumatra per l'emergenza, rimanere per ricostruire scuole, o case, o per altri
progetti. Il dubbio è che rimangano solo per accaparrarsi i ricchi appalti". Più
passa il tempo e più matura l'impressione che questa remota e sfortunata provincia
indonesiana possa somigliare nuovamente a una terra di conquista per avventurieri,
venuti dall'Occidente in cerca di fortuna. Più passa il tempo e più ci si convince che
è solo grazie al lavoro di gente come l'ingegner Christian Enk, e alle sue elementari
rassicurazioni ("avete la mia parola"), se le vuote promesse del governo e delle
ong possono una volta tanto venire oscurate dai fatti, e questa disgraziata e
meravigliosa terra illuminarsi nuovamente di speranza.