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Fino ad ora era stata solo una questione di tutela ambientale: da ieri, però,
è diventata faccenda di difesa nazionale di un Paese in guerra, e proprio per
questo il muro eretto dagli ambientalisti ha dovuto cedere. Le trivellazioni petrolifere
nel Parco nazionale artico dell’Alaska si faranno, a meno di improbabili colpi di scena in Senato. Nella
notte tra domenica e lunedì, in una delle sessioni-fiume di voto necessarie in
chiusura d’anno, la Camera dei rappresentanti di Washington ha approvato per 308
voti a 106 una proposta di legge di spese militari per 453 miliardi di dollari,
che apre l’area protetta alle trivellazioni. Cosa c’entra il Parco con la difesa?
Grazie ad un emendamento inserito nel testo all’ultimo momento, il denaro che
lo Stato ricaverà dalle future estrazioni petrolifere servirà a finanziare gli
sforzi militari Usa in Iraq e Afghanistan, ma soprattutto a ricostruire le zone
devastate dagli uragani Katrina e Rita.
Una trappola procedurale. In sostanza, attaccando le misure relative all’Alaska alla spesa militare, la
maggioranza repubblicana al Congresso ha messo gli oppositori al controverso piano
di trivellazione (democratici, ma anche qualche repubblicano) con le spalle al
muro: se avessero votato contro, avrebbero in pratica negato il loro sostegno
alle truppe impegnate in guerra. La parte relativa agli uragani, invece, è stata
un’idea del senatore repubblicano dell’Alaska Ted Stevens, favorevole alle trivellazioni
nel Parco, per cooptare i rappresentanti dei cinque stati coinvolti. E’ stato
un grimaldello per far approvare a forza un piano che da più di vent’anni divide
il mondo politico americano: chi si oppone agli scavi teme che essi comprometteranno
il delicato ecosistema dell’area protetta, chi è a favore sostiene che tali preoccupazioni
sono infondate perché l’impatto sull’ambiente sarà minimo, mentre enormi saranno
i vantaggi per gli Stati Uniti. L’amministrazione Bush ha sempre detto chiaro
e tondo da che parte sta: quel petrolio, dice, servirà a rendere gli Usa più indipendenti
dal punto di vista energetico. Oggi, gli Stati Uniti importano circa il 60 per
cento del petrolio che consumano.
Le reazioni. In settimana il Senato avrà l’ultima parola. Si prevede che l’opposizione darà
battaglia: John Kerry, il candidato democratico sconfitto da Bush un anno fa,
ha già annunciato manovre ostruzionistiche. Non mancano le critiche neanche da
chi ha votato a favore, come il repubblicano John McCain, che in passato si è
sempre opposto alle trivellazioni. “Ho dovuto votare il testo. Non potevo non
sostenere il finanziamento della guerra mentre siamo in guerra”, ha detto. Ma
ha aggiunto: “Abbiamo inserito la questione delle trivellazioni nel Parco nazionale
artico a una legge fatta per finanziare le nostre operazioni militari in giro
per il mondo. C’è qualcosa che non va nel nostro sistema”. E lo dice quello che
è considerato da molti il futuro candidato repubblicano alla Casa Bianca.
I dati. Quanto petrolio c’è nel sottosuolo del Parco nazionale artico è una domanda
alla quale non esiste una risposta certa. La cifra indicata come probabile è di
10,4 miliardi di barili di greggio, ma si tratta di una media tra le due ipotesi
opposte previste da uno studio del 1998: è praticamente certo che ci siano 5,6
miliardi di barili di greggio disponibile, ma (al 5 per cento di probabilità)
le riserve potrebbero ammontare a 16 miliardi di barili. Molto, se l’area sarà
effettivamente aperta agli scavi, dipenderà anche dal futuro prezzo del greggio.
I costi di estrazione, anche a causa delle severe norme ambientali che verrebbero
imposte dal Congresso, sarebbero elevati. Secondo un recente studio, se il prezzo
del petrolio tornasse sui 30 dollari al barile, sarebbe economicamente conveniente
estrarre solo tre quarti del greggio sotto il Parco; all’attuale prezzo di 55
dollari al barile, si arriverebbe al 90 per cento. Anche l’effettiva utilità di
quel petrolio è materia che divide. Chi è a favore sostiene che dal Parco fluirebbero
negli Usa oltre un milione di barili al giorno (cioè il 5 per cento di quanto
consuma il Paese quotidianamente). Altri aggiungono però che una quantità del
genere sarebbe disponibile per al massimo cinque anni, dopodiché il flusso quotidiano
comincerebbe a scendere. E comunque, sostengono gli oppositori al piano di estrazione,
norme di efficienza energetica più severe per i veicoli mangiabenzina che circolano
per le strade americane farebbero risparmiare anche più di un milione di barili
al giorno. Alessandro Ursic