16/12/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Alta affluenza e ottimismo, per un futuro ancora tutto da scrivere
Lunghe code nei seggi e fuori, gente in fila per ore, con le tessere elettorali in mano, lungo le strade sgombre da veicoli. La voglia di stabilità e il desiderio che l’occupazione finisca presto hanno prevalso sul timore di attacchi. Così ieri gli iracheni sono accorsi in massa a votare per il Parlamento nazionale, anche nelle province sunnite.
  Fila di donne sciite a un seggio
Il voto. Oltre 15 milioni di iracheni erano attesi ai 6mila seggi sparsi nelle 18 province del Paese. Nonostante il pericolo e le lunghe camminate che molti hanno dovuto affrontare per via del blocco del traffico, pare che l’affluenza alle urne sia stata alta, superiore al 70 percento. É un dato che molti, per primo il presidente Bush, sperano sia segno che i nazionalisti sunniti, responsabili del boicottaggio nelle precedenti consultazioni, stanno abbracciando il processo democratico, isolando così la parte più dura della ribellione armata nel Paese: i gruppi ex baathisti e quelli legati alla galassia di al Qaida. Molti seggi sono rimasti aperti un ora più del previsto per smaltire le code: a Tikrit, città natale di Saddam, i votanti sono stati oltre l’80 percento, tre quarti dei 200 seggi allestiti nella provincia sunnita di al Anbar sono rimasti aperti, e a Falluja c’è stata addirittura scarsità di schede elettorali. Le scorse elezioni per il governo ad interim, il 30 gennaio, furono insanguinate dagli attacchi suicidi. Anche in questa consultazione le misure di sicurezza sono state imponenti: i confini sono stati chiusi e per tre giorni la circolazione dei veicoli bloccata in diverse aree. La presenza militare è stata massiccia, 150 mila ufficiali della polizia irachena hanno pattugliato le strade, sostenuti da 160 mila soldati americani, un po’ defilati ma pronti a intervenire. L’Unione Europea e la Lega Araba non hanno risposto alla richiesta del governo iracheno di avere osservatori internazionali, ma c’erano comunque 1500 volontari iracheni e una squadra delle Nazioni Unite per aiutare nelle operazioni di conteggio informatico. Per evitare brogli, gli osservatori iracheni sono stati scambiati di zona: quelli del nord mandati a sud e viceversa.
 
Famiglia irachena nel seggioQualcosa è cambiato. Da gennaio ad oggi qualcosa è cambiato: a Falluja i leader spirituali sunniti hanno deciso di non ripetere il boicottaggio, diversi ex membri del partito Baath hanno invitato i sunniti a votare, offrendo protezione ai seggi della zona di al Anbar, e hanno intimato i miliziani di al Qaeda di non attaccare i votanti. Il consiglio degli Ulema ha annunciato che boicotterà le elezioni perché si tengono sotto occupazione, ma ha aggiunto che rispetterà il desiderio di votare della gente. Giorni fa, dalla rete, è sbucato anche il comunicato di un gruppo, l’Islamic Army of Iraq, che invitava i combattenti a non attaccare i seggi per “risparmiare il sangue della gente”. Il messaggio è stato rintracciato da Site, un’organizzazione di Washington per il controllo dei siti islamici. Già in occasione del referendum sulla costituzione, gli Usa sostennero di aver intercettato una lettera indirizzata ad al Zarqawi, in cui i vertici di al Qaeda lo invitavano a moderare la violenza contro i civili iracheni.
I sunniti questa volta hanno votato perché temono un nuovo governo a maggioranza sciita, come quello in carica che ha assunto, soprattutto nelle forze di polizia, altri sciiti. Ma lo hanno fatto anche per cambiare la costituzione che ora concede, a loro avviso, troppo controllo sulle risorse petrolifere del Paese a sciiti e curdi. Anche sul fronte sciita qualcosa è cambiato: Moqtada Sadr questa volta partecipa apertamente per lo Sciri, ma non potrà contare sull’appoggio dell’influente ayatollah Ali Sistani, il quale si è sganciato dalla linea filo-iraniana dei partiti sciiti che aveva sostenuto a gennaio, non indicando preferenze.
  Attacchinaggio intensivo a Baghdad
Minacce e brogli. A Musul, decine di curdi hanno minacciato di dar fuoco ai seggi elettorali se non fosse stato consentito loro di votare, mentre a Kirkuk si è riproposto un problema già visto a gennaio. Nella città, contesa tra curdi e turcomanni, si sono registrati per votare 200 mila curdi, gran parte dei quali giunti apposta da altre zone per riconquistare la maggioranza in città, anche se i curdi che possono rivendicare il diritto al ritorno a Kirkuk sono solo 60 mila. Nei giorni scorsi a Ramadi è stato ucciso Mizhar al Dulaimi, un candidato sunnita vicino alla resistenza. Oltre a lui, nelle scorse due settimane sono stati uccisi anche 11 esponenti del partito di Allawi, e martedì scorso anche 2 esponenti del l’Unione Islamica del Kurdistan. Il quotidiano Azzaman ha anche riportato la notizia di un tentato colpo di stato, sventato, che sarebbe stato nei piani di 13 comandanti curdi. Due giorni fa, nella città di Badra, al confine con l’Iran, la polizia ha sequestrato un autocarro che trasportava in località ignote dell’Iraq migliaia di schede elettorali pre-compilate, un tentativo di broglio che non è naufragato del tutto, visto che l’autista del mezzo, interrogato, ha confermato il passaggio per quel confine di altri tre camion col medesimo carico.
 
Candidature. I tre principali candidati in lizza sono Iyad Allawi, sostenitore di un Iraq secolare, Ahmed Chalabi, nemico giurato del Baath, e Adil Abdel Mahdi, per un Iraq ligio all’islam sciita. Nelle città sciite come Najaf, ci si aspetta che la maggior parte dei voti vada alla lista dell’Alleanza Sciita Islamica, che promette un governo religioso vicino all’Iran e nemico giurato del partito Baath. Ma rispetto al passato, sembra che l’Iraqi National Accord, il partito del candidato filoamericano Iyad Allawi, stia raccogliendo numerose preferenze tra sunniti, curdi e sciiti laici. La sua linea è quella di proporre uno stato secolare che, nelle parole di Allawi: “possa rappresentare tutte le principali comunità del Paese ed essere un governo di Salvezza nazionale” dalla minaccia della guerra civile. Allawi, ex membro del Baath, si pone oggi come garanzia di de-baathificazione e gode del sostegno degli Usa grazie ai cui mezzi ha  potuto organizzare una campagna mediatica senza pari tra i concorrenti. Se avrà avuto successo, lo si saprà tra due settimane, quando verranno comunicati i risultati ufficiali.
 

Naoki Tomasini

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