21/12/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Dal summit del Wto i produttori africani di cotone escono ancora sconfitti
Un'immagine dai lavori del Wto a Hong KongNessuna sorpresa dal summit del Wto (World Trade Organization) di Hong Kong. Nonostante qualche piccolo passo in avanti, i paesi africani produttori di cotone hanno dovuto ingoiare l’ennesimo rospo. Gli Stati Uniti non ridurranno infatti le sovvenzioni, che ammontano a 4 miliardi di dollari l’anno, ai 25mila coltivatori americani, ma si limiteranno a cancellare, entro il 2008, i dazi sulle importazioni di cotone dai paesi più poveri. Una misura che non può bastare per un mercato cotoniero messo in ginocchio dai bassi prezzi imposti artificialmente dai paesi occidentali.
 
Una piantagione di cotoneLa questione sovvenzioni. Nonostante i proclami bellicosi degli ultimi giorni, i paesi cotonieri africani (Benin, Burkina Faso, Ciad, Senegal e Mali) hanno comunque firmato il documento finale del summit, cosa che non era accaduta nella precedente riunione messicana di Cancun nel 2003. Ma i problemi principali rimangono sul tavolo. L’offerta americana non cambia infatti i termini della questione, che vede ogni anno i circa 20 milioni di produttori in tutto il mondo costretti a affrontare la concorrenza sleale degli Usa e (in misura minore) dell’Unione Europea e della Cina. Che possono praticare, grazie alle sovvenzioni, prezzi più bassi che costringono l’intero mercato del cotone a una crisi permanente dal 2001 a oggi, nonostante una recente ripresa. Le associazioni cotoniere africane stimano che la perdita per il continente, nel solo 2004, sia stata di 400 milioni di dollari. Un dato ancora più allarmante se si pensa che per alcuni paesi dell’Africa subsahariana la produzione di cotone copre tra il 2 e il 5 percento del Pil, a fronte dello 0,0004 percento degli Usa.
 
Manifestazioni di protesta a margine del summitRisultati marginali. Il fronte africano si era presentato al summit nel migliore dei modi, forte del precedente di Cancun e intenzionato a far valere le proprie ragioni. E forte della decisione (divenuta definitiva dalla primavera 2005) dello stesso Wto, che aveva giudicato le sovvenzioni americane illegali perché lesive delle regole sulla concorrenza. Eppure i paesi subsahariani non sono riusciti a far valere le proprie ragioni: gli Usa e l’Ue si sono trincerati, come al solito, dietro accuse reciproche che alla fine hanno favorito entrambi, ostacolando il raggiungimento di un accordo. Oltre alla rinuncia ai dazi, gli Usa hanno concesso una riduzione delle sovvenzioni sulle esportazioni: una misura anche questa marginale, che non tocca il grosso degli aiuti concessi ai produttori occidentali. Che potranno dormire sonni tranquilli ancora per parecchio, visto che non è stata fissata alcuna data per una almeno parziale riduzione delle sovvenzioni.
 
Coltivatori di cotone in AfricaCotone transgenico. Prosegue invece l’offensiva americana per introdurre il cotone transgenico in Africa. Lo scorso anno è stato approvato dal Mali un piano quinquennale per sperimentare la coltivazione di cotone geneticamente modificato, giudicato più conveniente perché più resistente ai parassiti. Il progetto, sponsorizzato dalle multinazionali Monsanto e Syngenta con la collaborazione dell’Usaid, non trova però il favore di tutti gli interessati: la mossa americana sembra più un cavallo di Troia per tentare di introdurre per vie traverse il cotone transgenico in Europa, un mercato tradizionalmente ostile agli Ogm, e vi sono forti dubbi che possa risolvere i problemi del mercato africano. Che soffre per l’abbassamento dei prezzi, non certo per deficienze di produzione. Senza contare che l’introduzione del cotone transgenico renderebbe molti coltivatori africani dipendenti dalle multinazionali per l’acquisto delle sementi. Un “lusso” che i paesi subsahariani non si possono permettere. 

Matteo Fagotto

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