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“Possiamo dire che siamo riusciti a contrastare la paura con la
fiducia. Il contrario della paura non è il coraggio, ma la capacità e
la possibilità di fidarsi a ragion veduta”. A parlare è un ragazzo della costa
est dello Sri Lanka, una delle zone maggiormente
colpite dallo tsunami un anno fa, dove le vittime ufficiali sono state
13.256, i dispersi oltre 1.800. E la fiducia è stata costruita, un
giorno dopo l’altro, nella popolazione tamil che vive in questa
parte dello Sri Lanka, grazie alla collaborazione tra i giovani locali
e un gruppo di psicologi italiani del Master Interventi relazionali in
contesti di emergenza dell’Università Cattolica di Milano, coordinato
da Fabio Sbattella, docente di psicologia. “L'obiettivo era sostenere
la popolazione dopo lo choc emotivo e i traumi legati a questa esperienza distruttiva" dichiara a PeaceReporter Sbattella. "Occorreva in particolare prevenire la sindrome del
terremotato, cioè la reazione passiva, un abbassamento dei livelli di speranza
e di
prospettiva di vita, cui consegue una riduzione della capacità di progettare,
rilanciare, sviluppare”. In questi mesi il
gruppo di italiani ha lavorato fianco a fianco con le popolazioni
accolte in otto campi profughi, focalizzando l’attenzione sui bambini,
tramite i quali è stato poi possibile arrivare anche alle famiglie.
“Lavorare con i bambini è stato importante per il
recupero della comunità, non solo per i bambini”, spiega Sbattella,
“perché i bambini rappresentano la speranza e attraverso i piccoli è
più facile arrivare agli adulti, che a quel punto migliorano il loro
intervento sui figli”. Una sorta di circolo virtuoso dunque.
L'importanza delle fedeltà. “Abbiamo coinvolto alcuni giovani locali tra i 17 e i 29 anni, che si
erano già attivati in maniera più o meno spontanea negli aiuti delle primissime
ore, persone che hanno portato cadaveri
nelle fosse comuni” continua lo psicologo milanese. “Inoltre, vivevano
nei campi: erano quindi contemporaneamente coinvolti in prima persona e
membri della comunità”. Dopo una formazione iniziale di 4 giorni, ogni
settimana si alternavano formazione e progettazione
personale dei giovani, visite nei campi con e senza supervisione
diretta degli psicologi e verifiche comuni del lavoro svolto.
Cinquanta giovani, preparati e accompagnati dagli esperti,
hanno lavorato con i bambini sul trauma, portando avanti una terapia
collettiva, attraverso giochi centrati sull’acqua, la paura, la
solidarietà, le risorse, l’autostima, la vita di campo.
Primi bilanci. Sbattella è
soddisfatto dei risultati: “Sono molto buoni per quanto concerne la
tenuta emotiva e la ripresa scolastica, che per noi è un indicatore
molto importante. Con ripresa scolastica si intende non solo quella
dell’attività didattica, ma anche della concentrazione e dell’apprendimento”.
Sono state fatte anche scelte difficili, come non
dare niente di ‘materiale’, non regalare giochi per esempio, ma offrire
la presenza di un animatore con continuità.
“All’inizio pensavo fosse una scelta perdente” confessa uno dei giovani
che ha partecipato al progetto, “perché altre organizzazioni
arrivavano, scaricavano giocattoli o dolciumi nei campi e subito si
raccoglievano centinaia di bambini intorno. Io temevo che non saremmo
stati in grado di raccogliere bambini intorno alle nostre proposte.
Vedo invece che i bimbi apprezzano molto la fedeltà e la continuità,
vengono in numero sempre maggiore e con una partecipazione sempre più
convinta”.
Progettare per il futuro. Dopo questo primo intervento, il gruppo di lavoro ha iniziato a proporre di
costruire
qualcosa insieme. L’idea era realizzare una cosa bella fatta dai
bambini, con le loro forze e con l’aiuto dei genitori: scrivere un
libro, preparare uno spettacolo, e così
via. Questo tipo di attività porta a fare progetti, pensare al futuro. “L’ultima settimana abbiamo portato i bambini sulla
spiaggia: abbiamo fatto volare insieme duecento aquiloni ed è stato
bellissimo" racconta uno dei giovani che in questi mesi è stato aiutato
e ha aiutato, e che forse rimarrà ancora a fianco di questi bambini, compagno
fidato
del loro avvenire. "I bambini non si sono neppure accorti di essere tra le
macerie e le onde, o forse sì, ma avevano da fare una cosa importante:
tenere in volo l’aquilone che, avevamo detto, rappresentava il loro
futuro, fragile ma capace di volare alto. Erano entusiasti. Sapevano
cosa fare tra la riva e le macerie ed erano felici di farlo insieme” .
La solitudine arriva dopo un anno. L'intervento di Fabio Sbattella e del suo gruppo si è svolto all’interno del
progetto “I figli della
speranza”, finanziato dal Dipartimento della protezione Civile italiana
e affidato all’Aibi, Associazione amici dei bambini, di Milano. I primi giorni dopo lo tsunami si è pensato vi fossero un sacco di
orfani in giro da soli e si è temuto per il loro destino. Aibi aveva
quindi in programma la costruzione di un istituto di accoglienza per i
minori in emergenza, che in quel momento, subito dopo il maremoto, non
si è rivelato necessario. “Il numero
di orfani ipotizzato all’inizio si è in realtà
sgonfiato" spiega ancora Sbattella. "In parte perché la famiglia tamil è una famiglia
allargata,
non esiste ‘nipote’. Quando cercavo di spiegare alla popolazione cosa
significasse la parola nipote, dicendo che le figlie di una sorella
sono nipoti, mi veniva risposto: ‘no, figlie’. Inoltre è scattata tutta
una serie di attenzioni sulla possibile scomparsa di minori e tutti li
hanno protetti a modo loro. Alcuni pensavano che i cattolici li
mettessero in istituti per farli diventare suore e preti, o che le
tigri li prendessero per farli diventare bambini soldato, o ancora
altri temevano i pedofili. Insomma, i bambini sono stati protetti. Pian
piano però, la fatica di mantenere figli aggiuntivi ha fatto venire
alla luce una serie di piccoli rimasti soli. Per
esempio, quando alcune famiglie hanno inziato a lasciare i campi, e
quando alcuni campi sono stati smontati, sono venute a galla situazioni
di abbandono. Inoltre, alcuni adulti hanno deciso di emigrare,
all’interno o all’esterno del Paese; genitori, in partenza non si sa
per quanto, ci chiedono che i figli siano accolti in strutture
protette, che loro chiamano Welfare home e io chiamo istituti. Chiedono
un’accoglienza adeguata dei minori, e un lavoro quando saranno grandi.
E’ quindi emersa ora, a distanza, la necessità di un istituto e Aibi
sta realizzando un paio di strutture. L’ultimo intervento che l’équipe
dell'Università Cattolica sta seguendo è far sì che una decina dei 50
giovani formatisi in questi mesi sia orientata per lavorare in questa
realtà di accoglienza, in termini di conversazione, relazione e così
via”.
Valeria Confalonieri