
A metà novembre migliaia di Rohingya, minoranza musulmana dello stato Arakan
(ovest della Birmania), hanno pregato chiusi nelle moschee e in casa. Come indicato
dalla luna piena, era giunto l’
Eid ul Fitr, l’ ultimo giorno di Ramadam, ma loro – a differenza di altri milioni di musulmani
nel mondo – non hanno potuto festeggiarlo nelle piazze, insieme a famigliari e
amici. La giunta militare che governa la Birmania, Paese a maggioranza buddista,
vieta ai Rohingya di riunirsi e muoversi liberamente. E non solo. Distrugge le
moschee e obbliga i musulmani a costruire nuovi templi buddisti sopra quelle macerie.
Moltissime persone, tra cui anche donne e bambini, vengono costretti ai lavori
forzati. Del resto i Rohingya del Myanmar (come è stata rinominata la Birmania
dalla giunta dopo il 1989) non dispongono neppure dei documenti di identità. La
‘legge sulla cittadinanza’ in vigore dal 1982 li definisce ‘residenti stranieri’
e in nome di questa il governo confisca loro le terre e impedisce ai più piccoli
di andare a scuola. Esecuzioni sommarie, arresti arbitrari, torture e stupri completano
questo terribile quadro di repressione.
Esodo di profughi nell’ultimo mese
Nella notte dell’Eid ul Fitr, il 15 novembre scorso, moltissimi abitanti dell’Arakan hanno probabilmente
ricordato i famigliari emigrati in Bangladesh. L’ultimo esodo di massa è iniziato
un mese fa quando 15 mila persone hanno attraversato il fiume Naaf che segna il
confine con il Paese affacciato sul Golfo del Bengala. Tantissimi altri però –
dai 35 ai 50 mila – sono ancora accampati sulla sponda birmana dove attendono
di fuggire. Ma il gruppo paramilitare ‘Fucilieri del Bangladesh’ rende l’impresa
assai pericolosa. Le forze di sicurezza bengalesi controllano ogni movimento via
terra e lungo il Naaf, mentre in territorio birmano i profughi sono inseguiti
dai Nasaka, le guardie di frontiera.
La repressione delle forze dell’ordine e il silenzio dell’Unhcr
L’Associazione per i popoli minacciati (Apm) teme “un’immane tragedia di profughi”.
Un incidente è già accaduto il 19 novembre, quando in uno scontro tra rifugiati
del campo di Cox’s Bazar (4

50 chilometri a sud di Dhaka, capitale del Bangladesh) e polizia sono morte tre
persone e altre cinquanta sono rimaste ferite. Un gruppo di Rohingya stava cercando
di liberare un compagno accusato di aver aiutato a entrare in Bangladesh alcuni
esuli.
Nessuno vuole accogliere i Rohingya. "L’Alto commissariato per i rifugiati delle
Nazioni Unite (Unhcr) in Bangladesh ha rifiutato loro tale status senza spiegare
il perché. Forse non vuole prendere posizione in una situazione difficile che
vede contrapposti due governi, birmano e bengalese”, dichiara Ulrich Delius dell’Apm.
Cosa che, per fortuna, non è accaduta in Malesia, dove l’Esecutivo ha finalmente
regolarizzato 10mila esuli.
In fuga da trent’anni
La fuga dei Rohingya verso il Bangladesh è iniziata a fine anni ’70 è ha raggiunto
numeri incredibili tra il 1991 e il ’92. Allora 250mila persone hanno percorso
la foresta e disceso il fiume Naaf. Una gran parte è stata rimpatriata nel dicembre
2002, mentre 20mila si sono rifiutati tornare in Birmania. Oggi questi ultimi
vivono in baracche nelle regioni bengalesi del sud e si sono quasi mimetizzati
con gli autoctoni dei quali hanno gli stessi tratti somatici e parlano la lingua.
Testimonianze

In un accampamento di Teknaf, sulla riva bengalese del Naaf, una ragazza racconta:
“Sono fuggita a metà ottobre dopo che mio marito era stato rapito dai soldati
birmani. Non ho più avuto sue notizie, così ho deciso di andarmene. Temevo che
portassero via anche me e i miei famigliari”. Un anziano aggiunge: “Dateci un
riparo permanente o mandateci in qualsiasi altro Paese dove possiamo vivere in
pace. Senza essere più maltrattati”. In questo campo vivono sette mila persone
in condizioni disperate. A causa della malaria e della dissenteria acuta molti
bambini sono morti e altri rischiano di morire .
Piccoli lavoratori
La situazione sulla sponda birmana del fiume è altrettanto drammatica. Centinaia
di bambini sarebbero, infatti, impiegati come forza lavoro. A denunciarlo è il
Kalandanpress, un network di informazione sui Rohingya con sede in Bangladesh. Zahid Ullah
ha dodici anni e fa il muratore. E’orfano del padre e non ha altre alternative
per guadagnarsi da vivere. “Mio padre è stato arrestato dall’Esercito quattro
anni fa e non è più tornato”, racconta Zahid, il viso e i vestiti ancora sporchi
di fango. “Sono il più grande di cinque fratelli e devo aiutare mia madre che
fa la domestica presso alcune famiglie. Un tempo avevamo delle terre, ma ci sono
state confiscate dai Nasaka. Adesso lavoro alla costruzione di una diga, ma non è un impiego fisso. In
passato ho fatto il guardiano di mucche e ho avuto come ricompensa trenta confezioni
di riso”.
Accanto a lui c’è un ragazzino più piccolo: si chiama Mohammad e ha sette anni.
Fa il cuoco in un teashop di Teknaf. “Guadagno 250 taka al giorno che mi servono per mantenere i miei quattro fratelli e mia madre”.
Minoranze birmane
Il lavoro minorile e più in generale la persecuzione delle minoranze sono problemi
endemici in Birmania. Queste popolazioni sono anche vittime di vere e proprie
guerre tra ribelli separatisti ed Esercito governativo, oltre che del traffico
di stupefacenti, visto che il Paese è il secondo produttore di oppiacei al mondo
dopo l’Afghanistan. Troppo poco però è dato sapere su questi conflitti dimenticati
che si consumano nelle cosiddette black area, zone interdette a ogni visitatore straniero.