“In India, a un anno dallo tsunami, gli sfollati non hanno ancora una vera casa
e devono far fronte alle violente piogge che da oltre quaranta giorni colpiscono
il sud, una coda monsonica imprevista”. A lanciare l’allarme è padre Antony Thota,
che ha coordinato per il
Pontificio Istituto Missioni Estere (Pime) l’emergenza maremoto nel Tamil Nadu e nelle isole Andamane e Nicobare,
le regioni in cui il sisma del 26 dicembre 2004 e l’onda anomala che ne è seguita
hanno causato rispettivamente circa 9mila e 7.400 morti.
“Ho visitato tanti villaggi del Tamil Nadu – ci dice padre Anthony al telefono
– e ho potuto appurare che lì il governo ha fatto pochissimo. Finora non è stata
costruita neppure una casa e dove sorgevano abitazioni, regna la desolazione.
La gente è costretta a vivere nelle tende, senza riparo dalle alluvioni che, tra
l’altro, impediscono ai pescatori di andare in mare a procurarsi il cibo per le
famiglie”.
La natura sembra accanirsi contro queste persone ridotte allo stremo ormai da
un anno. “In questi mesi – spiega il religioso - abbiamo distribuito aiuti d’emergenza,
barche e attrezzature per la pesca e abbiamo allestito cliniche mobili. Molte
vittime dello tsunami, in particolare le più deboli come bambini e donne, continuano
ad ammalarsi. In gran parte sono malnutrite o hanno contratto malattie come la
malaria.”

Subito dopo il maremoto, il governo indiano aveva rifiutato per ragioni politiche
gli aiuti stranieri, ma in seguito ha permesso in forma ufficiosa alle organizzazioni
già presenti nel Paese di prestare soccorso. Così padre Anthony, rettore del seminario
del Pime a Eluru, nel Tamil Nadu, ha potuto visitare anche i due arcipelaghi delle
Andamane e Nicobare, dove New Dheli aveva limitato l’accesso per proteggere dagli
occhi indiscreti del mondo le sue basi militari e i suoi centri di spionaggio,
probabilmente danneggiati dall’onda.
“Qui è un disastro”, dice il missionario, che al momento della nostra conversazione
si trovava a Port Blair, capitale delle Andamane. Come nel Tamil Nadu, le autorità
non hanno fatto un granché: “Migliaia di persone vivono ancora in tende di plastica
o in baracche di metallo, i cosiddetti temporary shelter, rifugi temporanei. Bisognerebbe costruire case, ma è difficile trovare le materie
prime. Per procurarci tutto l’occorrente per la costruzione dipendiamo dal continente,
anche perché sulle isole c’è un limite all’estrazione di sabbia”.
Il prete aggiunge: “I padri della Società del Pilar, con cui collaboro, stanno
facendo costruire due scuole e due convitti per oltre 500 bambini, tra cui diversi
orfani, ma a fatica. Speriamo di inaugurare queste infrastrutture entro luglio,
anche se adesso i lavori sono rallentati dalle piogge”.
Da un’inchiesta della Bbc emergono anche altri problemi. La ricostruzione sarebbe
stata rallentata da disaccordi su come costruire le case. Le autorità avrebbero
pensato a prefabbricati in metallo, mentre i locali chiedono di riavere le loro
vecchie palafitte in legno e bambù. “I rifugi temporanei in cui vivono adesso
gli abitanti delle isole sono fatti di stagno e ferro e si trasformano in forni
incandescenti con le alte temperature”, dice Samir Acharya, responsabile della
Società per l’ecologia nelle Andamane e Nicobare. “Se le case saranno fatte degli
stessi materiali, gli indigeni potranno solo destinarle ai loro maiali e andare
a dormire nella giungla di notte”.
Gli errori del governo indiano non finiscono qui. Finora con gli aiuti è stata
inviata una moltitudine di oggetti inutili per queste latitudini e culture: assorbenti
igienici usati però dalle indigene come salviette per pulirsi; migliaia di metri
di corde di nylon; jeep e motorini dove non c’è benzina; biciclette dove le strade
sono impraticabili.
Dal racconto di padre Anthony emerge un dato su tutti: “Per sistemare le cose
ci vorranno almeno cinque anni, ma dobbiamo ammettere che molti hanno già dimenticato
le vittime dello tsunami, anche se oggi questa gente ha più bisogno di un anno
fa”.