Negli Usa la tortura sta per essere dichiarata illegale. Ma non lo era già?
scritto per noi da
Matteo Colombi

La tortura come strumento ufficiale, organizzato e sancito dai più alti livelli
di comando è una delle politiche americane più platealmente annunciate e più ambiguamente
smentite degli ultimi anni. Sulla stampa, e nei campus, gli uomini di Bush promisero
che la
rendition verso paesi terzi di presunti terroristi sarebbe stata utilizzata per estrarre
informazioni con forza, e si sono a lungo vantati della loro spregiudicatezza.
La loro politica era talmente limpida da mancare solo del termine “tortura”. In
televisione, celebri programmi ne discutevano (quando si può usare la tortura?)
o la presentavano come azione eroica (vedi “24” sulla Fox). La rivalutazione della
tortura è stata un atto collettivo, pubblico, al quale siamo stati invitati tutti
a partecipare in seguito all’11 settembre 2001.
Esplicitamente l’amministrazione Bush si è mossa in tre direzioni: 1) Ridefinendo
unilateralmente la natura degli obblighi legali internazionali che potessero intralciare
l’uso indiscriminato della violenza all’estero; 2) Ridefinendo, per vie amministrative,
cosa costituisce “tortura”, per rispettare alla lettera i divieti imposti dalla
legge e la Costituzione americana, eliminandone però la loro natura costrittiva;
3) Asserendo nuove prerogative dell’esecutivo nello stabilire categorie “extralegali”
di esseri umani. L’attacco contro la legge federale e la Costituzione si è mosso
direttamente verso il sospendere i diritti degli stessi cittadini americani in
un processo pubblico in cui i capi di accusa sono noti, e in cui l’accusa deve
sottoporre prove dinanzi a giudici e giuria. Designandoli “nemici combattenti”
per atto amministrativo, l’Amministrazione Bush si è arrogata il potere di far
sparire le persone senza dover rendere conto né ai tribunali né al Parlamento
né alla Costituzione.

Pur dinanzi a corti lente e divise, a un Congresso sostanzialmente colluso, e
a degli alleati europei conniventi, l’amministrazione Bush ha temuto che, dopo
i primi cedimenti dinanzi alla sua onda d’urto, avrebbe potuto incontrare alcuni
ostacoli a casa (data la vistosa anticostituzionalità e illegalità delle sue mosse).
Dunque ha fatto ricorso a basi più o meno segrete in giro per il mondo, tentando
di porsi al di fuori della giurisdizione federale americana.
Col tempo le corti federali hanno emesso sentenze che limitano tale interpretazione
nei confronti di Guantanamo Bay, territorio cubano in mano Usa dal 1898, ma non
hanno scardinato l’impianto generale delle prigioni segrete; anzi, lo hanno probabilmente
rafforzato. Tuttavia sono le foto emerse da Abu Ghraib sulle torture americane,
e lo stallo profondo dell’avventura irachena, ad aver indebolito la fase propagandistica
dell’uso della tortura. Il risultato è stato duplice: l’insabbiamento di responsabilità
ben documentabili, e una più forte reiterazione dell’estraneità del governo americano
e del personale americano in operazioni di tortura.
Negli ultimi mesi del 2005 gli sviluppi grotteschi della situazione sono stati
i seguenti: il Senato, guidato dal repubblicano John McCain, preoccupato per l’immagine
Usa nel mondo e per i risvolti negativi per i propri soldati nel caso di cattura,
ha messo mano a due disegni di legge per vietare l’uso della tortura da parte
del personale americano all’estero (che è già illegale) e per definire tecniche
d’interrogazione omologhe per tutte le forze americane; dinanzi a ciò il vicepresidente
Cheney ha fatto forti pressioni per esentare gli agenti della Cia da tali leggi
restrittive, e la Casa Bianca continua ad adoperarsi per creare eccezioni.

I governi europei negano di sapere alcunché, e si dicono contenti delle recenti
“negazioni” della Rice riguardo all’annuncio dettagliato dell’esistenza presunta
di prigioni segrete Cia in Europa dell’Est da parte del Washington Post. Eppure
le prove della tortura come politica di stato americana ci sono, sul terreno,
tra i ritornati, e nelle dichiarazioni a iosa e nei documenti del governo resi
pubblici quando i neocon facevano gli smargiassi. La Condi Rice, indignata, ci
dice che il “personale americano opera nel rispetto degli obblighi legali.” Ma
tali obblighi sono stati ridefiniti in maniera sempre più labile, e il braccio
di ferro tra Senato e Casa Bianca continua proprio sulle definizioni di tortura,
sulle tecniche d’interrogatorio, sulle esenzioni da dare alla Cia. Da notare comunque
che anche queste leggi si applicheranno solo al personale americano, e non si
vieta di consegnare a terzi il lavoro più sporco (occhio non vede, cuore non duole);
questa è in definitiva la logica della
rendition che la Casa Bianca vuole salvare, e solo una legge che la vieta esplicitamente
può liberare l’America dalla nomea di stato torturatore.