Benjamin Robat è l’unico passeggero della Cap Anamur che è riuscito a rimanere in Italia

Benjamin scuote il capo e sbuffa inquieto.
Da alcuni mesi è rimasto solo, l’unico naufrago della nave Cap Anamur cui è stato
concesso di restare in Italia, al termine di uno sbarco atteso per più di tre
settimane in acque internazionali, terminato con l’immediata espulsione dei suoi
36 compagni e l’arresto dell’equipaggio tedesco e il sequestro della nave.
Pochi giorni, finalmente una buona notizia: gli è stato accordato un permesso
di soggiorno per motivi umanitari. Ma è un permesso solo temporaneo: potrà restare
in Italia ancora sei mesi. Solo che adesso, al centro di accoglienza di Racalmuto,
in provincia di Agrigento, sono stati chiari: ora devi trovarti un altro posto,
qui non ci puoi più stare. E così anche lui, come migliaia di altri profughi che
trovano asilo dalle nostre parti, non ha dove andare. Non parla l’italiano e non
ha un lavoro.
Il suo viaggio è cominciato un giorno di due anni fa nella città di Kano, Nigeria
settentrionale, quando, dopo aver abbracciato la madre, ha cominciato a camminare
verso nord, in direzione di quello che per lui era solo un nome e qualche vago
racconto: l’Europa. Quasi tremila chilometri, un intero deserto e un tratto di
mare, oltre alle mille insidie e i mille imprevisti – spesso mortali – che si
nascondevano dietro le dune e le onde.
”Non mi importavano la distanza e i rischi. Mufé do. Volevo andarmene”, racconta il 29enne nigeriano nel suo inglese pidgin, inframmezzato da espressioni in lingua Yoruba e Igbo.
”A Kano la maggior parte della popolazione è di religione musulmana e odia la
minoranza cristiana, di cui fa parte la mia famiglia. Dopo aver ricevuto tante
minacce ed essermi ritrovato in mezzo alla strada, senza un lavoro, ho deciso
di partire”.
Qualche indumento, i pochi risparmi di una vita e un sogno. Benjamin lascia il
nord della Nigeria ed entra in Niger, seguendo le piste nascoste e i sentieri
invisibili dell’immigrazione clandestina trans-sahariana. Si viaggia di notte
e non c’è nessuna strada, solo dita che indicano direzioni, chiedono soldi, fanno
segno di proseguire. O di fermarsi.
”Non immaginavo che fosse così dura”, ricorda il profugo. Ad ogni città e villaggio,
bisognava pagare qualcuno. Zinder, Agadez, Dirkou sono posti in mezzo al nulla pieni di disperati che cercano un passaggio verso
la Libia. E’ da lì che si salpa per l’Italia. Ma entrare in territorio libico
è una vera lotteria. Predoni, ladri e assassini si nascondono tra le sabbie. Non
te ne accorgi finché non te li ritrovi davanti, armati e pronti a farti fuori.
Se ti va bene ti rubano tutto quello che hai e se ne vanno. Ma ci sono tanti altri
rischi in agguato. Ho visto tanti miei compagni di viaggio morire di sete, o sfiniti
per il lungo viaggio, uccisi dalla fame o dalla dissenteria. Dopo tre settimane
di viaggio sono arrivato nella città di Sabah, nella Libia centrale, nel deserto.
Non avevo più soldi, il mare era ancora lontano. Così, come molti altri ghanesi,
nigeriani, sudanesi, ivoriani, somali, etiopi e sierraleonesi ho trovato un lavoro
come uomo delle pulizie per mettere da parte qualcosa”.

Per Benjamin la permanenza in Libia è uno dei ricordi più brutti,.
”Sono rimasto in quello schifo di città sabbiosa per un anno e mezzo – sospira
– lavorando come uno schiavo, discriminato perché ero nero e cristiano. L’unica
cosa positiva è che non sei solo perché molti altri stanno nella tua situazione.
Ci si aiuta a vicenda, si scambiano consigli, informazioni, opinioni. E’ stato
lì che qualcuno mi suggerì di dire che venivo dal Sudan, una volta arrivato in
Italia. ‘Se dici che sei sudanese ti fanno restare. Altrimenti ti spediscono subito
da dove sei venuto’. Una volta guadagnata la somma necessaria ho preso un autobus
e sono andato a Zuarah, sulla costa libica”.
Zuarah, al confine con la Tunisia, è uno dei luoghi da cui partono i pescherecci
e le imbarcazioni clandestine dirette in Italia. Il tratto di mare è breve ma
pericolosissimo, soprattutto per chi non è pratico di navigazione e non sa nuotare.
La prassi è sempre la stessa. Si trova un trafficante proprietario di barche
o gommoni e si contratta il prezzo, che in genere si aggira tra i 900 e i 1000
dollari. Quando l’imbarcazione è piena, il trafficante dà alla persona più pratica
di motori qualche dritta su come guidare e in che direzione, omettendo molte informazioni
e raccomandazioni vitali.
”Con noi c’era un ragazzo del Ghana – continua Benjamin – diceva di essere un
meccanico e gli abbiamo affidato la guida del canotto che ci era stato venduto
da un arabo. Pensavamo di arrivare in Italia in un attimo. E invece ci sono voluti
giorni interminabili. L’unica cosa che ricordo di quei momenti è la nostra speranza
che scivolava via tra le onde con il passare delle ore e la consapevolezza che
stavamo per morire. Avevamo terminato i viveri. Tutto intorno a noi non c’era
che acqua, acqua, acqua. Eravamo nelle mani di Dio”.
Poi, in lontananza, compare una nave: la Cap Anamur, figlia dell’omonima organizzazione umanitaria tedesca che sta facendo un giro
di ricognizione per le acque del Mediterraneo, prima di far rotta verso il canale
di Suez. E’ il 20 di giugno.
A distanza di cinque mesi, Benjamin ricorda quell’avvistamento con un sospiro
di sollievo. ”Abbiamo urlato dalla gioia. Avremmo continuato a vivere, saremmo
finalmente arrivati in Europa dopo mesi di sofferenze attraverso il deserto”.
Ma Benjamin e i suoi 36 compagni non sanno che li aspetta un altro grande, invisibile
ostacolo che si frappone tra loro e l’Italia: la burocrazia e le leggi sull’immigrazione.

Undici giorni dopo, il 31 giugno 2004, la Cap Anamur chiede il permesso di attraccare
a Porto Empedocle, con 37 naufraghi sudanesi a bordo. La capitaneria di Porto
esita, poi nega il permesso alla nave, sostenendo di voler prima indagare sulla
vicenda, che presenta alcuni aspetti da chiarire.
Il comandante della nave Stephen Schmidt e il presidente dell’organizzazione,
Elias Bierdel, devono giustificare un buco di almeno sei giorni dal giorno del
ritrovamento dei naufraghi in acque internazionali al momento in cui si sono presentati
alle porte d’Europa. Inoltre, sostiene il Viminale, la nave avrebbe transitato
per Malta con i profughi a bordo, violando le leggi che regolano la richiesta
d’asilo, secondo le quali la domanda può essere inoltrata solo ed esclusivamente
nel primo paese in cui si arriva. La Germania si disinteressa alla questione,
Malta fa orecchie da mercante, l’Italia non vuole aprire le porte.
Quello che all’inizio sembra un piccolo ostacolo in un’operazione di ritrovamento
e salvataggio diventa un caso internazionale e presto diventa chiaro che la Cap
Anamur è finita dentro a una falla del sistema legislativo europeo sull’immigrazione.
A bordo la situazione peggiora con il passar dei giorni. I naufraghi, che speravano
di sbarcare in Italia nell’anonimità e nel silenzio della notte, si rendono conto
di essere gli sfortunati protagonisti di una vicenda su cui tutti tentano di far
luce e molti speculano. Sono stremati, provati psicologicamente e fisicamente.
Alcuni di loro cominciano a dare segni di cedimento. Tanto da convincere l’equipaggio
della nave a rompere gli indugi e a infrangere – dopo 13 giorni di attesa – il
divieto di sbarco.
Il resto della storia è noto. Attraccata la nave, l’equipaggio viene arrestato
e i 37 naufraghi, che si scoprirà non essere sudanesi, ma tutti nigeriani e ghanesi,
vengono espulsi e rimpatriati dopo pochi giorni. Tutti tranne Benjamin, che non
ha provato nemmeno per un secondo a fingersi sudanese, ma ha subito ammesso di
essere nigeriano. Perché?
“Mia madre mi ha educato da cristiano e i buoni cristiani non mentono mai”, spiega
categorico.
“Così ho confessato tutto e poco dopo mi hanno detto che potevo restare e chiedere
asilo. Tuttavia della Cap Anamur non ho affatto un brutto ricordo. E’ vero, stare
per 3 settimane in mare senza vedere la terra ti porta quasi alla pazzia. Ma da
quando due anni fa ho lasciato mia madre , quella nave è stato l’unico luogo in
cui mi sono sentito trattato come un essere umano. Mi davano da mangiare tre volte
al giorno e mi visitavano se mi sentivo male. Insomma, si prendevano cura di me.
Sono stato meglio lì che nel centro di accoglienza dove ho vissuto finora”.
Adesso ha ottenuto un permesso temporaneo, Benjamin potrebbe cominciare una nuova
vita. Avrebbe il diritto di trovarsi un lavoro e una casa. Ma vive in un paese
che non conosce e che non lo conosce. Non parla l’italiano e non sa dove andare
e a chi rivolgersi. “Mi sento disorientato e un po’ spaventato”, ammette. “Devo
trovare un lavoro e una sistemazione al più presto. Mi sono rimasti pochi soldi
e mia madre aspetta di riceverne altri. E’ sola, non mi vede da due anni. Ora
spero davvero di riuscire ad esserle d’aiuto”.