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Orsi polari, caribù e le altre specie che vivono nel Parco nazionale artico possono
tirare un sospiro di sollievo: le trivellazioni petrolifere in questo angolo incontaminato
dell’Alaska non si faranno, almeno per ora. Ieri il Senato statunitense ha tolto
il progetto dalla legge di spesa militare al quale era stato allegato – con una
mossa spregiudicata – dal senatore repubblicano dell’Alaska Ted Stevens, che da
25 anni si batte affinché il piano di estrazione vada in porto. Per soli tre voti,
la maggioranza repubblicana non è riuscita a superare la manovra ostruzionistica
dei democratici, che hanno minacciato di bloccare i lavori parlamentari in caso
di approvazione del provvedimento. Una prassi codificata dal Congresso, che per
essere neutralizzata ha bisogno di 60 voti su 100: ma stavolta ce n’erano solo
57 disponibili. Di fatto, pur essendoci una maggioranza di senatori favorevoli
alle trivellazioni nel Parco, il piano è stato respinto.
I motivi della bocciatura. A favorire il blocco del provvedimento al Senato è stato il risentimento di
molti democratici (e di qualche repubblicano) per la spregiudicatezza mostrata
da Stevens nel legare la questione a una legge di spesa militare. Un must-pass bill, ovvero un provvedimento che il Congresso di una nazione in guerra non può permettersi
di bocciare. La legge tornerà ora alla Camera dei rappresentanti, ma spogliata
della parte sull’Alaska: nelle intenzioni di Stevens, i futuri proventi delle
trivellazioni avrebbero finanziato gli sforzi militari in Iraq e Afghanistan,
nonché la ricostruzione delle aree colpite dagli uragani Katrina e Rita. Era chiaro
a tutti che quello di Stevens era un sotterfugio per far approvare il controverso
piano senza una vera e propria discussione sul merito. “Il nostro esercito in
questo momento è ostaggio della questione delle trivellazioni nell’Artico”, ha
tuonato in aula il leader democratico al Senato, Harry Reid. “Se cediamo a questa
tattica, il prossimo anno ci sarà qualche altro progetto controverso allegato
alla legge di spesa militare”, gli ha fatto eco il senatore Joseph Lieberman,
candidato alla vicepresidenza nel 2000.
Questione rimandata. Per le lobby ambientaliste, il verdetto del Senato è indubbiamente una vittoria.
Tutti sono però consapevoli che il successo è temporaneo e la questione delle
trivellazioni è solo rimandata. “Mi aspetto che venga ritirata fuori il prossimo
anno”, ha ammesso il senatore John Kerry, sfidante di Bush nel 2004 e da sempre
un oppositore del piano. Quella piccola striscia del Parco nazionale artico è
infatti ricca di oro nero, tanto che in alcuni punti le rocce trasudano letteralmente
petrolio. Per quanta incertezza ci sia sull’effettiva quantità di greggio nel
sottosuolo (le stime vanno da 5,6 a 16 miliardi di barili, ma la cifra più citata
è di 10,4 miliardi di barili), sicuramente fa gola alle grandi compagnie americane
e alla stessa amministrazione Bush, desiderosa più che mai di avere accesso a
petrolio non controllabile dall’Opec, il cartello dei Paesi produttori. Nel 1995,
quando il Congresso aveva dato il via all’apertura delle trivellazioni, fu il
presidente Clinton a porre eccezionalmente il veto. Se il prossimo anno la questione
si ripresenterà sul tavolo della Casa Bianca, insomma, il successore di Clinton
non farà lo stesso. Alessandro Ursic