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Casablanca, mai doma. Quella mattina di giugno di 24
anni fa, migliaia di abitanti di questa città che si affaccia sull’oceano
Atlantico, famosa in tutto il mondo per l’indimenticabile film di Michael
Curtiz con Humprey Bogart e Ingrid Bergman, scesero in piazza con cartelli e
striscioni. Il mitico film non racconta infatti la Casablanca più profonda:
quella delle bidonville, i quartieri ghetto. Una non-città dove arrivavano, con
il loro misero bagaglio, gli esuli della migrazione interna che, in cerca di un
lavoro, in pratica si accampavano alle porte di varie città, e di Casablanca in
particolare. In Marocco, dove tra la popolazione ci sono sacche di estrema
povertà, non esiste un posto dove la disperazione è tangibile come alla
periferia di Casablanca. Quel giorno la rabbia era esplosa per il rincaro del
prezzo del pane, che praticamente condannava a morte centinaia di persone. Gli
anni Ottanta, a causa della grave crisi economica generata dall’indebitamento
dello
Stato, furono uno dei periodi più duri per i disperati delle karyan, le
bidonville di Casablanca. La polizia però reagì con una violenza inaudita: gli
agenti e i corpi speciali dell’esercito fecero irruzione nella karyan di
Ben M’sik, considerata il focolaio più pericoloso della rivolta, e circa mille
manifestanti vennero uccisi. Ma il numero preciso dei morti non è mai stato
calcolato per due motivi: la mancanza di un censimento credibile e le fosse
comuni. Tutti sapevano che queste ultime c’erano, ma questo ritrovamento segna
un momento decisivo nella ricostruzione dei crimini commessi durante il regno
di Hassan II, deceduto nel 1999.
Un regno sanguinoso. Hassan II
amava dare di sé un’immagine granitica. Per sostenere questa politica del
‘pugno di ferro’ non ha esitato a macchiarsi di crimini contro l’umanità per i
quali non è mai stato perseguito da vivo. Tutte le principali organizzazioni
non governative del mondo che si battono per il rispetto dei diritti umani
hanno denunciato centinaia di misfatti di questo capo di Stato che, nelle sedi
diplomatiche di tutto il mondo, veniva trattato con i guanti bianchi come un
baluardo della lotta al fondamentalismo islamico in nord Africa. Quando Hassan
II è morto ha lasciato il trono al figlio Mohammed VI. Un monarca giovane che,
dal primo giorno, ha tentato una strada diversa da quella del padre. Almeno
sulla carta. Nel 2004, Mohammed VI ha nominato la Commissione per la
Riconciliazione e l’Equità, che ha l’incarico d’indagare sui crimini contro
l’umanità commessi nel passato. Il mandato della Commissione, per ovvii motivi,
non suona come un atto d’accusa contro il padre, ma ammette l’esistenza di
abusi da parte delle forze dell’ordine. Fino a oggi la Commissione non ha dato
alcuna risposta concreta sulle repressioni che hanno riguardato i militanti dei
partiti islamici, gli oppositori politici e la popolazione saharawi, che vive
sotto occupazione da parte delle truppe di Rabat dalla metà degli anni
Settanta. La Commissione lavora, ma le violazioni dei diritti umani continuano
oggi come allora. E anche le bidonville di Casablanca non sono cambiate. La
situazione non è cambiata dal 1981. Il Marocco si è trovato ancora una volta a
doversi confrontare con una karyan il 16 maggio 2003. In una serie di
attentati suicidi a Casablanca persero la vita 45 persone, compresi 14
attentatori suicidi. Tutti i kamikaze venivano dalla bidonville di Sidi Moumen,
alle porte della città, che oggi molti visitano soprattutto per ammirare la
terza moschea più grande del mondo. Costruita sull’oceano e costata milioni di
dollari che, secondo molti marocchini, avrebbero dovuto essere utilizzati per
lo sviluppo delle bidonville della città. La moschea è dedicata al suo
costruttore, il re Hassan II. Christian Elia