
“La voglio avvisare perché la conosco da anni. Porti via la sua famiglia da San
Josesito. A fine anno è stato già pianificato un nuovo massacro. Entreremo e vi
massacreremo. Sarà tra la Vigilia di Natale e la fine dell’anno”. Parola di paramilitare.
E la Comunità di Pace di San Josè di Apartadó ripiomba nel terrore.
La storia. Il villaggio di contadini dell’Urabá, che ha scelto la neutralità e la non-violenza
quali armi per combattere la guerra interna che da oltre quarant’anni tiene in
scacco la Colombia, non ha un momento di pace. Minacce e sangue stanno diventando
pane quotidiano. È come una condanna. E ad emetterla sono stati i paramilitari. Dei ‘senza dio’, armati
fino ai denti, artefici di vere e proprie mattanze. A cominciare dalla strage
del febbraio scorso (ma in realtà la lista dei morti ammazzati ha inizio molto
tempo prima). In quell’occasione, grazie anche al coinvolgimento della Brigada XVII dell'esercito colombiano, vennero uccisi il capo della comunità, Luis Eduardo
Guerra, sua moglie, il figlio di pochi anni e altre cinque persone, fra cui due
bambini. I loro cadaveri, ancora caldi, furono fatti a pezzi, e lasciati ai bordi
del viottolo sterrato, in mezzo alla selva più fitta. Stessa tragica violenza
il 17 novembre, un mese fa. Arlen Salas David, la persona che aveva preso il posto
di Eduardo a capo della comunità, è stato ammazzato. E adesso, si prospetta che
avvenga ancora di peggio.
I personaggi. “Tranquilli, che la vostra ora si avvicina!”, è andato gridando ai quattro venti
nel parcheggio di una stazione degli autobus Wilmar Durango, un
paras ormai famigerato per aver ucciso Yorbelis, 27 anni, una ragazza di San Josè.
La sua ferocia è proverbiale: l’ha dimostrata in tante incursioni, distinguendosi
per la sete di sangue. Tanto che le sue minacce suonano sempre come promesse.
Con fare sicuro, si è avvicinato all’auto che fa la spola con San Josè e ha gridato
i suoi anatemi. Con lui, Apolinar Guerra, altro personaggio dal passato per così
dire turbolento, specializzato nella tortura, che non ha aggiunto altro alle parole
dell’amico Wilmar, se non un sorriso cinico che la dice lunga.
Il buono. Le frasi sussurrate all’orecchio del contadino hanno fatto il resto: “Stiamo
negoziando con la polizia e l’esercito – ha confessato un paramilitare impietositosi
- affinché ne escano puliti. Noi entreremo e usciremo indisturbati. E il gioco
è fatto. Questo massacro va fatto subito, perché comincia quella storiella della
smobilitazione e tutto si complica, quindi non si avvicini da quelle parti. E
porti via la sua famiglia. Scappate prima che sia tardi”.
L'esperienza. “In una situazione come quella colombiana, il periodo natalizio è particolarmente
temuto dalla Comunità di pace – ha spiegato Dino Garcia Duranti, del Centro Studi
Difesa Civile, che è stato per 8 mesi volontario con le Peace Brigades International
in attività di accompagnamento della Comunità di pace di San Josè de Apartadò
– ed è purtroppo propizio alla violazione dei diritti umani in quanto l’attenzione
internazionale è minore. E la capacità di sorvegliare di ambasciate, consolati
e reti di appoggio è più lenta”.
Il grido di aiuto. Alla comunità non resta che denunciare e chiedere aiuto: “Ci appelliamo alla
solidarietà nazionale e internazionale, affinché questo massacro annunciato non
diventi realtà. Ogni volta che ci hanno minacciato, gli omicidi si sono puntualmente
compiuti. La sfacciataggine del paramilitarismo e la connivenza con la Forza Pubblica
sono totali. Non possiamo che restare fermi sulle nostre posizioni di fronte a
tali azioni di sterminio scatenateci contro con la connivenza del governo. Nonostante
la paura, continueremo a lavorare in solidarietà e comunità e non retrocederemo
nei nostri principi di neutralità di fronte a qualunque parte in lotta. Speriamo
e ringraziamo per il sostegno nazionale ed internazionale che riceveremo. È l’unica
maniera per far cessare queste violenze”.