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Il gran giorno sta arrivando: domenica 24 milioni di Congolesi saranno chiamati
alle urne per decidere se approvare o meno la nuova Costituzione uscita dalla
fase di transizione, e per dare il via a un processo democratico che nel Paese
manca da 40 anni. L’aspettativa è altissima, e va ben oltre il mero voto di approvazione
o meno della Carta. Dopo quattro decenni, i Congolesi possono tornare a essere
artefici del proprio destino.
Al di là del voto. Qualunque sia l’esito del referendum, l’appuntamento va ben al di là del semplice
voto. Dopo 40 anni di dittatura e guerre i Congolesi possono tornare a essere
artefici del proprio destino, una sensazione che traspare attraverso i mezzi di
informazione locali. Quello di domenica potrebbe essere il primo di una serie
di appuntamenti che, in caso di vittoria del “sì”, porterebbero alle elezioni
locali, parlamentari e presidenziali di giugno 2006. Se invece vincesse il “no”
si aprirebbero scenari preoccupanti per il futuro, visto che i vari soggetti politici
dovrebbero riscrivere una nuova bozza di Costituzione e rivedere gli equilibri
di potere nelle attuali istituzioni. E visto che il processo di transizione è
stato già prolungato di un anno, un altro ritardo metterebbe in forse il processo
di pace. Come è stato sottolineato dai leader della comunità islamica locale,
una vittoria del “no”, al di là della bontà o meno della bozza costituzionale,
sarebbe molto pericolosa.
Voto al governo. Un’altra possibilità è che il voto divenga un giudizio politico sull’operato
delle istituzioni di transizione. La maggioranza dei Congolesi è largamente scontenta
di come gli attuali protagonisti stiano gestendo il Paese: non ci si poteva aspettare
di più da un governo che riunisce un coacervo di fedelissimi di Kabila, ex-ribelli
alleati di Ruanda e Uganda e membri della società civile. Personalità mai integratesi
per dar vita a un processo politico serio, e le cui rivalità personali risalenti
alla guerra hanno condizionato le scelte più importanti. E sono in molti a sostenere
che gli attuali leader, coscienti di non avere una base elettorale, abbiano deciso
di ritardare di un anno la transizione per prolungare la loro effimera stagione
politica. Paradossalmente però un voto di sfiducia alla Costituzione e al loro
operato si risolverebbe in un prolungamento delle cariche, opzione non augurabile
per un Paese che ha disperatamente bisogno di uomini competenti per cominciare
il lungo percorso di ricostruzione. A questo proposito la comunità internazionale
è pronta a sostenere parte delle spese: il referendum costerà 37 milioni di dollari,
mentre la Banca Mondiale ne ha stanziati altri 125 per un programma di sviluppo
agricolo. Gocce nel mare per il gigante dai piedi d’argilla congolese, che da
domenica proverà a camminare con le proprie gambe. Matteo Fagotto