23/12/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Tempo di bilanci dei programmi di supporto psicologico. Positivi
Fabio Sbattella in Sri Lanka con il gruppo di lavoro. Foto di Fabio Sbattella.“Possiamo dire che siamo riusciti a contrastare la paura con la fiducia. Il contrario della paura non è il coraggio, ma la capacità e la possibilità di fidarsi a ragion veduta”. A parlare è un ragazzo della costa est dello Sri Lanka, una delle zone maggiormente colpite dallo tsunami un anno fa, dove le vittime ufficiali sono state 13.256, i dispersi oltre 1.800. E la fiducia è stata costruita, un giorno dopo l’altro, nella popolazione tamil  che vive in questa parte dello Sri Lanka, grazie alla collaborazione tra i giovani locali e un gruppo di psicologi italiani del Master Interventi relazionali in contesti di emergenza dell’Università Cattolica di Milano, coordinato da Fabio Sbattella, docente di psicologia.  “L'obiettivo era sostenere la popolazione dopo lo choc emotivo e i traumi legati a questa esperienza distruttiva" dichiara a PeaceReporter Sbattella. "Occorreva in particolare prevenire la sindrome del terremotato, cioè la reazione passiva, un abbassamento dei livelli di speranza e di prospettiva di vita, cui consegue una riduzione della capacità di progettare, rilanciare, sviluppare”. In questi mesi il gruppo di italiani ha lavorato fianco a fianco con le popolazioni accolte in otto campi profughi, focalizzando l’attenzione sui bambini, tramite i quali è stato poi possibile arrivare anche alle famiglie. “Lavorare con i bambini è stato  importante per il recupero della comunità, non solo per i bambini”, spiega Sbattella, “perché i bambini rappresentano la speranza e attraverso i piccoli è più facile arrivare agli adulti, che a quel punto migliorano il loro intervento sui figli”. Una sorta di circolo virtuoso dunque.
 
Un incontro con i bambini. Foto di Fabio SbattellaL'importanza delle fedeltà. “Abbiamo coinvolto alcuni giovani locali tra i 17 e i 29 anni, che si erano già attivati in maniera più o meno spontanea negli aiuti delle primissime ore, persone che hanno portato cadaveri nelle fosse comuni” continua lo psicologo milanese. “Inoltre, vivevano nei campi: erano quindi contemporaneamente coinvolti in prima persona e membri della comunità”. Dopo una formazione iniziale di 4 giorni, ogni settimana si alternavano formazione e progettazione personale dei giovani, visite nei campi con e senza supervisione diretta degli psicologi e verifiche comuni del lavoro svolto. Cinquanta giovani, preparati e accompagnati dagli esperti, hanno lavorato con i bambini sul trauma, portando avanti una terapia collettiva, attraverso giochi centrati sull’acqua, la paura, la solidarietà, le risorse, l’autostima, la vita di campo.
 
Un momento di lavoro con i bimbi dei campi. Foto di Fabio SbattellaPrimi bilanci. Sbattella è soddisfatto dei risultati: “Sono molto buoni per quanto concerne la tenuta emotiva e la ripresa scolastica, che per noi è un indicatore molto importante. Con ripresa scolastica si intende non solo quella dell’attività didattica, ma anche della concentrazione e dell’apprendimento”. Sono state fatte anche scelte difficili, come non dare niente di ‘materiale’, non regalare giochi per esempio, ma offrire la presenza di un animatore con continuità. “All’inizio pensavo fosse una scelta perdente” confessa uno dei giovani che ha partecipato al progetto, “perché altre organizzazioni arrivavano, scaricavano giocattoli o dolciumi nei campi e subito si raccoglievano centinaia di bambini intorno. Io temevo che non saremmo stati in grado di raccogliere bambini intorno alle nostre proposte. Vedo invece che i bimbi apprezzano molto la fedeltà e la continuità, vengono in numero sempre maggiore e con una partecipazione sempre più convinta”.

Il volo degli aquiloni. Foto di Fabio SbattellaProgettare per il futuro. Dopo questo primo intervento, il gruppo di lavoro ha iniziato a proporre di costruire qualcosa insieme. L’idea era realizzare una cosa bella fatta dai bambini, con le loro forze e con l’aiuto dei genitori: scrivere un libro, preparare uno spettacolo, e così via. Questo tipo di attività porta a fare progetti, pensare al futuro.  “L’ultima settimana abbiamo portato i bambini sulla spiaggia: abbiamo fatto volare insieme duecento aquiloni ed è stato bellissimo"
racconta uno dei giovani che in questi mesi è stato aiutato e ha aiutato, e che forse rimarrà ancora a fianco di questi bambini, compagno fidato del loro avvenire. "I bambini non si sono neppure accorti di essere tra le macerie e le onde, o forse sì, ma avevano da fare una cosa importante: tenere in volo l’aquilone che, avevamo detto, rappresentava il loro futuro, fragile ma capace di volare alto. Erano entusiasti. Sapevano cosa fare tra la riva e le macerie ed erano felici di farlo insieme” .

Riunione insieme con i bambini. Foto di Fabio SbattellaLa solitudine arriva dopo un anno. L'intervento di Fabio Sbattella e del suo gruppo si è svolto all’interno del progetto “I figli della speranza”, finanziato dal Dipartimento della protezione Civile italiana e affidato all’Aibi, Associazione amici dei bambini, di Milano. I primi giorni dopo lo tsunami si è pensato vi fossero un sacco di orfani in giro da soli e si è temuto per il loro destino. Aibi aveva quindi in programma la costruzione di un istituto di accoglienza per i minori in emergenza, che in quel momento, subito dopo il maremoto, non si è rivelato necessario. “Il numero di orfani ipotizzato all’inizio si è in realtà sgonfiato" spiega ancora Sbattella. "In parte perché la famiglia tamil è una famiglia allargata, non esiste ‘nipote’. Quando cercavo di spiegare alla popolazione cosa significasse la parola nipote, dicendo che le figlie di una sorella sono nipoti, mi veniva risposto: ‘no, figlie’. Inoltre è scattata tutta una serie di attenzioni sulla possibile scomparsa di minori e tutti li hanno protetti a modo loro. Alcuni pensavano che i cattolici li mettessero in istituti per farli diventare suore e preti, o che le tigri li prendessero per farli diventare bambini soldato, o ancora altri temevano i pedofili. Insomma, i bambini sono stati protetti. Pian piano però, la fatica di mantenere figli aggiuntivi ha fatto venire alla luce una serie di piccoli rimasti soli. Per esempio, quando alcune famiglie hanno inziato a lasciare i campi, e quando alcuni campi sono stati smontati, sono venute a galla situazioni di abbandono. Inoltre, alcuni adulti hanno deciso di emigrare, all’interno o all’esterno del Paese; genitori, in partenza non si sa per quanto, ci chiedono che i figli siano accolti in strutture protette, che loro chiamano Welfare home e io chiamo istituti. Chiedono un’accoglienza adeguata dei minori, e un lavoro quando saranno grandi. E’ quindi emersa ora, a distanza, la necessità di un istituto e Aibi sta realizzando un paio di strutture. L’ultimo intervento che l’équipe dell'Università Cattolica sta seguendo è far sì che una decina dei 50 giovani formatisi in questi mesi sia orientata per lavorare in questa realtà di accoglienza, in termini di conversazione, relazione e così via”.

 

Valeria Confalonieri

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