Scritto per noi da
Giorgio Raineri *
I giorni di fine anno sono i giorni dell’intimità e del bilancio. Del silenzio.
Questi stessi giorni dello scorso anno ci hanno invece catapultato nella più grande
catastrofe naturale di cui si conservi memoria. Nello spazio di qualche ora ci
siamo sentiti tutti non solo estremamente vulnerabili ma soprattutto vicini, simili,
uguali. Il mare ha aggredito la terra per inghiottirla e per poi sputare brandelli
di case e di corpi.
I ricordi di un anno fa. Ricordo oggi, un anno dopo, quei brandelli, quei pezzi di case e quelle vite
sbriciolate. Con il pensiero cammino di nuovo tra le macerie e mi metto ad ascoltare
il silenzio, tragico e assordante, di allora. Credo di aver fatto di tutto per
non essere uno di quelli che stavano per essere delegati alla prima missione valutativa.
Tra gli sms di auguri per un felice anno nuovo, uno mi indicava un cassetto del
mio ufficio dove avrei trovato il biglietto aereo per Colombo e rivelava anche
il nome del mio compagno di viaggio. Starsky e Hutch, era ed è il nostro soprannome.
Ricordo Colombo tappezzata di stracci bianchi, di bandierine bianche. Il bianco
è il lutto. Città caotica nel traffico ma silenziosa nell’anima, dolorante. Dolorante
era tutto il paese, tutti i villaggi della costa e quelli all’interno. Gli sguardi
ancora spaventati e stupiti. Al mare non si avvicina nessuno, per paura. Per rispetto.
Ricordo in un villaggio del Nord Est degli amici della protezione civile italiana.
Avrei voluto che il villaggio fosse un set cinematografico e loro fossero attori
e che i morti e la gente fossero solo comparse. E invece no… le stesse scene lungo
tutta la costa, alcuni villaggi hanno contato più morti, altri meno, ma la distruzione
è arrivata ovunque.
Occasione per avvicinare e dividere. Ricordo che abbiamo attraversato l’interno e ci siamo spostati al Nord. Qui
lo Sri Lanka mette in mostra la sua povertà, i segni della sua guerra, i suoi
campi minati. È un paese dal cuore spezzato in religioni e i popoli, in sogni
e ambizioni diverse. E’ un paese che non ha ancora pace. Lo tsunami è un’occasione
per avvicinare e una per dividere. E' una questione di scelte, e speriamo sia
scelta la pace. Abbiamo conosciuto lentamente il paese, i timori di aiuti non
imparziali e non neutrali. Ci si muove su un terreno davvero complicato, sul quale
un aiuto umanitario può essere interpretato come il sostegno a gruppi ritenuti
terroristici. Lungo la costa occidentale, nei pressi di Batticaloa, abbiamo conosciuto
un villaggio di pescatori appartenenti alla minoranza etnica musulmana, discendenti
di naviganti arabi, commercianti di spezie. Si chiama Punochchimunai, è il villaggio
che Emergency ha deciso di ricostruire con la collaborazione della locale Tamils rehabilitation organisation e delle autorità governative.
Un villaggio nuovo. Il primo obiettivo è stato il ritorno al mare dei pescatori, fornendo loro canoe,
barche e motori, nuove reti. Le abitazioni permanenti sono in via di costruzione
e saranno completate entro la fine del prossimo anno. Gli studenti hanno tutto
il materiale per riprendere gli studi e i più piccoli avranno presto una scuola
materna. Ci sarà anche un centro medico di base e un centro di aggregazione sociale.
Torniamo regolarmente a Punochchimunai ed è bello vederlo rinascere, passeggiare
tra nuove case quasi finite e altre che cominciano a emergere dagli scavi. Qualche
pozzo comincia a dare acqua non proprio salata e il palmeto, liberato da frammenti
di barca e capanne, ha un aspetto fresco e accogliente. Osserviamo il mare – tranquillo– e i pescatori – lontani–: ricomincia la vita, ricomincia il futuro. Il mare comincia a restituire la
vita e spaventa di meno, ma è bene non dimenticare. E' bene soprattutto non dimenticare
le promesse fatte, gli impegni assunti. Tornando nello Sri Lanka vedo ogni volta qualche segno di ripresa in più, qualcuno
piccolo, qualcuno più grande. Ci sono zone più fortunate, altre meno. Cerco ogni
volta di trovare qualche segno di pace in più e questo non è così facile, neanche
lì. Neanche oggi.