Un anno dopo lo tsunami, i destini di milioni di persone sono cambiati. Le vittime
ad oggi sono oltre 224mila e centinaia di migliaia gli sfollati che stanno cercando
di ricostruirsi una vita. Una tragedia di queste proporzioni ha avuto effetti
incredibili in Paesi già poveri o stremati dalla guerra. E in alcuni casi ha addirittura
contribuito a mutare il corso della storia.

Nella provincia indonesiana dell’
Aceh, la regione in assoluto più devastata dal maremoto,
è tornata la pace. La catastrofe naturale che ha causato oltre 163mila vittime,
fra morti accertati e dispersi, e raso al suolo gran parte delle case e delle
infrastrutture, ha spinto il governo e i ribelli separatisti del GAM (Gerakan
Aceh Merdeka, Movimento per l’Aceh Libero) a tornare al tavolo delle trattative.
Con un risultato sorprendente: il 15 agosto scorso le due parti hanno firmato
un accordo che porterà entro il 31 dicembre al ritiro di 20mila soldati indonesiani
e al disarmo dei guerriglieri. Nelle moschee i locali hanno guardato questo storico
evento su grandi teleschermi e cominciato a sperare che nella tragedia si aprisse
un nuovo capitolo, senza più morti (il conflitto ne ha provocati 15mila), feriti
o vittime degli abusi di chi combatteva. Al momento 430 Organizzazioni non governative
(Ong) locali e 120 straniere si stanno occupando della ricostruzione e dell’assistenza
ad almeno 300mila persone che hanno perso tutto e vivono presso i parenti o in
tende e prefabbricati.
Gli scontri continuano, invece, nel nord e nell’est dello Sri Lanka. Lo tsunami ha distrutto due terzi delle coste di quest’isola e reso ancor più
precarie le condizioni di chi vive nelle regioni dove l’esercito cingalese e i
ribelli delle Tigri tamil hanno combattuto per vent’anni. In questa parte del
Paese, tra l’altro, gli aiuti sono arrivati in misura minore, rispetto al sud
e all’ovest, dove si è addirittura verificato un sovraffollamento di Ong, anche
perché è nata una nuova controversia sulla gestione delle donazioni internazionali.
L’accordo firmato a giugno tra Tigri e autorità per destinare 3 miliardi di dollari
doveva unire il Paese e favorire i negoziati di pace; invece le violenze sono
aumentate, con 35 morti solo a dicembre. Dopo la proclamazione del cessate il
fuoco nel 2002, si teme una ripresa delle ostilità con conseguenze drammatiche
per lo Sri Lanka che ha già avuto 60mila morti in guerra e oltre 36mila per lo
tsunami.

Dopo un anno si lavora ancora per cercare di identificare moltissime vittime.
Nella
Thailandia occidentale
, dove sono morte oltre 8mila persone tra cui molti turisti stranieri, un gruppo
di esperti deve dare un nome e un volto a 800 corpi: “Nella nostra cultura buddista
– spiega una madre tailandese fra le lacrime – se non trovi il corpo di un defunto,
i monaci non possono pregare per lui e il suo
samsara (ciclo di vita) non sarà mai completato”. Una ferita aperta anche per i tanti
buddisti birmani, che qui sono emigrati dal vicino Myanmar e hanno perso i propri
cari impiegati nei resort turistici, nella pesca o nelle imprese di costruzione
sulla costa. Sono le più sfortunate fra le vittime. Nessuno sa quanti siano e
che fine abbiano fatto, perché in quanto immigrati illegali all’arrivo dell’onda
non avevano documenti. Né il governo tailandese né la giunta birmana, infatti,
riconoscono questi lavoratori clandestini che per fuggire dalla dittatura si rendono
disponibili per i lavori più umili nei paradisi turistici oltre confine. In alcuni
di questi, intanto, la vita è ripresa e a ricordare lo tsunami ci sono solo alcuni
banchetti con i video di quel triste 26 dicembre.
Nel quadro globale della ricostruzione l’India meridionale e le isole Andamane e Nicobare rappresentano un po’ un caso a parte. Nonostante le oltre 16mila vittime, Nuova
Delhi è stata l’unica a rifiutare per motivi politici gli aiuti internazionali
e a rimandare fino a oggi la costruzione di nuove case. In un secondo tempo, poi,
le organizzazioni internazionali già presenti nel Paese hanno potuto intervenire,
ma di case neanche l’ombra. Abbiamo raccolto la testimonianza di un missionario:
“Dopo un anno, la gente vive ancora in baracche di metallo o in tende di plastica,
i cosiddetti temporary shelter. Da oltre quaranta giorni poi una coda monsonica ha colpito queste regioni e
i rifugi temporanei sono tutti inondati”.
Purtroppo non è accaduto solo in India che la natura si si sia accanita ancora
contro luoghi colpiti da catastrofi naturali o altri disastri umanitari, come
le guerre. Nelle isole indonesiane di Nias e Simeleue, vicine all’epicentro del
terremoto che ha generato lo tsunami, tre mesi dopo è arrivato un altro sisma
con almeno 1400 morti. E l’8 ottobre scorso la terra ha tremato nel nord-ovest
del Pakistan e in Kashmir, la regione himalayana teatro, nell’ultimo mezzo secolo,
di tre guerre fra Islamabad e Nuova Delhi e di un’insurrezione separatista. Oltre
74mila le vittime del sisma e un’intera generazione di bambini spazzata via.