22/12/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Le trivellazioni nel Parco nazionale artico non si faranno. Per ora
Alcuni caribù pascolano al tramonto nel Parco nazionale artico dell'AlaskaOrsi polari, caribù e le altre specie che vivono nel Parco nazionale artico possono tirare un sospiro di sollievo: le trivellazioni petrolifere in questo angolo incontaminato dell’Alaska non si faranno, almeno per ora. Ieri il Senato statunitense ha tolto il progetto dalla legge di spesa militare al quale era stato allegato – con una mossa spregiudicata – dal senatore repubblicano dell’Alaska Ted Stevens, che da 25 anni si batte affinché il piano di estrazione vada in porto. Per soli tre voti, la maggioranza repubblicana non è riuscita a superare la manovra ostruzionistica dei democratici, che hanno minacciato di bloccare i lavori parlamentari in caso di approvazione del provvedimento. Una prassi codificata dal Congresso, che per essere neutralizzata ha bisogno di 60 voti su 100: ma stavolta ce n’erano solo 57 disponibili. Di fatto, pur essendoci una maggioranza di senatori favorevoli alle trivellazioni nel Parco, il piano è stato respinto.
 
Una sconfitta personale. Per l’82enne Stevens, un barone locale da 37 anni di fila al Senato, “è stato il giorno peggiore della mia vita”. E’ dal 1980 che il senatore dall’Alaska lotta al Congresso per l’approvazione delle trivellazioni nel Parco: anche ieri, in aula, ha ribadito fino all’esasperazione che “l’area interessata dalle estrazioni è di soli duemila acri”, poco più di 8 chilometri quadrati. “Vale la pena fare una battaglia per questo?”, ha chiesto. Il senatore Stevens ha in realtà giocato al ribasso. La zona sulla quale sono stati condotti studi in vista delle estrazioni si estende sì su una piccola striscia costiera del Parco, ma rimane pur sempre di 6mila chilometri quadrati: un’area leggermente più grande della Liguria.
 
Un giovane oppositore del piano di trivellazioneI motivi della bocciatura. A favorire il blocco del provvedimento al Senato è stato il risentimento di molti democratici (e di qualche repubblicano) per la spregiudicatezza mostrata da Stevens nel legare la questione a una legge di spesa militare. Un must-pass bill, ovvero un provvedimento che il Congresso di una nazione in guerra non può permettersi di bocciare. La legge tornerà ora alla Camera dei rappresentanti, ma spogliata della parte sull’Alaska: nelle intenzioni di Stevens, i futuri proventi delle trivellazioni avrebbero finanziato gli sforzi militari in Iraq e Afghanistan, nonché la ricostruzione delle aree colpite dagli uragani Katrina e Rita. Era chiaro a tutti che quello di Stevens era un sotterfugio per far approvare il controverso piano senza una vera e propria discussione sul merito. “Il nostro esercito in questo momento è ostaggio della questione delle trivellazioni nell’Artico”, ha tuonato in aula il leader democratico al Senato, Harry Reid. “Se cediamo a questa tattica, il prossimo anno ci sarà qualche altro progetto controverso allegato alla legge di spesa militare”, gli ha fatto eco il senatore Joseph Lieberman, candidato alla vicepresidenza nel 2000.
 
Il presidente George W. Bush con il Senatore dell'Alaska, Ted Stevens, che da 25 anni si batte per far approvare il piano di estrazione del greggioQuestione rimandata. Per le lobby ambientaliste, il verdetto del Senato è indubbiamente una vittoria. Tutti sono però consapevoli che il successo è temporaneo e la questione delle trivellazioni è solo rimandata. “Mi aspetto che venga ritirata fuori il prossimo anno”, ha ammesso il senatore John Kerry, sfidante di Bush nel 2004 e da sempre un oppositore del piano. Quella piccola striscia del Parco nazionale artico è infatti ricca di oro nero, tanto che in alcuni punti le rocce trasudano letteralmente petrolio. Per quanta incertezza ci sia sull’effettiva quantità di greggio nel sottosuolo (le stime vanno da 5,6 a 16 miliardi di barili, ma la cifra più citata è di 10,4 miliardi di barili), sicuramente fa gola alle grandi compagnie americane e alla stessa amministrazione Bush, desiderosa più che mai di avere accesso a petrolio non controllabile dall’Opec, il cartello dei Paesi produttori. Nel 1995, quando il Congresso aveva dato il via all’apertura delle trivellazioni, fu il presidente Clinton a porre eccezionalmente il veto. Se il prossimo anno la questione si ripresenterà sul tavolo della Casa Bianca, insomma, il successore di Clinton non farà lo stesso. 

Alessandro Ursic

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