Le autorità statunitensi hanno rilasciato 24 ex alti
ufficiali del regime di Saddam, che si preparano ora a lasciare il Paese.
Alcuni di loro facevano parte del famoso mazzo di carte da gioco dei personaggi
più ricercati del caduto regime baathista, come due esperti di armi biologiche:
il Dott. Germe (Rihab Taha) e Mrs. Antrace (Huda Salih Mahdi Ammash), detenuti
come sospetti criminali di guerra e testimoni materiali di crimini. La notizia
è stata divulgata da Aref Badie, avvocato dell’ex vicepresidente Tareq Aziz,
che non ha voluto rivelare tutti i nomi degli interessati, ma ha anticipato
che ulteriori scarcerazioni dovrebbero essere imminenti.
Una tacita tregua.
Queste liberazioni avvengono
immediatamente dopo le elezioni, e confermano le voci insistenti su un
accordo tra esercito Usa e alcuni gruppi armati sunniti iracheni, per
consentire un tranquillo svolgimento della consultazione. Un accordo
che ha
iniziato a delinearsi il 19 novembre, quando al Samarai, ex ministro
nel
governo ad interim, annunciò la partecipazione di “sette gruppi della
resistenza” alla Conferenza per la Riconciliazione Nazionale Irachena,
organizzata dalla Lega Araba al Cairo.
Era stato un altro religioso sunnita, lo sceicco Khalaf
al-Alyani, a lanciare lunedì scorso un appello ai ribelli per una tregua
elettorale. E lo stesso giorno l’Esercito Islamico in Iraq invitava i propri
combattenti a risparmiare i seggi per non uccidere degli innocenti. Domenica,
il politico sunnita Adnan Al Dulaimi, ha confermato l’ipotesi della tregua,
dichiarando che “i gruppi insorgenti hanno impedito che la violenza
interferisse con le elezioni. La resistenza –ha spiegato in un intervista al
Washington Times- ha annunciato che avrebbe protetto i seggi e non avrebbe
permesso attacchi: hanno rispettato la promessa e noi li ringraziamo.” La
stessa disponibilità dialettica si trova anche in altri politici e religiosi
sunniti, come lo Sceicco Hemaiym della provincia di al Anbar che, intervistato
dal Times, ha dichiarato che i sunniti della sua regione sono pronti a scendere
a patti con gli Stati Uniti e ha aggiunto: “Come arabi sunniti crediamo che
questa area calda del Paese stia affrontando gravi minacce da parte delle
potenze straniere, specialmente dagli iraniani. Dunque riteniamo di non avere
alternative”.
Intanto la minaccia dei miliziani vicini ad al Qaeda
rimane pressante. In un comunicato messo in rete dal gruppo wahabita al Qaeda
in Iraq si legge: “diciamo ai nostri fratelli sunniti di non credere alla
propaganda dei crociati, nei prossimi giorni si vedranno i risultati di questo
‘matrimonio democratico’ e della prostituzione che lo ha prodotto”.

Non più insorti. L’esistenza di una tregua si può
leggere anche tra le righe delle dichiarazioni dei politici statunitensi.
Recentemente il presidente Bush, nell’esporre il suo Piano per la Vittoria, ha
scelto di non usare il termine “Insurgents” per definire i ribelli armati,
preferendo invece “Rejectionists o Nationalists”, per distinguerli dai
miliziani legati all’ex regime o ad al Qaeda, definiti ancora “Saddamists and
Terrorists”. L’amministrazione Usa ha dunque deciso di negoziare con quelli che
oggi definisce “Nazionalisti”, per potersi concentrare sulla repressione armata
di al Qaeda in Iraq. Si tratta di una scelta politica precisa, cui non è stato
dato risalto mediatico per via delle implicazioni che potrebbe avere
sull’opinione pubblica statunitense. Non a caso ad occuparsi delle trattative
con i gruppi armati sunniti pare sia soltanto l’ambasciatore Usa Zalmay
Khalizad, il quale ritiene che l’opposizione armata non possa essere sconfitta,
e che l’unico modo per neutralizzarla sia quello di includerla nel gioco della
politica.
Dal canto loro, i leader sunniti della regione di Anbar
hanno chiesto all’esercito Usa una riduzione delle operazioni militari sulle
città dell’Iraq centrale e un incremento dei progetti di sviluppo per la
regione. Oltre ovviamente a un piano di ritiro. Condoleeza Rice ha
commentato lo svolgimento delle elezioni sostenendo che “il tempo in cui le
forze Usa lasceranno l’Iraq si sta avvicinando, gli iracheni sono un popolo
orgoglioso, non vogliono avere forze straniere sulla propria terra”.
La tregua sul campo è stata constatata anche dal Generale Usa George
Casey, che ha osservato di persona come nelle province critiche di Falluja e
Ramadi “la gente affollava pacificamente le strade”. Il generale ha però sostenuto
che la riduzione degli attacchi è servita alla guerriglia per non perdere il
sostegno sunnita, ma che al contempo fa parte di una nuova strategia, da
lui definita “Talk and Fight”, che consiste nell’abbinare guerriglia e
trattative politiche.