24/12/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



In India la costruzione di abitazioni per gli sfollati non è ancora iniziata
  vittima dello tsunami
“In India, a un anno dallo tsunami, gli sfollati non hanno ancora una vera casa e devono far fronte alle violente piogge che da oltre quaranta giorni colpiscono il sud, una coda monsonica imprevista”. A lanciare l’allarme è padre Antony Thota, che ha coordinato per il Pontificio Istituto Missioni Estere (Pime) l’emergenza maremoto nel Tamil Nadu e nelle isole Andamane e Nicobare, le regioni in cui il sisma del 26 dicembre 2004 e l’onda anomala che ne è seguita hanno causato rispettivamente circa 9mila e 7.400 morti.
 
“Ho visitato tanti villaggi del Tamil Nadu – ci dice padre Anthony al telefono – e ho potuto appurare che lì il governo ha fatto pochissimo. Finora non è stata costruita neppure una casa e dove sorgevano abitazioni, regna la desolazione. La gente è costretta a vivere nelle tende, senza riparo dalle alluvioni che, tra l’altro, impediscono ai pescatori di andare in mare a procurarsi il cibo per le famiglie”.
 
La natura sembra accanirsi contro queste persone ridotte allo stremo ormai da un anno. “In questi mesi – spiega il religioso - abbiamo distribuito aiuti d’emergenza, barche e attrezzature per la pesca e abbiamo allestito cliniche mobili. Molte vittime dello tsunami, in particolare le più deboli come bambini e donne, continuano ad ammalarsi. In gran parte sono malnutrite o hanno contratto malattie come la malaria.”
 
Padre Antony ThotaSubito dopo il maremoto, il governo indiano aveva rifiutato per ragioni politiche gli aiuti stranieri, ma in seguito ha permesso in forma ufficiosa alle organizzazioni già presenti nel Paese di prestare soccorso. Così padre Anthony, rettore del seminario del Pime a Eluru, nel Tamil Nadu, ha potuto visitare anche i due arcipelaghi delle Andamane e Nicobare, dove New Dheli aveva limitato l’accesso per proteggere dagli occhi indiscreti del mondo le sue basi militari e i suoi centri di spionaggio, probabilmente danneggiati dall’onda.
 
“Qui è un disastro”, dice il missionario, che al momento della nostra conversazione si trovava a Port Blair, capitale delle Andamane. Come nel Tamil Nadu, le autorità non hanno fatto un granché: “Migliaia di persone vivono ancora in tende di plastica o in baracche di metallo, i cosiddetti temporary shelter, rifugi temporanei. Bisognerebbe costruire case, ma è difficile trovare le materie prime. Per procurarci tutto l’occorrente per la costruzione dipendiamo dal continente, anche perché sulle isole c’è un limite all’estrazione di sabbia”.
 
Il prete aggiunge: “I padri della Società del Pilar, con cui collaboro, stanno facendo costruire due scuole e due convitti per oltre 500 bambini, tra cui diversi orfani, ma a fatica. Speriamo di inaugurare queste infrastrutture entro luglio, anche se adesso i lavori sono rallentati dalle piogge”.
 
Da un’inchiesta della Bbc emergono anche altri problemi. La ricostruzione sarebbe stata rallentata da disaccordi su come costruire le case. Le autorità avrebbero pensato a prefabbricati in metallo, mentre i locali chiedono di riavere le loro vecchie palafitte in legno e bambù. “I rifugi temporanei in cui vivono adesso gli abitanti delle isole sono fatti di stagno e ferro e  si trasformano in forni incandescenti con le alte temperature”, dice Samir Acharya, responsabile della Società per l’ecologia nelle Andamane e Nicobare. “Se le case saranno fatte degli stessi materiali, gli indigeni potranno solo destinarle ai loro maiali e andare a dormire nella giungla di notte”.
 
Gli errori del governo indiano non finiscono qui. Finora con gli aiuti è stata inviata una moltitudine di oggetti inutili per queste latitudini e culture: assorbenti igienici usati però dalle indigene come salviette per pulirsi; migliaia di metri di corde di nylon; jeep e motorini dove non c’è benzina; biciclette dove le strade sono impraticabili.
Dal racconto di padre Anthony emerge un dato su tutti: “Per sistemare le cose ci vorranno almeno cinque anni, ma dobbiamo ammettere che molti hanno già dimenticato le vittime dello tsunami, anche se oggi questa gente ha più bisogno di un anno fa”.
 

Francesca Lancini

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