Gli indigeni di Raposa Serra do Sol hanno festeggiato l'omologazione delle loro
terre ancestrali, ovvero la definitiva consegna di quegli sterminati ettari ai
legittimi proprietari, decisa dal governo Lula, dopo una lunga attesa. Ma qualcuno
ha deciso di dimostrare al mondo che non ci sta a quella decisione, che non chinerà
la testa. Così i fazendeiros, i grandi proprietari terrieri che occupano da decenni
illegalmente parte di quella terra, hanno appiccato il fuoco a quasi tutte le
costruzioni della missione Surumú, che da tempo lotta accanto agli indigeni, nella
difesa dei loro diritti. A raccontarci cosa sta avvenendo in quella zona, nonostante
o proprio a causa dell'omologazione, è un'antropologa, esperta della questione.
Scritto da
Silvia Zaccaria*

Lo scandalo del finanziamento illecito ai partiti, che ha colpito il PT, partito
dei lavoratori nonché del suo leader, il presidente del Brasile Luiz Inacio Lula
da Silva, si è ripercosso anche sullo stato di Roraima: le élite locali hanno
ironizzato e accusato il presidente di sprecare denaro pubblico per garantire
la sicurezza e il tranquillo svolgimento della festa per l’omologazione della
la terra indigena Raposa Serra do Sol. Così sono rimasti indifesi i villaggi indigeni
di quell’area ed alcuni dei suoi presidi più rappresentativi come il Centro di
Formazione e Cultura Raposa Serra do Sol, antica missione Surumu. In questa latitanza
del governo centrale, i gruppi tradizionalmente ostili ai popoli indigeni, tra
cui anche molti indios corrotti dai politici locali, sono riusciti ad avere mano
libera: appena quattro giorni prima dell’inizio della festa, 150 uomini incappucciati
e armati hanno bruciato il centro, la chiesa e l’ospedale. Dietro tali atti ci
sono mandanti ed esecutori ben noti: il sindaco di Pacaraima, nonchè maggior risicoltore
della regione, Paulo César Quarteiro, di lontane origini italiane e il
tuxawa (capo) del villaggio di Contão, Genivaldo Macuxi.
I media locali - giornali e tv - hanno provveduto a coprire i mandanti e svelare
gli esecutori materiali, che si sono assunti tutte le responsabilità. Al tempo
stesso, però, hanno fatto di tutto per scagionarli, ripetendo fino alla noia la
solita tiritera sull' "internazionalizzazione" dell'Amazzonia: “A difendere i
diritti degli indios sono soltanto stranieri, perché in verità sono interessati
a impossessarsi delle loro terre”. A questo hanno aggiunto anche la critiche alla
polizia militare locale di non intervenire contro gli stranieri e ad alcuni organi
giuridici che ne garantirebbero l’impunità.
La festa. Il tanto contestato manipolo della polizia federale, che avrebbe dovuto garantire
la sicurezza nell’area, è arrivato solo dopo l’inizio della festa - e la distruzione
della missione - costituito da appena tre uomini (contro i 150 attesi), che non
hanno comunque impedito, il giorno successivo, la parziale distruzione di un ponte
sul fiume Urucurí, l’unico che permette l’accesso via terra all’area indigena.
Questi fatti non hanno bloccato, però, il regolare svolgimento della festa, anche
se hanno contribuito a delegittimarla istituzionalmente. A parte la presenza di
un consigliere personale di Lula, Cesar Alvarez, alla festa hanno partecipato
unicamente dei “tecnici” dell’apparato governativo, come il presidente della Fondazione
Nazionale per l’Indio e quello dell’Istituto nazionale di colonizzazione e riforma
agraria.
Si attendeva infatti la presenza di almeno tre ministri: Marina Silva ministro
dell’Ambiente, Miguel Rossetto dello Sviluppo agricolo e Marcio Thomaz Bastos
della giustiza, il quale aveva confermato da tempo la sua partecipazione. I timori
per la sua incolumità (volantini distribuiti per tutta la città di Boa Vista che
minacciavano una manifestazione e altre azioni ai suoi danni) e di rappresaglie
nei confronti delle comunità indigene, hanno impedito a Bastos di recarsi alla
festa dell’omologazione, di cui è stato certamente il maggior artefice.
Non solo indios. C’erano
invece tanti stranieri, rappresentanti di organizzazioni non
governative, la cui presenza ha scatenato la facile ironia dei mezzi di
comunicazione che hanno sparato a caratteri cubitali: “La festa è solo
un’iniziativa
degli indios e degli stranieri”, fomentando ancora una volta la tesi
dell’internazionalizzazione
dell’Amazzonia. Questa la tesi sostenuta dai detrattori dell'evento:
“L’area unica è sostenuta da una minoranza indigena, dalla chiesa
e dalle ong, mentre la maggioranza degli indios avrebbe voluto la
demarcazione 'in isole', in quanto solo questo tipo di suddivisione può
garantire lo sviluppo delle comunità
indigene e, soprattutto, dello stato di Roraima”.
Certamente la regione del Basso Cotingo, che vede la presenza stabile dei grandi
coltivatori di riso, fornisce spesso uomini, ma anche donne e giovani, alle azioni
terroristiche condotte ai danni delle comunità che hanno sostenuto l’omologazione
in area continua. Sembra, però, che questi individui si prestino a tali atti per
tre motivi principali: ricevono compensi e vantaggi economici, sono ricattati,
subiscono le pressioni della Missione evangelica dell’Amazzonia, da tempo presente
nell’area (soprattutto nel villaggio di Contão) e da sempre contraria alla demarcazione
in area continua.
Tuttavia, dietro coloro che a Roraima si oppongono al
riconoscimento delle terre, dei diritti indigeni e alla riforma
agraria, ci sono parlamentari locali che
però godono di notevole rappresentatività a Brasilia. Essi vedono nella
risicoltura
e in altre attività intensive il futuro di Roraima per cui non hanno
nessun interesse
alla regolarizzazione delle terre, perchè ciò significherebbe un
controllo più
diretto sul loro uso, che invece non è mai esplicitamente dichiarato.
Ne deriva una situazione assurda: l'amministrazione locale di Roraima preferisce
che non si realizzi il passaggio
delle terre federali allo Stato regionale e che, piuttosto, rimangano nell’indefinizione,
consentendo così che tali terre cadano nelle mani dei
grileiros (invasori illegali
di terre federali), la mano lunga dei
todos poderos
(potentati) locali, i quali, a loro volta, rappresentano gli emissari
delle multinazionali che stanno “internazionalizzando”
il Brasile. Per esempio, nella regione domina pure un certo Walter
Vogel, svizzero. Possiede 12mila capi di bestiame, due agenzie
immobiliari, diversi negozi, piantagioni di acacia mangium per migliaia
di ettari, nonché il 40 percento delle terre coltivabili dello stato
(escluse quelle indigene). Spesso i bianchi recriminano: "A Roraima c'è
troppa terra per pochi indios", ma non si sente dire: "Troppa terra per
un solo bianco".
L'irreversibile. Intanto la festa continua, sotto la guida del grande
tuxawa Jacir de Souza Macuxi,
che “è stato ricevuto a Brasilia come un capo di stato”. Egli è nipote di Makunaima,
“creatore” mitologico di quella
terra, dove abita dalla notte dei tempi, grazie al coraggio dei popoli
che da lui hanno avuto origine, e che quella terra hanno difeso con il loro sangue.
Jacir è commosso, mentre inaugura il monumento che rappresenta la mappa della
regione Raposa Serra do Sol, realizzata da Barthò, un artista non-indio. Anche
questo
costituisce una significativa testimonianza del fatto che la convivenza pacifica
tra indios e non indios a Roraima e in tutto il Brasile è possibile, e che il
processo di riappropriazione delle terre da parte dei suoi più antichi abitanti,
dopo 500 anni di soprusi, è ormai irreversibile.