Ricordando la strage di Timisoara, un impressionante esempio di falso giornalistico
Scritto per noi da
Simona Tratzi
“Il massacro di Timisoara” raccontato dai media di tutto il mondo
è stato uno dei casi di disinformazione più eclatanti degli ultimi
vent’anni.A pochi
giorni dal Natale del 1989 gli spettatori del mondo intero si commossero di fronte
al “vero” volto dell’oppressione comunista del regime di Ceausescu vedendo i
corpi dei ribelli torturati e poi uccisi dalla polizia del dittatore.
Ancora oggi,
nonostante la certezza che si trattò di una messa in scena, è difficile dimenticare
l’impatto emotivo di quelle immagini toccanti che diventarono parte della nostra
memoria storica.

La rivolta. Sono passati quasi vent’anni dalla svolta anticomunista dei Paesi che aderirono
al Patto di Varsavia. Nel 1989 l’Europa dell’Est attraversò diverse rivoluzioni
che portarono alla caduta dei regimi. In Ungheria, Bulgaria, Repubblica
Democratica Tedesca e Cecoslovacchia si raggiunsero nuove forme di governo senza
spargimenti di sangue. Il caso della Romania fu invece emblematico a causa del
“conducator” Nicolae Ceausescu, fortemente odiato dalla popolazione. La rivoluzione
che lo cacciò dal potere fu tutt’altro che pacifica. La prima città a ribellarsi
fu Timisoara, capoluogo del distretto di Timis, al confine con l’Ungheria. Dal
17 al 22 dicembre 1989 si scatenò la reazione dell’esercito contro la popolazione
in rivolta. La Securitate, la polizia segreta del regime, si impose con la forza contro la popolazione,
attaccando i manifestanti con carri armati e lacrimogeni. Ceausescu ordinò di
chiudere tutte le frontiere, soprattutto ai giornalisti che vennero tenuti lontani
dalla città durante gli scontri. In particolare il 17 dicembre una folla immensa
manifestò contro il regime, occupando il quartiere generale del partito Comunista
e bruciando le immagini del dittatore.
Il ruolo delle agenzie di stampa. In seguito a questi scontri l’agenzia di stampa ungherese Mti raccolse la voce
di un anonimo cittadino cecoslovacco che raccontava “di colpi di arma da fuoco
sparati a Timisoara”. Un paio di giorni più tardi le fonti delle notizie per i
giornalisti di tutto il mondo diventarono i cittadini che riuscirono a varcare
la frontiera. L’agenzia Adn dell’ex Germania comunista fornì per prima la notizia
della “tragedia”. “Ci sono 4.660 morti, 1860 feriti, 13.000 arresti, 7.000 condanne
a morte”. Il giorno dopo la Tv di Stato ungherese diffuse la notizia del ritrovamento
della prima fossa comune. Da tutte le televisioni del mondo occidentale cominciarono
a provenire immagini di corpi mutilati, appena disseppelliti. Le notizie sulla
strage causata dalla rivoluzione contro il regime di Ceausescu rimbalzarono di
agenzia in agenzia, raggiungendo le case di milioni di persone. I racconti furono
dettagliati e precisi: 4.362 morti e 13.214 i condannati a morte. Entrato nel
circuito informativo nel periodo natalizio, il massacro di Timisoara fu mostrato
in continuazione dalle televisioni e raccontato attraverso reportage dai toni
appassionati da tutti i maggiori giornali (
Corriere della Sera, Figaro, New York Times, Le Monde, Washington Post), commuovendo l’opinione pubblica occidentale.
I corpi, appena esumati, erano in parte ricoperti di terra: quasi tutti con una
lunga ferita, dall’alto in basso sul torace, grossolanamente ricucita. In particolare
l’immagine che commosse gli spettatori fu quella del corpo di una donna che giaceva
supino e, sopra di lei, il minuscolo cadavere di una bimba, apparentemente appena
nata, che la stampa si affrettò a identificare come madre e figlia.

La verità. Solo a partire dal 24 gennaio 1990 cominciarono a circolare le prime smentite
rispetto alla rivolta di Timisoara. Una rete televisiva tedesca trasmise alcune
testimonianze oculari dalla cittadina, secondo cui le immagini di orrore e la
scoperta delle fosse comuni erano una messa in scena. Anche l’agenzia di stampa
France Presse scrisse che le immagini dei cadaveri mutilati mostrati dalle televisioni non
erano altro che una messa in scena. Raccolse la testimonianza di tre medici di
Timisoara che affermarono che i corpi di persone decedute di morte naturale furono
prelevati dall’istituto medico legale della città ed esposte alle telecamere della
televisione come vittime della Securitate. Quando si ebbe la certezza che la “strage di Timisoara” non aveva niente a
che fare con la realtà e che si trattava di un falso giornalistico costruito attraverso
la televisione, furono pochissimi gli organi di stampa a riferirlo ai lettori.
Da indagini più approfondite emerse che quei corpi provenivano da un cimitero
dei poveri: le ferite sul torace non erano i segni della tortura, ma dell’autopsia.
Si rivelò, inoltre, che le salme riesumate erano in tutto 13: corpi di sventurati
barboni sepolti nei mesi precedenti. Risultò che madre e figlia assassinati erano
rispettivamente Zamfira Baintan, un’anziana alcolizzata morta a casa sua di cirrosi
epatica l'8 novembre del 1989, e la bimba Christina Steleac, morta per una congestione,
a casa sua, a due mesi e mezzo di età, il 9 dicembre 1989.
Nel caso di Timisoara i mass media non si preoccuparono mai di accertare i fatti
e le fonti, che rimasero sempre anonime, anche quando i giornalisti riuscirono
ad oltrepassare la frontiera e ad arrivare in Romania. I creatori di questa eccezionale
manipolazione giornalistica non sono mai stati identificati con certezza, ma rimane
l’illusione della storia in diretta, creata dalle immagini delle fosse comuni.
L’evento mediatico riuscì a soppiantare la realtà e rimane ancora oggi vivo nella
memoria storica della "civiltà occidentale". In verità nei disordini di piazza
del
dicembre 1989 a Timisoara ci furono 72 morti e 253 feriti distribuiti tra i manifestanti
e gli agenti della Securitate.