Scritto per noi
da Adriano Seu
Tra quasi 160mila vittime causate dallo tsunami del 26 dicembre 2004 in Thailandia,
ci sono anche cittadini birmani che il governo del Myanmar si rifiuta di riconoscere
e che la Thailandia ignora. E proprio questi lavoratori immigrati, da sempre occupati
nell’industria, nella pesca, nelle piantagioni e nel settore turistico, stanno
contribuendo alla ricostruzione delle zone colpite dal maremoto. Ragionevoli dubbi
sul numero di vittime birmane, inoltre, si hanno anche per
coloro che sono morti in Myanmar (ex Birmania), in quella lingua di territorio che si trova a ridosso delle coste
settentrionali tailandesi e si affaccia sul mare delle Andamane.
Dopo il recupero e l’identificazione di centinaia di migliaia di vittime tailandesi
e straniere, è servito pochissimo tempo per scoprire che lo tsunami aveva provocato
un’altra categoria di vittime: gli immigrati birmani presenti sulle coste della
Thailandia, che nella quasi totalità dei casi hanno dovuto lasciare il proprio
Paese clandestinamente e vivere forzatamente nell’illegalità.
Un resoconto di Médecins Sans Frontières (Msf) su sei province della costa occidentale
tailandese, redatto a 9 mesi dall'onda anomala, parla della presenza, al momento
del maremoto, di più di 50mila lavoratori birmani regolarmente registrati dalle
autorità di Bangkok, più altri 500mila clandestini.
Nel corso delle operazioni di soccorso portate avanti con la collaborazione di
una Ong della provincia di Phang Nga, i membri di Msf hanno concluso che potrebbero
essere 5mila i birmani di cui non si hanno notizie. Queste cifre fanno ancora
più effetto se confrontate con i dati delle vittime accertate dello tsunami nella
sola penisola tailandese: più di 5mila morti, di cui 3mila e trecento tailandesi
e più di 2mila stranieri; 8mila feriti e circa 3mila dispersi.
Immigrazione clandestina. Steven Forrester, direttore delle comunicazioni del Comitato Usa per i rifugiati
e gli immigrati (
Uscri), in tempi non sospetti, aveva già dichiarato ad
AsiaNews che migliaia di birmani nel sud della Thailandia sono stati uccisi, feriti e
abbandonati a loro stessi. Forrester, già qualche mese fa, ha denunciato che molte
persone, oltre a non aver ricevuto adeguata assistenza, hanno mantenuto volontariamente
l’anonimato per paura di essere rimpatriate in Myanmar, dove probabilmente, dopo
essere scampati allo tsunami, avrebbero rischiato di morire per mano delle autorità
del loro stesso Paese.
Le autorità birmane vietano ai connazionali di oltrepassare il confine verso
la vicina Thailandia e, anche quando qualcuno riesce a sconfinare, lo fa clandestinamente
e privo non solo di ogni sorta di ogni documento d’espatrio, ma, spesso, anche
di documenti identificativi. Per contro, il governo tailandese, sebbene disposto
a riconoscere il permesso di soggiorno a chi ottiene regolari contratti di lavoro,
prevede l’espulsione immediata per tutti gli immigrati irregolari. Vista l’impossibilità
di ottenere documenti identificativi per la stragrande maggioranza di lavoratori
birmani, e visto l’atteggiamento persecutorio delle autorità tailandesi nei confronti
di questi, ci si rende conto come le difficoltà di ottenere dati certi sugli immigrati
birmani morti sia, probabilmente, un’impresa destinata al fallimento.
I birmani fuggono dal loro Paese per dimenticare soprusi, violenze, povertà e
disoccupazione, ma in Thailandia sono trattati come cittadini di terza categoria,
e lo stesso vergognoso trattamento viene riservato anche ai defunti: basti pensare
che i programmi di soccorso messi a punto dal governo tailandese da un anno a
questa parte non hanno previsto aiuti economici o test del Dna per i profughi
birmani presenti sul territorio. Le forze di polizia tailandesi hanno approfittato
delle circostanze per rastrellare nei campi d’accoglienza tutti quelli identificati
come immigrati illegali ed espellerli.

Storie. La storia di Saru sembra riassumere perfettamente lo stato attuale delle cose.
Alcuni mesi fa Saru ha saputo, così come i parenti di altri 70 profughi birmani,
che il corpo della sorella era stato identificato, ma non è potuto andare a recuperarlo
perché, per la consegna delle salme, le autorità tailandesi richiedono una documentazione
che ne certifichi le generalità e la cittadinanza, mentre quelle birmane non concedono
alcuna documentazione a chi fugge dal Myanmar. “Vorrei poter recuperare il corpo
per poterlo seppellire degnamente, ma so che, in definitiva, sarà impossibile
ottenere informazioni sui cadaveri restanti”, ha dichiarato Saru.
Ad aggravare la situazione non sono stati solo i comportamenti dei governi birmano
e tailandese, ma la situazione stessa di miseria che, oltre a complicare le operazioni
di identificazione, ha esasperato gli animi della popolazione e inflitto colpi
sempre più dolorosi ai birmani sopravvissuti e alle loro tradizioni. Ammarin Nuiamsakul,
commissario della polizia tailandese per l’immigrazione, ha detto che molti birmani
si sono dati al brigantaggio, fomentando l’odio dei tailandesi nei loro confronti.
“Per la paura di essere considerati ladri, lo sono diventati veramente”, ha dichiarato
Nuiamsakul, il quale ha confermato le voci secondo le quali, già da tempo, esisterebbe
un traffico di cadaveri. I corpi senza vita dei profughi birmani non ancora identificati
verrebbero falsamente riconosciuti dai tailandesi che, così, possono riscuotere
il contributo di 20 mila bath (circa 500 euro) che le autorità di Bangkok riconoscono
a chi dimostri di aver perso un familiare. Secondo l’intellettuale tailandese
Saitsuda Ekachai, è evidente che vi sono stati tre tipi di vittime in thailandia:
gli occidentali, i tailandesi e i birmani, ai cui corpi non è stato possibile
dare degna sepoltura.