In un luogo di frontiera: dove l’uomo è stato respinto dalla terra dura e ribelle
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La prima volta a Tolar Grande non me ne sono accorto. Ci passai in mezzo a sessanta
all’ora, solo con il mio pick up, lasciando una grande nuvola di polvere e terra.
Un errore facile da commettere, tanto è che lungo la pista di terra rossa che
aggira il pueblo, la municipalità ha pensato di piantare un bel cartello di legno
con inciso Tolar Grande Centro, quasi fosse una grande città.
Per un paesino di centocinquanta anime, sperduto tra laghi salati e vulcani,
a tremila e seicento metri d’altezza, piantare un cartello è un motivo di grande
orgoglio. Poco importa se Tolar riceve un centinaio di visitatori all’anno, è
un segnale di vita.
Vita in mezzo ad uno degli angoli più aridi della terra.
Pochi paesi regalano serenità e energia come Tolar Grande. La luce è forse il
suo segreto. Un giorno d’estate quando il sole ti aggredisce, osservai filtrare,
dall’uscio di una porta, le immagini di un paesaggio così luminoso da apparire
un bianco miraggio. Una luce intensa che oscurava l’interno della stanza. Quassù,
dove cielo e terra sono più vicini, il sole non viene riflesso. Ogni pietra di
questo deserto brilla di luce propria, come se la forza del vento avesse compresso
un angolo di cielo al loro interno.
E’ un luogo di frontiera dove l’uomo è stato respinto malgrado sforzi immani
profusi in anni di duro lavoro, nel tentativo di colonizzare una terra dura e
ribelle.
Qualcuno però è rimasto o è tornato sull’altopiano.
Come la Tola, la pianta da cui prende il nome, l’unica sufficientemente alta
per far legna in tutto l’altopiano (Puna), gli abitanti di Tolar hanno imparato
a piantare radici profonde per evitare di essere spazzati via dal vento della
storia.
Una storia che inizia come per tutti gli insediamenti nel dipartimento Los Andes, nella Provincia di Salta, nel nord ovest dell’Argentina, con la costruzione della
ferrovia che dagli anni 50 collegò Salta ad Antofagasta in Cile. Opera di straordinaria
follia ingegneristica, il treno serviva per approvvigionare le ricche città minerarie
cilene sorte in mezzo al deserto di Atacama e per trasportare la merce argentina
ai porti cileni da dove poi venivano esportate in tutto il Pacifico.
Malgrado le difficoltà ambientali e grazie all’indotto derivante dalla presenza
di una delle miniere più grosse del
sud America, quella di zolfo de La Casuaidad, la ferrovia prosperò sino alla seconda metà degli anni 70. Tolar arrivò ad
avere 5.000 abitanti. Poi un drammatico e rapido declino, dovuto alla chiusura
della miniera e agli elevati costi di trasporto della merce, sino alla crisi del
2001, quando per mancanza di fondi è stato soppresso il servizio passeggeri, isolando
ulteriormente gli abitanti di questa parte della Puna.
“E’ stato molto duro all’inizio – racconta Leopoldo Salva, 29 anni, ex sindaco
di Tolar e ora il più giovane deputato della Provincia – non c’era denaro, la
gente se ne andava in città pensando di vivere meglio, però alla fine tornavano
perché scoprivano che era ancora peggio”.
Tolar Grande però resiste.
I suoi abitanti hanno compreso l’importanza del turismo e di adottare un semplice
progetto di sviluppo. Negli ultimi anni, hanno iniziato ad organizzarsi. Cose
piccole ma che testimoniano la volontà di viviere a Tolar: circuiti e guide turistiche
per i rari viaggiatori avventurosi, due signore, Elsa e Delia che si occupano
dei pasti degli ospiti accogliendoli direttamente nelle loro case. “Fondamentale
è stata la raccolta di fondi, tutti stranieri. – mi dice Leopoldo – Grazie ai
contributi dell’ex ambasciatore di Francia, è stato costruito un fantastico rifugio e comprata un’antenna satellitare con il quale possiamo connetterci
ad Internet. Per noi è stata una rivoluzione, vedere come funzionava il mondo!”.
Il rifugio franco-argentino è gestito alla perfezione, da una giovane ragazza.
Si chiama Azucena, ventiquattro anni, sola, con una figlia di due a San Antonio
del Los Cobres: è uno splendore, lucida e curiosa.
Un giorno portai una coppia di amici in viaggio di nozze a Tolar. Era la prima
volta per il paese e Azucena fece un piccolo miracolo. Al centro della camera
delle donne, trovammo un letto matrimoniale, sui cuscini, due statuine raffiguranti
gli sposi fatte da due bambine. Il rifugio era per loro, in paese sapevano tutti
e sembravano ancora più felici del solito.
Tolar Grande, il municipio verde pisello, la casa del dottore, l’enorme capannone-palestra
affianco alla scuola, la sede della Radio locale Virgin del Valle. L’ascoltano in paese e qualche ricercatore disperso sulle montagne. Il generatore
diesel per l’energia elettrica in funzione dall’una di mattino all’una di notte.
Le strade in terra, la chiesetta in pietra bianca e dietro una piccola via crucis,
un sentiero bianco che solca una collinetta rossa, un molo verso l’abisso che
si apre poco avanti, el Salar de Arizaro, la seconda salina più grande al mondo. Poi, i locali dell’infermeria, dentro
il Doc e l’assistente sanitario, “Pinocho”, perché
dice sempre bugie. I loro pazienti camminano anche due giorni per arrivare a
Tolar. Nascosti tra le montagne, gelosi della loro solitudine, vivono piccoli
gruppi di persone, spesso marito e moglie, abituati ai ritmi della Puna. Mangiano
carne, niente frutta, pochissima verdura ma sono sani come pesci. Il Doc è l’unico
dottore in un’area estesa come la Lombardia; una volta alla settimana parte con
l’ambulanza, un vecchio Ford F-100, per visitare gli ultimi abitanti delle montagne.
D’inverno è il vento a portare freddo. Di notte lo senti sbattere contro le piccole
finestre delle case riscaldate da stufe a legna, quasi fosse in grado di strappare
le stelle dal cielo nero.
Qualcuno apre la porta ed esce fuori per sottrarsi ai lampioni del paese, quaranta
metri dal rifugio e cadi nel buio. Sopra di te ancora luce, frammentata, Orione
e la Croce del Sud, stelle sino ai tuoi piedi. Anche in cielo è un deserto: nessun
aereo o satellite ma a Tolar dicono che non sei mai solo. La leggenda più popolare
è quella del Duende un folletto che s’aggira di notte e la Coquena, una vecchia signora che vive sulla Puna e che protegge le vicugne dai cacciatori
di frodo.
Da lontano Tolar appare come una base lunare, chiuso da un lago salato, il Cerro
Macon (sulla cui vetta si trova il primo di un sistema di santuari d’altura Inca)
e un deserto di coni di terra rossa. Ci siamo arrampicati sulla cima del più alto,
c’erano solo le montagne a guardarci.
“Fissa il cielo e vedrai un universo di punti bianchi muoversi nell’aria, questa
è l’energia che circonda Tolar” mi dice il Doc, appassionato di medicina alternativa.
Energia o luce, è possibile fermarsi per giorni a Tolar e sentirsi vivi senza
far nulla. Ma questo forse lo possono dire meglio gli abitanti di Tolar.
E’ una mattina piena di luce. Parto con il mio pick up, mi chiedono se vado a
San Antonio ma io procedo verso sud - “Bueno gracias, non importa - mi dicono
sorridendo – aspetteremo”.