“Niente foto, niente nomi per favore”. Salam, chiamiamolo così, non vuole che
sua moglie e i suoi quattro figli rimasti a Baghdad corrano il rischio di ritorsioni
per quello che sta per dire.
Un rischio accresciuto dal fatto che lui – 38 anni, alto, fisico atletico, carnagione
scurissima, capelli corti e occhi buoni – non è un iracheno qualunque. Nel suo
paese è una celebrità, un personaggio pubblico di quelli che la gente ferma per
strada per chiedergli l’autografo. Qualcosa di similie alle nostrane star televisive.
La sua fama gli ha permesso pochi giorni fa di fuggire per un po’ dalla guerra,
ma gli impone l’anonimato quando “parla di politica”, come dice lui. E poi è lui
in prima persona a correre rischi, perché molto presto farà ritorno a casa sua,
in Iraq, dalla sua famiglia.
“Sono venuto solo per rivedere mio fratello maggiore, che sta qui in Italia da
27 anni. Lui è scappato dal paese quando io ero ancora bambino. E’ fuggito dalle
persecuzioni del regime di Saddam, che arrestava e torturava mio fratello perché
militava nel partito comunista iracheno. La mia famiglia, di sciiti e comunisti,
è sempre stata perseguitata dal regime. Poi, grazie al mio lavoro, le cose sono
cambiate. Ero diventato, mio malgrado, un simbolo dell’Iraq di Saddam e per questo
nessuno ci molestava più. Eravamo diventati dei privilegiati.
Ma sapevo bene come viveva il mio popolo sotto quella brutale dittatura. E avevo
modo di vedere con i miei occhi, sempre grazie al mio lavoro, di quanto sostegno
e di quanta amicizia godesse Saddam all’estero, presso quegli stessi governi che
poi gli avrebbero mosso guerra”.
Come hai vissuto l’invasione americana e la caduta del regime di Saddam Hussein?
“Come la maggior parte degli iracheni. Ero contento che qualcuno ci aiutasse
a sbarazzarci di lui e ci restituisse la libertà e la pace dopo tante guerre e
sofferenze. Ma poi – Salam abbassa lo sguardo e cambia espressione – abbiamo capito.
Anche i più fiduciosi, con il passare del tempo, si sono dovuti arrendere all’evidenza
dei fatti, cioè che gli americani non erano venuti per liberarci ma per occupare
e saccheggiare il nostro paese, per fare da soli quello che il loro alleato di
un tempo non era più capace di fare: garantire gli interessi economici e politici
degli Stati Uniti.
Il primo segnale che ci ha aperto gli occhi è stato quando un carro armato americano
ha sfondato il portone del Museo Nazionale consentendo ai saccheggiatori di entrare
e di fare razzia dei nostri tesori. Contemporaneamente, altri carri armati sparavano
contro tutti i palazzi del governo, tutti tranne uno, che invece è stato occupato
e protetto come se fosse l’unico vero obiettivo della guerra: il ministero del
petrolio.
Per noi, per il popolo, gli americani non hanno fatto nulla fin dall’inizio.
Ci hanno lasciati senza luce e senza acqua: ancora oggi nel mio quartiere di
Baghdad abbiamo sedici ore di blackout al giorno.
Ci hanno lasciati senza soldi e senza lavoro: i licenziamenti di massa dai posti
statali (praticamente la totalità in un regime totalitario) sono stati una disgrazia
collettiva.
Ci hanno lasciati senza benzina: prima facevamo il pieno con tre quarti di dollaro,
oggi i distributori sono vuoti e al mercato nero il carburante costa come qui
da voi.
E soprattutto ci hanno lasciati senza sicurezza: incredibilmente – dice Salam
alzando il tono della voce – gli americani hanno lasciato aperte le nostre frontiere
lasciando libero accesso a migliaia di delinquenti stranieri, terroristi e banditi
di ogni genere, venuti in Iraq per approfittare della situazione. A questi stranieri
si sono poi unite decine di migliaia di criminali comuni iracheni, quelli liberati
da Saddam subito prima della guerra, e anche molti ex militari del regime, licenziati
dagli americani e desiderosi di vendetta.
Questa è la gente che ha cominciato a compiere i saccheggi, gli attentati e i
rapimenti”.
Vuoi dire che quella irachena non è una vera resistenza popolare ma solo un fenomeno
di matrice criminale e straniera?
“Beh, sì, è così che è iniziata. Perché una vera resistenza irachena dovrebbe
colpire la nostra stessa gente con le autobombe? Perché questi mujaheddin dovrebbero combattere a volto coperto? Cos’hanno da nascondere? Perché i soldati
Usa, come ho avuto modo di vedere tante volte, non li fermano quando quelli compiono
le loro azioni e reagiscono solo dopo, prendendosela con i civili innocenti? La
scorsa settimana, quando stavo andando via da Baghdad, sono stato fermato a un
checkpoint americano all’imbocco di un ponte sul Tigri. Dall’altra parte c’erano
dei miliziani che davano fuoco a un camion, indisturbati.
Vi assicuro che noi, la popolazione irachena, odia quei guerriglieri non meno
degli americani, perché abbiamo capito che questi mujaheddin non combattono per liberare il nostro paese, ma per mantenere il caos e l’anarchia
che serve agli americani per giustificare la loro permanenza in Iraq.
Fanno il gioco delle forze di occupazione, che li lasciano fare e forse li manipolano
pure.
Finché ci saranno attentati, agguati e rapimenti gli americani avranno un buon
motivo per rimanere nel mio paese. I terroristi fanno comodo agli americani perché
fanno sì che la guerra continui. Per questo la gente li disprezza. Sono dei provocatori
utili agli interessi stranieri e dannosi a quelli del mio popolo, che vuole che
tutto questo finisca, che vuole solo la pace”.
Hai detto che è così che è iniziata. Quindi pensi che ora la situazione sia cambiata?
“Sì, è cambiata e sta continuando a cambiare. All’inizio a combattere erano solo
stranieri e banditi iracheni. Poi, man mano che la reazione militare americana
si è inasprita, a questi si sono uniti anche molti ragazzi animati dal desiderio
di vendetta personale e dall’odio verso gli occupanti. Una reazione ovvia. Ma
per adesso sono ancora pochi. Certo, più gli americani restano in Iraq, più le
fila della resistenza si ingrossano. Il rischio maggiore è che i provocatori portino
la guerra anche nelle città sciite del sud che ancora sono calme. Se con le loro
azioni i terroristi provocassero l’intervento massiccio degli americani, stile
Falluja, anche nel sud del paese, allora sarebbe la fine. Il nostro leader, l’ayatollah
al-Sistani, potrebbe rompere la tregua in atto e chiamare gli sciiti alla jihad. Noi siamo la maggioranza della popolazione: se entrassimo nella resistenza,
allora che sì che questa diverrebbe davvero una resistenza popolare. Anche io
andrei subito a combattere! Però spero che non si arrivi a questo”.
Come si vive oggi in Iraq?
“Sempre peggio! Le ultime settimane sono state le peggiori dall’inizio della
guerra. Anche a Baghdad, dove prima la vita proseguiva con una relativa tranquillità
tra un attentato e l’altro. Ora si vive nel terrore continuo. Soprattutto nel
quartiere sciita dove abito io. Ogni giorno capita qualcosa. Viviamo tappati in
casa e nemmeno lì ci sentiamo al sicuro. L’abitazione dei nostri vicini è stata
colpita da un razzo ed è crollata uccidendo tutta la famiglia. Non si sa chi sia
stato a sparare quel razzo, ma non importa: tanto il risultato è lo stesso.
Uscire in strada può significare la morte: i banditi spadroneggiano e i soldati
americani sparano su tutto quello che li spaventa. Basta un passo falso, un atteggiamento
sospetto, e sei morto.
Poco prima che me ne venissi via da Baghdad, una pattuglia di marines stava attraversando
a piedi la mia strada. Alcuni bambini giocavano tra le case. Uno di loro è corso
fuori da un vicolo e un soldato, spaventato da quello che pensava fosse un guerrigliero,
gli ha sparato e lo ha ucciso.
Da quel giorno ho smesso di mandare a scuola i miei figli: è troppo pericoloso.
Ieri, per dire, ho sentito per telefono mia moglie. Mi ha detto che al mattino
nostro figlio di dodici anni era uscito davanti a casa con la bicicletta. E’ passata
una colonna di carri armati americani e un soldato, dalla torretta, gli ha puntato
contro la mitragliera. A un bambino in bicicletta! Lui è scappato a casa terrorizzato
e si è infilato sotto il letto, dove è rimasto a piangere per tutto il giorno.
Anche mia moglie piangeva. Perché dobbiamo subire tutto questo? Perché dobbiamo
vivere nel terrore?”.
Salam si interrompe un attimo e volge il suo sguardo buono da un’altra parte.
Sembra sinceramente cercare, chissà dove, una risposta alle sue domande. O forse
vuol solo nascondere le lacrime. Riesce a dire solo una frase: “Questa è una guerra
sporca, molto sporca, combattuta con il terrorismo, non contro il terrorismo come
raccontano a voi”.