22/12/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Tra crisi economica e nuove ribellioni il regime di Deby ha i mesi contati
Al confine tra Sudan e Ciad sono attivi almeno cinque movimenti armati“Da noi, il potere viene sempre da est”. Questa battuta tra il serio e il faceto piuttosto comune tra la popolazione rispecchia perfettamente la situazione del Ciad. La ribellione dello Scud (Socle pour le Changement, l'Unité nationale et la Démocratie), cominciata con la diserzione di alcune decine di militari lo scorso ottobre, si sta ingrossando a vista d’occhio con l’adesione di alti ufficiali dell’esercito e di politici. Gli scontri al confine con il Sudan tra esercito e ribelli sono aumentati, e al presidente Idriss Deby comincia a mancare la terra sotto i piedi. Ancora poche settimane e il palazzo presidenziale di N’Djamena potrebbe cambiare inquilino.
 
Il presidente Idriss DebyNuova ribellione. Quello che sembrava uno dei tanti effimeri gruppi ribelli che negli ultimi 20 anni sono nati e morti nel paese, si sta rivelando un problema più spinoso del previsto. Lo dimostrano gli scontri avvenuti domenica scorsa a Adre, al confine con il Sudan, in cui secondo fonti militari ciadiane 300 uomini, tra disertori dello Scud e ribelli del Rdl (Rassemblement pour la démocratie et la liberté) avrebbero perso la vita. La realtà sembra essere diversa: “Ci sono stati dei morti” conferma a PeaceReporter Massimo Giovanola della Cooperazione Internazionale “ma i numeri forniti dall’esercito non sono verificabili. Ci sono giunte notizie che le Forze Armate sarebbero state attaccate da più direzioni e faticherebbero a controllare la situazione. Difficile però avere un quadro più preciso, perché le Ong non possono avvicinarsi al confine per ragioni di sicurezza.” Il Ciad ha accusato il governo sudanese di dare appoggio ai ribelli: “Anche questo è difficile da verificare” prosegue Giovanola. Di contro, Khartoum ha recentemente accusato il Ciad di sostenere i ribelli del Darfur.
 
Questioni tribali. Il paradosso è che i problemi per Deby vengono dai membri della comunità Zaghawa, di cui fa parte anche il clan presidenziale. La recente decisione di modificare la Costituzione per permettere a Deby di ripresentarsi a caccia di un terzo mandato ha fatto infuriare parecchi elementi di spicco della comunità, che hanno deciso di rovesciarlo a qualunque costo. I disertori, guidati dall'ingegnere 31enne Yaya Dillo Djérou, continuano a fare proseliti: una parte dell’esercito inviato nell’est per combatterli si è infatti schierato dalla loro parte, e il fronte anti-Deby si sta costantemente ingrossando: “Deby sarebbe arrivato a offrire ai ribelli 400 milioni di franchi Cfa (circa 600 mila euro) perché depongano le armi” prosegue Giovanola “ma non è una questione di soldi. Deby ha acquisito troppo potere negli ultimi anni, e gli Zaghawa sono decisi a mandarlo via”. Le defezioni di militari e funzionari civili stanno facendo terra bruciata attorno al presidente, che può contare su sempre meno appoggi sicuri.
 
Una strada della capitale N'DjamenaUn paese allo stremo. Ma come viene vissuta questa nuova ribellione nella capitale N’Djamena? “Apparentemente sembra tutto normale, la gente qui è abituata a veder cambiare i regimi solo con la forza” riferisce a PeaceReporter una fonte che preferisce rimanere anonima. “Però la tensione è palpabile, si è in attesa di qualcosa che potrebbe succedere nelle prossime settimane”. La situazione economica del paese non favorisce di certo il sostegno al presidente. “L’economia del Ciad è ferma da decenni, se si eccettua lo sfruttamento petrolifero. Quest’anno Transparency International ha assegnato al governo la palma della corruzione mondiale, le ultime elezioni presidenziali e il referendum costituzionale sono stati truccati, i lavoratori non ricevono gli stipendi da mesi. A N’Djamena la gente si arrangia come può, ma è stanca di questo governo”. Che non è riuscito a sfruttare neanche la manna petrolifera. Anzi, un fondo che raccoglie il 10 percento delle entrate petrolifere da destinare alle generazioni future sta per essere cancellato, perché il governo ha bisogno di fondi per gli stipendi. “Le risorse ci sarebbero” prosegue la fonte anonima “tra petrolio, cotone, gomma e prodotti agricoli. Ma la corruzione dilagante blocca lo sviluppo”.
 
I “redentori” dell’est. La soluzione potrebbe venire, per l’ennesima volta, da est: come Hissein Habré nel 1982 e lo stesso Deby nel 1990, i ribelli potrebbero conquistare N’Djamena con il determinante appoggio del Sudan. Francia permettendo, visto che i transalpini hanno finora sostenuto il presidente e mantengono un contingente di mille soldati nel paese. “A Parigi non si faranno molti scrupoli” conclude la fonte da N’Djamena. “Daranno appoggio a chi riuscirà a garantire un minimo di stabilità, che sia il presidente o i ribelli. Non a caso sugli attuali problemi la Francia non ha preso posizione”. 

Matteo Fagotto

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