27/12/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Un anno dopo lo tsunami, caso per caso
Un anno dopo lo tsunami, i destini di milioni di persone sono cambiati. Le vittime ad oggi sono oltre 224mila e centinaia di migliaia gli sfollati che stanno cercando di ricostruirsi una vita. Una tragedia di queste proporzioni ha avuto effetti incredibili in Paesi già poveri o stremati dalla guerra. E in alcuni casi ha addirittura contribuito a mutare il corso della storia.
 
una donna davanti alla moschea di banda acehNella provincia indonesiana dell’Aceh, la regione in assoluto più devastata dal maremoto, è tornata la pace. La catastrofe naturale che ha causato oltre 163mila vittime, fra morti accertati e dispersi, e raso al suolo gran parte delle case e delle infrastrutture, ha spinto il governo e i ribelli separatisti del GAM (Gerakan Aceh Merdeka, Movimento per l’Aceh Libero) a tornare al tavolo delle trattative. Con un risultato sorprendente: il 15 agosto scorso le due parti hanno firmato un accordo che porterà entro il 31 dicembre al ritiro di 20mila soldati indonesiani e al disarmo dei guerriglieri. Nelle moschee i locali hanno guardato questo storico evento su grandi teleschermi e cominciato a sperare che nella tragedia si aprisse un nuovo capitolo, senza più morti (il conflitto ne ha provocati 15mila), feriti o vittime degli abusi di chi combatteva. Al momento 430 Organizzazioni non governative (Ong) locali e 120 straniere si stanno occupando della ricostruzione e dell’assistenza ad almeno 300mila persone che hanno perso tutto e vivono presso i parenti o in tende e prefabbricati.
 
Gli scontri continuano, invece, nel nord e nell’est dello Sri Lanka. Lo tsunami ha distrutto due terzi delle coste di quest’isola e reso ancor più precarie le condizioni di chi vive nelle regioni dove l’esercito cingalese e i ribelli delle Tigri tamil hanno combattuto per vent’anni. In questa parte del Paese, tra l’altro, gli aiuti sono arrivati in misura minore, rispetto al sud e all’ovest, dove si è addirittura verificato un sovraffollamento di Ong, anche perché è nata una nuova controversia sulla gestione delle donazioni internazionali. L’accordo firmato a giugno tra Tigri e autorità per destinare 3 miliardi di dollari doveva unire il Paese e favorire i negoziati di pace; invece le violenze sono aumentate, con 35 morti solo a dicembre. Dopo la proclamazione del cessate il fuoco nel 2002, si teme una ripresa delle ostilità con conseguenze drammatiche per lo Sri Lanka che ha già avuto 60mila morti in guerra e oltre 36mila per lo tsunami.
 
Dopo un anno si lavora ancora per cercare di identificare moltissime vittime. Nella Thailandia occidentale, dove sono morte oltre 8mila persone tra cui molti turisti stranieri, un gruppo di esperti deve dare un nome e un volto a 800 corpi: “Nella nostra cultura buddista – spiega una madre tailandese fra le lacrime – se non trovi il corpo di un defunto, i monaci non possono pregare per lui e il suo samsara (ciclo di vita) non sarà mai completato”. Una ferita aperta anche per i tanti buddisti birmani, che qui sono emigrati dal vicino Myanmar e hanno perso i propri cari impiegati nei resort turistici, nella pesca o nelle imprese di costruzione sulla costa. Sono le più sfortunate fra le vittime. Nessuno sa quanti siano e che fine abbiano fatto, perché in quanto immigrati illegali all’arrivo dell’onda non avevano documenti. Né il governo tailandese né la giunta birmana, infatti, riconoscono questi lavoratori clandestini che per fuggire dalla dittatura si rendono disponibili per i lavori più umili nei paradisi turistici oltre confine. In alcuni di questi, intanto, la vita è ripresa e a ricordare lo tsunami ci sono solo alcuni banchetti con i video di quel triste 26 dicembre.
 
Nel  quadro globale della ricostruzione l’India meridionale e le isole Andamane e Nicobare rappresentano un po’ un caso a parte. Nonostante le oltre 16mila vittime, Nuova Delhi è stata l’unica a rifiutare per motivi politici gli aiuti internazionali e a rimandare fino a oggi la costruzione di nuove case. In un secondo tempo, poi, le organizzazioni internazionali già presenti nel Paese hanno potuto intervenire, ma di case neanche l’ombra. Abbiamo raccolto la testimonianza di un missionario: “Dopo un anno, la gente vive ancora in baracche di metallo o in tende di plastica, i cosiddetti temporary shelter. Da oltre quaranta giorni poi una coda monsonica ha colpito queste regioni e i rifugi temporanei sono tutti inondati”.
 
Purtroppo non è accaduto solo in India che la natura si si sia accanita ancora contro luoghi colpiti da catastrofi naturali o altri disastri umanitari, come le guerre. Nelle isole indonesiane di Nias e Simeleue, vicine all’epicentro del terremoto che ha generato lo tsunami, tre mesi dopo è arrivato un altro sisma con almeno 1400 morti. E l’8 ottobre scorso la terra ha tremato nel nord-ovest del Pakistan e in Kashmir, la regione himalayana teatro, nell’ultimo mezzo secolo, di tre guerre fra Islamabad e Nuova Delhi e di un’insurrezione separatista. Oltre 74mila le vittime del sisma e un’intera generazione di bambini spazzata via.
 
 

Francesca Lancini

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