Scritto per noi da
Stefano Feltri
Questa potrebbe essere l’ultima occasione. Un collasso del vertice di Hong Hong,
come quello di Cancun e prima ancora di Seattle, secondo il settimanale The Economist, significherebbe la fine del Wto come Foro negoziale. La World Trade Organization,
l’Organizzazione Mondiale del Commercio, ha aperto il 13 dicembre il nuovo incontro
del Doha round, il ciclo di negoziazioni, iniziato nel 2001 e che si concluderà
nel 2006. Le questioni sul tavolo sono sempre le stesse: apertura del commercio
internazionale, riduzione delle barriere doganali e dei sussidi e anche, ma sembra
essere un obiettivo secondario, riduzione delle disuguaglianze attraverso una
concorrenza più compiuta, o selvaggia, a seconda dei punti di vista.
Il vertice di Hong Kong è la prima prova per il nuovo direttore generale nominato
a settembre, Pasdcal Lamy, ex-commissario europeo, che in passato è stato critico
verso l’organizzazione che ora dirige, e che ha definito “medioevale”.
Le aspettative. Nessuno ha grandi aspettative su questa puntata del Doha round. Forse solo la
paura di una grande figuraccia davanti all’opinione pubblica mondiale, come dopo
il vertice di Cancun, potrebbe responsabilizzare i delegati dei 149 paesi partecipanti.
Tanto più che i due soggetti con maggiori poteri negoziali, gli USA e l’Unione
Europea, fanno proposte modeste, cercando di spostare l’attenzione del vertice
sulla liberalizzazione dei servizi. Su questo argomento non ci sono posizioni
condivise, ogni paese ha una lista dei servizi che è disposto a liberalizzare
e una lista di quelli tabù.
Le politiche in esame. Ma prima di parlare di servizi finanziari e proprietà intellettuale, Brasile
e India hanno imposto un discorso serio sulle politiche agricole.
La Banca Mondiale ha stimato che il 60 percento dei benefici che i paesi emergenti
possono trarre dal Doha round deriva proprio dalla revisione delle tariffe nel
settore dell’agricoltura. Ma neppure la più graduale e completa riduzione delle
barriere doganali sarà sufficiente. Economie fondate sulla mera esportazione di
zucchero, ad esempio, sono comunque soggette alle grandi variazioni di prezzo
dei mercati agricoli. Basi fragili per lo sviluppo.
I movimenti delle Ong e delle associazioni dubitano fortemente dell’efficacia
del Wto, ma non sono soli.
In uno studio del 2002, il professore di Berkeley Andrew Rose annunciava di non
essere riuscito a trovare prove evidenti che l’operato del WTO, e del suo antenato
GATT, sia riuscito sa incrementare il commercio mondiale. Alcuni critici sostengono
che l’attuale impostazione del Wto è inefficace perché i paesi sviluppati applicano
tariffe medie più basse, ma quelle più alte sono per i beni industriali prodotti
dai paesi poveri, con il risultato di ridurre gli incentivi a trasformare le loro
economie da agricole in industrializzate.
Le prospettive attese. Sul Wto appena iniziato si stende inoltre l’ombra del disavanzo americano, uno
squilibrio che sta facendo cadere gli Stati Uniti in tentazioni proibizionistiche.
A questo si aggiungono le attuali difficoltà dell’Unione europea nell'adottare
una linea condivisa da tutti i suoi componenti a seguito dell’entrata dei paesi
dell’est nell’Unione.
Tutte le premesse fanno presagire quindi un vertice minore, che chiuda la stagione
del Doha round senza troppi danni, e probabilmente la mancanza di risultati sarà
attribuita all’intransigenza dei capofila dei "Paesi in via di sviluppo", come
Brasile e India, che almeno in sede di Wto, pretendono di parlare a USA e UE da
pari a pari.
Dopo Cancun tutti si ponevano una domanda: i paesi ricchi continueranno a trattare
con i paesi emergenti, che in alcuni casi, come il Brasile, hanno ormai un certo
potere contrattuale, o faranno saltare il tavolo per non mettere in discussione i propri privilegi?
Una risposta, almeno parziale, verrà proprio da Hong Kong.