Assisteremo dunque a campagne elettorali incrociate: Sharon spingerà più sulla
Pace mentre Peretz si presenterà come colui che è in grado di risolvere la crisi
economica e sociale.
Non direi, in realtà la sinistra farà una campagna sui due fronti, sia le questioni
sociali che la pace. Sharon si presenterà invece come l'unico uomo di raggiungere
la pace, e batterà essenzialmente su questo tasto. In realtà, quando parla di
due stati e due popoli, nessuno sa cosa Sharon abbia davvero per la testa.
Un ruolo molto importante nella campagna elettorale lo giocherà la minaccia nucleare
dell'Iran. Il clima di paura che ne può derivare potrebbe aiutare Sharon, che
ha un'immagine di duro. Peretz non è un militare e non ha esperienze in questo
campo.
A sinistra lo spazio di Yossi Beilin, il leader del Partito pacifista Yahad,
si è notevolmente ridotto.
Beilin può ricoprire qualsiasi incarico tranne quello di Primo ministro. Non
ha le caratteristiche di un leader e questo forse lui non l'ha ancora capito.
E in più se il Partito laburista si colloca a sinistra il Meretz non ha più ragioni
di esistere, perché le sue posizioni vengono adottate dal Labour.
Ma una cosa va detta: l'uomo di sinistra in Israele è destinato ad aver ragione
20 anni prima degli altri. Sono 20 anni che il Meretz, oggi Yahad, incontra palestinesi
e parla dello Stato palestinese. Dunque il Meretz perde la sua ragion d'essere
proprio nel momento in cui le sue posizioni si affermano, e sono fatte proprie
dai laburisti.
Il Likud appare invece essersi suicidato, pur di non rinunciare alle sue radici
ideologiche, al tabù del Grande Israele, spezzato da Sharon con il ritiro da Gaza.
C'è stata una rivolta ideologica in seno al Likud. Ma c'è stato anche molto opportunismo.
Netanyahu è il primo degli opportunisti. Pensavano di poter utilizzare il prestigio
di Sharon tenendolo sotto scacco, ma il giocattolo si è spezzato. Oggi si mordono
le mani perché si rendono conto che la maggioranza che avevano in parlamento è
oramai un miraggio: dai 40 seggi attuali passeranno a circa una decina.
Quali alleanze potranno formarsi il giorno dopo le elezioni. E che ruolo avranno
i partiti religiosi?
Per sopravvivere i religiosi tenteranno a tutti i costi di ritornare al potere,
anche con i laburisti come tra l'altro è già successo. La questione è capire quali
saranno i rapporti di forza tra il Likud e i religiosi da una parte e tra Sharon
e Peretz dall'altra.
Può sembrare ovvio ma tutto dipenderà dai risultati delle elezioni e, nella stessa
misura, dagli obbiettivi strategici di Sharon. Se l'obbiettivo è uno Stato palestinese
vero, con una continuità territoriale assicurata andrà con i laburisti; se invece
vorrà uno Stato palestinese a macchia di leopardo si alleerà con i religiosi e
il Likud, che cercherà di moderare il suo linguaggio pur di non restare all'opposizione.
Il pendolo della pace oscilla sulla Cisgiordania. Più precisamente tra quel 3%
di cui si era discusso a Camp David e Taba e quel 7% racchiuso oggi dal muro.
I sostenitori di Sharon dicono chiaramente che la barriera sarà la frontiera.
Ma la questione è capire dove la barriera passerà effettivamente, a partire dalla
città di Gerusalemme.
Non c'è modo di porre fine al conflitto, secondo me, senza affrontare questa
questione, ovvero senza accettare una spartizione di Gerusalemme. Come tra l'altro
prevede anche il Modello di Accordo di Ginevra.
La seconda questione è quella dei confini, e dunque delle colonie. Faccio un
esempio. Se la colonia di Ariel, che è a 25 km di distanza dalla Linea Verde,
sarà all'interno della barriera, la Cisgiordania sarà tagliata in due. C'è anche
il problema della Valle del Giordano. In quest'area della Cisgiordania si verifica
anche un fenomenomolto interessante. In quelle colonie i laici, ovvero coloro
che occuparono per primi queste zone, se ne stanno andando e vengono rimpiazzati
dai religiosi, molto più ideologizzati, rendendo sempre più complicata l'ipotesi
di un loro smantellamento.