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“Da noi, il potere viene sempre da est”. Questa battuta tra il serio e il faceto
piuttosto comune tra la popolazione rispecchia perfettamente la situazione del
Ciad. La ribellione dello Scud (Socle pour le Changement, l'Unité nationale et la Démocratie), cominciata con la diserzione di alcune decine di militari lo scorso ottobre,
si sta ingrossando a vista d’occhio con l’adesione di alti ufficiali dell’esercito
e di politici. Gli scontri al confine con il Sudan tra esercito e ribelli sono
aumentati, e al presidente Idriss Deby comincia a mancare la terra sotto i piedi.
Ancora poche settimane e il palazzo presidenziale di N’Djamena potrebbe cambiare
inquilino.
Nuova ribellione. Quello che sembrava uno dei tanti effimeri gruppi ribelli che negli ultimi 20
anni sono nati e morti nel paese, si sta rivelando un problema più spinoso del
previsto. Lo dimostrano gli scontri avvenuti domenica scorsa a Adre, al confine
con il Sudan, in cui secondo fonti militari ciadiane 300 uomini, tra disertori
dello Scud e ribelli del Rdl (Rassemblement pour la démocratie et la liberté) avrebbero perso la vita. La realtà sembra essere diversa: “Ci sono stati dei
morti” conferma a PeaceReporter Massimo Giovanola della Cooperazione Internazionale “ma i numeri forniti dall’esercito non sono verificabili. Ci sono giunte notizie
che le Forze Armate sarebbero state attaccate da più direzioni e faticherebbero
a controllare la situazione. Difficile però avere un quadro più preciso, perché
le Ong non possono avvicinarsi al confine per ragioni di sicurezza.” Il Ciad ha
accusato il governo sudanese di dare appoggio ai ribelli: “Anche questo è difficile
da verificare” prosegue Giovanola. Di contro, Khartoum ha recentemente accusato
il Ciad di sostenere i ribelli del Darfur.
Un paese allo stremo. Ma come viene vissuta questa nuova ribellione nella capitale N’Djamena? “Apparentemente
sembra tutto normale, la gente qui è abituata a veder cambiare i regimi solo con
la forza” riferisce a PeaceReporter una fonte che preferisce rimanere anonima. “Però la tensione è palpabile, si
è in attesa di qualcosa che potrebbe succedere nelle prossime settimane”. La situazione
economica del paese non favorisce di certo il sostegno al presidente. “L’economia
del Ciad è ferma da decenni, se si eccettua lo sfruttamento petrolifero. Quest’anno
Transparency International ha assegnato al governo la palma della corruzione mondiale, le ultime elezioni
presidenziali e il referendum costituzionale sono stati truccati, i lavoratori
non ricevono gli stipendi da mesi. A N’Djamena la gente si arrangia come può,
ma è stanca di questo governo”. Che non è riuscito a sfruttare neanche la manna
petrolifera. Anzi, un fondo che raccoglie il 10 percento delle entrate petrolifere
da destinare alle generazioni future sta per essere cancellato, perché il governo
ha bisogno di fondi per gli stipendi. “Le risorse ci sarebbero” prosegue la fonte
anonima “tra petrolio, cotone, gomma e prodotti agricoli. Ma la corruzione dilagante
blocca lo sviluppo”.
I “redentori” dell’est. La soluzione potrebbe venire, per l’ennesima volta, da est: come Hissein Habré
nel 1982 e lo stesso Deby nel 1990, i ribelli potrebbero conquistare N’Djamena
con il determinante appoggio del Sudan. Francia permettendo, visto che i transalpini
hanno finora sostenuto il presidente e mantengono un contingente di mille soldati
nel paese. “A Parigi non si faranno molti scrupoli” conclude la fonte da N’Djamena.
“Daranno appoggio a chi riuscirà a garantire un minimo di stabilità, che sia il
presidente o i ribelli. Non a caso sugli attuali problemi la Francia non ha preso
posizione”. Matteo Fagotto