20/01/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



La giunta militare birmana trasferisce la capitale nella giungla
  Pyinmana, foto Irrawaddy
Una capitale nella giungla con piste aeree, ospedali, hotel a cinque stelle, campi da golf, bunker e uffici in costruzione: è Pyinmana, il nuovo centro amministrativo della Birmania, nel centro remoto e montagnoso del Paese, a 400 chilometri dalla vecchia Yangon. La giunta militare ha sorpreso ancora una volta, mettendo in atto un progetto di trasferimento della capitale che stava maturando da almeno tre anni, ma che pochi pensavano diventasse realtà.
 
In una domenica di inizio novembre diversi convogli militari, alcuni made in Cina (maggior partner economico del governo birmano), sono stati visti dirigersi da Yangon verso il nord. Qualche ora più tardi, è arrivata la conferma del ministro dell’informazione Kyaw Hsan: “Le autorità hanno scelto Pyinmana perché è al centro del Paese e da lì si accede più facilmente alle altre regioni”. Una spiegazione che ha un fondo di verità, anche se i veri motivi del trasferimento restano avvolti dal mistero, come del resto molte altre faccende politiche di questo Paese.
 
Per dei generali che non vogliono perdere il loro potere e controllano con un apparato tentacolare di spie ogni dissenso, Yangon era troppo pericolosa: “Un calderone di tensioni e confronti politici – scrive Aung Zaw, direttore del giornale di esiliati birmani in Thailandia, Irrawaddy – con una storia di proteste studentesche e rivolte”. Migliaia di persone, tra le quali giovani, monaci e intellettuali, invasero le strade di Yangon nel 1988 chiedendo la fine della dittatura militare ed elezioni democratiche. A guidare le manifestazioni pacifiche c’era una donna, esile e coltissima, Aung San Suu Kyi, che in quell’anno fondò anche il principale partito d'opposizione, la Lega Nazionale per la Democrazia (Nld). La repressione del governo, però, non tardò ad arrivare e fu durissima: migliaia di dimostranti uccisi da cecchini arrampicati su muri e ponti, e altri imprigionati o fatti sparire. Neanche le elezioni del 1990 riuscirono a scalfire il regime: la giunta annullò i risultati elettorali e Suu Kyi, che aveva ottenuto la stragrande maggioranza dei voti, fu messa agli arresti domiciliari.
 
PyinmanaDa allora un numero indecifrato di dissidenti è stato incarcerato e Yangon, la città della rivoluzione negata e di Suu Kyi, oggi ancora agli arresti in una casa blindata dal maggio 2003, è ripiombata sotto la cappa della dittatura. Nessuno ha più osato sfidare le autorità o anche solo criticarle. Zaw, tuttavia, lascia intendere che un certo attivismo politico e una speranza di cambiamento, serpeggino ancora, tanto da intimorire di nuovo i generali. Oggi Yangon “è una città di attivisti, leader studenteschi, politici, partiti d’opposizione, diplomatici, agenzie Onu, organizzazioni non governative e – secondo la visione del regime – di ‘elementi intestini distruttivi’”.
 
Testimoni oculari dicono che Pyinmana, con tutti i tunnel sotterranei fatti costruire di recente, sembra quasi una “tana del topo”, dove i militari possono custodire meglio i loro segreti e forse stare più al sicuro. Una sorta di paranoia li porta a credere che qualche forza straniera – e in particolare gli Stati Uniti, il cui presidente Gorge Bush ha definito la Birmania uno ‘stato canaglia’ – li possa invadere dal mare, dalla costa di Yangon. Secondo gli esperti, tuttavia, si tratta di una possibilità assai remota, visto l’attuale impegno militare degli Usa in Iraq e in Afghanistan. Un eventuale attacco verrebbe più probabilmente dal cielo e allora anche Pyinmana, circondata dalla foresta e dalle montagne, risulterebbe indifesa.
 
Un’altra ragione del trasferimento potrebbe essere la maggiore vicinanza di Pyinmana agli stati delle minoranze etniche Shan, Kayah, Chin e Karen, contro le quali si è combattuto o si sta combattendo. I cessate il fuoco stabiliti con gran parte dei movimenti separatisti sono fragili e il ministero della Guerra deve essere in grado di intervenire in queste zone per tempo.
La nuova capitale sarà allo stesso tempo troppo lontana da Yangon, che resterà il centro commerciale del Paese. E ai diplomatici e ai membri delle organizzazioni internazionali che già si chiedono come potranno comunicare con le nuove sedi dei ministeri, le autorità rispondono minimizzando: “Non preoccupatevi. Vi raggiungeremo con un fax”. Moe Aye, caporedattore del Democratic Voice of Burma, altro giornale di esuli, è invece preoccupato: “I funzionari governativi pagheranno le conseguenze peggiori. Per loro sarà terribile, si troveranno isolati dal resto della società”.
 
In un Paese con un’antichissima tradizione religiosa e mitologica anche l’interpretazione degli astri e la superstizione hanno giocato un ruolo importante nelle scelte dei militari. Moe Aye ce lo conferma: “Than Shwe – il numero uno della giunta - avrebbe deciso di cambiare la capitale per seguire le orme del grande re che fondò la Birmania e di cui si crede addirittura la reincarnazione”. E proprio con un proverbio il direttore dell’Irrawaddy sceglie di concludere il suo articolo su questa strana storia: “Una tigre cambia il suo habitat solo per incontrare la morte”. Dando retta alla saggezza popolare, si insinua il dubbio che il regime sia più vulnerabile di quanto si pensi.

Francesca Lancini

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