20/11/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



In un luogo di frontiera: dove l’uomo è stato respinto dalla terra dura e ribelle
scritto per noi da
Fabrizio Ghilardi
 
Foto di Fabrizio GhilardiLa prima volta a Tolar Grande non me ne sono accorto. Ci passai in mezzo a sessanta all’ora, solo con il mio pick up, lasciando una grande nuvola di polvere e terra.
Un errore facile da commettere, tanto è che lungo la pista di terra rossa che aggira il pueblo, la municipalità ha pensato di piantare un bel cartello di legno con inciso Tolar Grande Centro, quasi fosse una grande città.
 
Per un paesino di centocinquanta anime, sperduto tra laghi salati e vulcani, a tremila e seicento metri d’altezza, piantare un cartello è un motivo di grande orgoglio. Poco importa se Tolar riceve un centinaio di visitatori all’anno, è un segnale di vita.
Vita in mezzo ad uno degli angoli più aridi della terra.
 
Pochi paesi regalano serenità e energia come Tolar Grande. La luce è forse il suo segreto. Un giorno d’estate quando il sole ti aggredisce, osservai filtrare, dall’uscio di una porta, le immagini di un paesaggio così luminoso da apparire un bianco miraggio. Una luce intensa che oscurava l’interno della stanza. Quassù, dove cielo e terra sono più vicini, il sole non viene riflesso. Ogni pietra di questo deserto brilla di luce propria, come se la forza del vento avesse compresso un angolo di cielo al loro interno.
 
foto di Alberto GhilardiE’ un luogo di frontiera dove l’uomo è stato respinto malgrado sforzi immani profusi in anni di duro lavoro, nel tentativo di colonizzare una terra dura e ribelle.
Qualcuno però è rimasto o è tornato sull’altopiano.
 
Come la Tola, la pianta da cui prende il nome, l’unica sufficientemente alta per far legna in tutto l’altopiano (Puna), gli abitanti di Tolar hanno imparato a piantare radici profonde per evitare di essere spazzati via dal vento della storia.
 
Una storia che inizia come per tutti gli insediamenti nel dipartimento Los Andes, nella Provincia di Salta, nel nord ovest dell’Argentina, con la costruzione della ferrovia che dagli anni 50 collegò Salta ad Antofagasta in Cile. Opera di straordinaria follia ingegneristica, il treno serviva per approvvigionare le ricche città minerarie cilene sorte in mezzo al deserto di Atacama e per trasportare la merce argentina ai porti cileni da dove poi venivano esportate in tutto il Pacifico.
 
Malgrado le difficoltà ambientali e grazie all’indotto derivante dalla presenza di una delle miniere più grosse del foto di Alberto Ghilardi sud America, quella di zolfo de La Casuaidad, la ferrovia prosperò sino alla seconda metà degli anni 70. Tolar arrivò ad avere 5.000 abitanti. Poi un drammatico e rapido declino, dovuto alla chiusura della miniera e agli elevati costi di trasporto della merce, sino alla crisi del 2001, quando per mancanza di fondi è stato soppresso il servizio passeggeri, isolando ulteriormente gli abitanti di questa parte della Puna.
 
“E’ stato molto duro all’inizio – racconta Leopoldo Salva, 29 anni, ex sindaco di Tolar e ora il più giovane deputato della Provincia – non c’era denaro, la gente se ne andava in città pensando di vivere meglio, però alla fine tornavano perché scoprivano che era ancora peggio”.
Tolar Grande però resiste.
 
I suoi abitanti hanno compreso l’importanza del turismo e di adottare un semplice progetto di sviluppo. Negli ultimi anni, hanno iniziato ad organizzarsi. Cose piccole ma che testimoniano la volontà di viviere a Tolar: circuiti e guide turistiche per i rari viaggiatori avventurosi, due signore, Elsa e Delia che si occupano dei pasti degli ospiti accogliendoli direttamente nelle loro case. “Fondamentale è stata la raccolta di fondi, tutti stranieri. – mi dice Leopoldo – Grazie ai contributi dell’ex ambasciatore di Francia, è stato costruito un fantastico rifugio e comprata un’antenna satellitare con il quale possiamo connetterci ad Internet. Per noi è stata una rivoluzione, vedere come funzionava il mondo!”.
 
foto di Alberto GhilardiIl rifugio franco-argentino è gestito alla perfezione, da una giovane ragazza. Si chiama Azucena, ventiquattro anni, sola, con una figlia di due a San Antonio del Los Cobres: è uno splendore, lucida e curiosa.
Un giorno portai una coppia di amici in viaggio di nozze a Tolar. Era la prima volta per il paese e Azucena fece un piccolo miracolo. Al centro della camera delle donne, trovammo un letto matrimoniale, sui cuscini, due statuine raffiguranti gli sposi fatte da due bambine. Il rifugio era per loro, in paese sapevano tutti e sembravano ancora più felici del solito.
 
Tolar Grande, il municipio verde pisello, la casa del dottore, l’enorme capannone-palestra affianco alla scuola, la sede della Radio locale Virgin del Valle. L’ascoltano in paese e qualche ricercatore disperso sulle montagne. Il generatore diesel per l’energia elettrica in funzione dall’una di mattino all’una di notte. Le strade in terra, la chiesetta in pietra bianca e dietro una piccola via crucis, un sentiero bianco che solca una collinetta rossa, un molo verso l’abisso che si apre poco avanti, el Salar de Arizaro, la seconda salina più grande al mondo. Poi, i locali dell’infermeria, dentro il Doc e l’assistente sanitario, “Pinocho”, perché foto di Alberto Ghilardidice sempre bugie. I loro pazienti camminano anche due giorni per arrivare a Tolar. Nascosti tra le montagne, gelosi della loro solitudine, vivono piccoli gruppi di persone, spesso marito e moglie, abituati ai ritmi della Puna. Mangiano carne, niente frutta, pochissima verdura ma sono sani come pesci. Il Doc è l’unico dottore in un’area estesa come la Lombardia; una volta alla settimana parte con l’ambulanza, un vecchio Ford F-100, per visitare gli ultimi abitanti delle montagne.
 
D’inverno è il vento a portare freddo. Di notte lo senti sbattere contro le piccole finestre delle case riscaldate da stufe a legna, quasi fosse in grado di strappare le stelle dal cielo nero.
Qualcuno apre la porta ed esce fuori per sottrarsi ai lampioni del paese, quaranta metri dal rifugio e cadi nel buio. Sopra di te ancora luce, frammentata, Orione e la Croce del Sud, stelle sino ai tuoi piedi. Anche in cielo è un deserto: nessun aereo o satellite ma a Tolar dicono che non sei mai solo. La leggenda più popolare è quella del Duende un folletto che s’aggira di notte e la Coquena, una vecchia signora che vive sulla Puna e che protegge le vicugne dai cacciatori di frodo.
 
foto di Alberto GhilardiDa lontano Tolar appare come una base lunare, chiuso da un lago salato, il Cerro Macon (sulla cui vetta si trova il primo di un sistema di santuari d’altura Inca) e un deserto di coni di terra rossa. Ci siamo arrampicati sulla cima del più alto, c’erano solo le montagne a guardarci.
 
“Fissa il cielo e vedrai un universo di punti bianchi muoversi nell’aria, questa è l’energia che circonda Tolar” mi dice il Doc, appassionato di medicina alternativa. Energia o luce, è possibile fermarsi per giorni a Tolar e sentirsi vivi senza far nulla. Ma questo forse lo possono dire meglio gli abitanti di Tolar.
E’ una mattina piena di luce. Parto con il mio pick up, mi chiedono se vado a San Antonio ma io procedo verso sud - “Bueno gracias, non importa - mi dicono sorridendo – aspetteremo”.
 
 
Categoria: Risorse, Migranti
Luogo: Argentina
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