24/12/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



In Thailandia non si conosce ancora il numero di birmani morti per lo tsunami
Scritto per noi
da Adriano Seu 
 
  Immigrati birmani in Thailandia
Tra quasi 160mila vittime causate dallo tsunami del 26 dicembre 2004 in Thailandia, ci sono anche cittadini birmani che il governo del Myanmar si rifiuta di riconoscere e che la Thailandia ignora. E proprio questi lavoratori immigrati, da sempre occupati nell’industria, nella pesca, nelle piantagioni e nel settore turistico, stanno contribuendo alla ricostruzione delle zone colpite dal maremoto. Ragionevoli dubbi sul numero di vittime birmane, inoltre, si hanno anche per coloro che sono morti in Myanmar (ex Birmania), in quella lingua di territorio che si trova a ridosso delle coste settentrionali tailandesi e si affaccia sul mare delle Andamane. 
 Dopo il recupero e l’identificazione di centinaia di migliaia di vittime tailandesi e straniere, è servito pochissimo tempo per scoprire che lo tsunami aveva provocato un’altra categoria di vittime: gli immigrati birmani presenti sulle coste della Thailandia, che nella quasi totalità dei casi hanno dovuto lasciare il proprio Paese clandestinamente e vivere forzatamente nell’illegalità.
Un resoconto di Médecins Sans Frontières (Msf) su sei province della costa occidentale tailandese, redatto a 9 mesi dall'onda anomala, parla della presenza, al momento del maremoto, di più di 50mila lavoratori birmani regolarmente registrati dalle autorità di Bangkok, più altri 500mila clandestini.
Nel corso delle operazioni di soccorso portate avanti con la collaborazione di una Ong della provincia di Phang Nga, i membri di Msf hanno concluso che potrebbero essere 5mila i birmani di cui non si hanno notizie. Queste cifre fanno ancora più effetto se confrontate con i dati delle vittime accertate dello tsunami nella sola penisola tailandese: più di 5mila morti, di cui 3mila e trecento tailandesi e più di 2mila stranieri; 8mila feriti e circa 3mila dispersi.

Ricostruzione in ThailandiaImmigrazione clandestina. Steven Forrester, direttore delle comunicazioni del Comitato Usa per i rifugiati e gli immigrati (Uscri), in tempi non sospetti, aveva già dichiarato ad AsiaNews che migliaia di birmani nel sud della Thailandia sono stati uccisi, feriti e abbandonati a loro stessi. Forrester, già qualche mese fa, ha denunciato che molte persone, oltre a non aver ricevuto adeguata assistenza, hanno mantenuto volontariamente l’anonimato per paura di essere rimpatriate in Myanmar, dove probabilmente, dopo essere scampati allo tsunami, avrebbero rischiato di morire per mano delle autorità del loro stesso Paese.
Le autorità birmane vietano ai connazionali di oltrepassare il confine verso la vicina Thailandia e, anche quando qualcuno riesce a sconfinare, lo fa clandestinamente e privo non solo di ogni sorta di ogni documento d’espatrio, ma, spesso, anche di documenti identificativi. Per contro, il governo tailandese, sebbene disposto a riconoscere il permesso di soggiorno a chi ottiene regolari contratti di lavoro, prevede l’espulsione immediata per tutti gli immigrati irregolari. Vista l’impossibilità di ottenere documenti identificativi per la stragrande maggioranza di lavoratori birmani, e visto l’atteggiamento persecutorio delle autorità tailandesi nei confronti di questi, ci si rende conto come le difficoltà di ottenere dati certi sugli immigrati birmani morti sia, probabilmente, un’impresa destinata al fallimento.
I birmani fuggono dal loro Paese per dimenticare soprusi, violenze, povertà e disoccupazione, ma in Thailandia sono trattati come cittadini di terza categoria, e lo stesso vergognoso trattamento viene riservato anche ai defunti: basti pensare che i programmi di soccorso messi a punto dal governo tailandese da un anno a questa parte non hanno previsto aiuti economici o test del Dna per i profughi birmani presenti sul territorio. Le forze di polizia tailandesi hanno approfittato delle circostanze per rastrellare nei campi d’accoglienza tutti quelli identificati come immigrati illegali ed espellerli.
  Thailandia sud-occidentale
Storie. La storia di Saru sembra riassumere perfettamente lo stato attuale delle cose.  Alcuni mesi fa Saru ha saputo, così come i parenti di altri 70 profughi birmani, che il corpo della sorella era stato identificato, ma non è potuto andare a recuperarlo perché, per la consegna delle salme, le autorità tailandesi richiedono una documentazione che ne certifichi le generalità e la cittadinanza, mentre quelle birmane non concedono alcuna documentazione a chi fugge dal Myanmar. “Vorrei poter recuperare il corpo per poterlo seppellire degnamente, ma so che, in definitiva, sarà impossibile ottenere informazioni sui cadaveri restanti”, ha dichiarato Saru.
Ad aggravare la situazione non sono stati solo i comportamenti dei governi birmano e tailandese, ma la situazione stessa di miseria che, oltre a complicare le operazioni di identificazione, ha esasperato gli animi della popolazione e inflitto colpi sempre più dolorosi ai birmani sopravvissuti e alle loro tradizioni. Ammarin Nuiamsakul, commissario della polizia tailandese per l’immigrazione, ha detto che molti birmani si sono dati al brigantaggio, fomentando l’odio dei tailandesi nei loro confronti. “Per la paura di essere considerati ladri, lo sono diventati veramente”, ha dichiarato Nuiamsakul, il quale ha confermato le voci secondo le quali, già da tempo, esisterebbe un traffico di cadaveri. I corpi senza vita dei profughi birmani non ancora identificati verrebbero falsamente riconosciuti dai tailandesi che, così, possono riscuotere il contributo di 20 mila bath (circa 500 euro) che le autorità di Bangkok riconoscono a chi dimostri di aver perso un familiare. Secondo l’intellettuale tailandese Saitsuda Ekachai, è evidente che vi sono stati tre tipi di vittime in thailandia: gli occidentali, i tailandesi e i birmani, ai cui corpi non è stato possibile dare degna sepoltura.
 
 
Categoria: Diritti, Ambiente
Luogo: Thailandia