Si riunisce il primo parlamento afgano del dopoguerra. Tra dubbi e preoccupazioni
Scritto per noi da
Tommaso Merlo*

Il comandante Esmatullah Muhabbat, neo eletto al parlamento
afgano nella provincia di Laghman, è il primo ‘onorevole’ assassinato nell’Afghanistan
post 18 settembre. Giorno in cui i cittadini afgani sono stati chiamati ad
eleggere il parlamento dopo quasi trent’anni di guerra. Nella sparatoria di
Jalalabad, che il 3 dicembre è costata la vita a Muhabbat, sono morte altre
quattro persone facendo salire a 1800 il bilancio dei morti dell’inizio
dell’anno. Da mujaheddin, Muhabbat combatte contro l’invasore sovietico tra il
1979 e il 1989. Nel 2003 viene arrestato dagli americani perché accusato di
legami con i talebani. Passa un anno in carcere prima di partecipare con
successo alle elezioni.
La storia di Muhabbat è quella di tanti signori della guerra
che domani si ritroveranno a Kabul tra i 249 eletti nelle 34 province del
paese.
Un parlamento molto ‘afgano’. I signori della guerra
hanno partecipato in massa alle elezioni, e per vincere non si sono fatti
scrupoli, come testimoniano le diffuse violazioni registrate durante l’election
day. Gli osservatori
internazionali hanno denunciato compravendite di voti,
intimidazioni nelle urne e brogli di ogni genere – a tal punto che gli
organizzatori Onu sono stati costretti a posticipare l’annuncio ufficiale dei
risultati per far fronte alle denuncie. La presenza di tanti personaggi dal
passato burrascoso nelle
schede elettorali è stata una delle ragioni dell’affluenza
al di sotto delle aspettative, il 53 per cento degli aventi diritto (secondo i
dati ufficiali, secondo molti assai di meno) contro il 75 per cento delle
elezioni presidenziali dello scorso anno.
Il responso delle urne rispecchia in ogni caso la variegata
società afgana e le sue contrapposizioni frutto di una storia lacerata da
decenni di guerra. Oltre ai signori della guerra, tra i banchi siederanno
leader religiosi, ex mujaeddin, ex esponenti filosovietici, ex comandanti
talebani, leader tribali e locali, ma anche donne e progressisti appartenenti
alle élite cresciute all’estero. In tale scenario, cosa riuscirà a fare il
governo Karzai, e come si posizionerà in parlamento il vasto fronte dei signori
della guerra?
Legittimazione di un potere criminale. Le posizioni
degli analisti sono contrastanti.
Alcuni sostengono che i signori della guerra, pressati dalla
loro gente, lavoreranno per rilanciare la ricostruzione e la stabilità del
paese. Non perderanno cioè l’opportunità di cominciare una nuova carriera da
uomini onesti, magari dopo aver ottenuto l’amnistia tanto temuta dalle
organizzazioni per i diritti umani.
Questa tesi contrasta però con la realtà sociale. Infatti,
se i signori della guerra dovessero effettivamente fare un passo indietro e
sposare la legalità, nelle loro province verrebbero immediatamente spodestati
dalle centinaia di comandanti pronti a prendere il loro posto. E questo è di
per se un ulteriore motivo di preoccupazione. Molti temono infatti che la
lontananza dei signori della guerra dalle loro province creerà un vuoto di
potere che alimenterà lotte per il potere locale. Cosa del resto già successa
nella provincia di Herat dove la lontananza del famoso Ismail Khan, chiamato a
Kabul da Karzai, ha destabilizzando l’intera area.
Altri osservatori prevedono invece che una volta in
parlamento, i signori della guerra cercheranno di istituzionalizzare la loro
posizione di potere, cosa peraltro già avvenuta con la loro elezione, e
sfruttare l’occasione per espandere il loro potere. Tale visione prevede che
questi personaggi continueranno a perseguire i propri interessi dall’interno
delle istituzioni.
Si rischia un deriva pericolosa. Di fatto i numeri
dicono che se i signori della guerra si unissero in parlamento avrebbero i voti
sufficienti per scrivere l’agenda di Karzai. Anche se pochi ritengono che il
parlamento possa dividersi in due fronti, uno filo governativo e uno
d’opposizione, e questo per le differenze etniche e regionali tra signori della
guerra che difficilmente potranno essere superate per pure strategie politiche.
La rivalità tra i signori della guerra avrebbe potuto
giocare a favore del gruppo progressista di cui Karzai si propone ancora come
l’ideale referente. Ma dopo un anno di governo il presidente afgano, figlio
degli accordi di Bonn e legittimato con le contestate elezioni del 2004, viene
accusato dai cittadini di aver fatto poco e dai riformisti di aver assunto
posizioni troppo conservatrici al solo fine di allargare in prospettiva il
consenso parlamentare. Il suo governo filoamericano ha dovuto accettare
importanti compromessi con i due principali poteri esistenti nel paese, il
clero conservatore e i signori della guerra. Compromessi che rischiano di
disegnare nuovi equilibri tra le istituzioni afgane e le forze militari
straniere, aprendo così scenari inquietanti. Con tali interrogativi, domani si
riunirà finalmente il neo parlamento con una sfarzosa cerimonia a cui
presenzieranno illustri ospiti internazionali.